Una precisa scelta

di Michele Dodde

Si narra che un umpire, apostrofato malamente da un manager circa l’inosservanza di alcune norme del regolamento, all’affermazione : “Ma allora lei non sa nemmeno dirigere un incontro! ” abbia risposto: “E se lo sapevo fare, mi mandavano a dirigere questo sconcio di partita?”. Il dialogo la dice lunga sul rapporto verso i blue e molti episodi recenti e passati lo attestano. Va da sè che la problematica “umpire” investe direttamente le difficoltà di reclutamento, la formazione, la derivante motivazione che porta ad evidenziarne la bravura, la soddisfacente carriera non disgiunta dalle intrinseche qualità che sono il carattere e lo stile. Ed allora parliamo di questi umpire, di questi personaggi eternamente in cerca d’autore e costantemente tesi alla ricerca di una precisa identità ed il cui reclutamento diventa sempre più difficile in quanto divenire un umpire oggi, come sempre, è una precisa e responsabile scelta culturale che abbisogna di una notevole spinta emotiva e di una consistente maturità di base.

E’ noto che per impostare un giocatore è sufficiente un’applicazione continua mediamente di due anni e che per formare un tecnico, fermo restando le dovute qualità carismatiche personali e la predisposizione motivata da una pluriennale esperienza diretta, abbisognano tre anni. Inoltre per preparare alla bisogna un capace dirigente necessitano dai quattro ai cinque anni mentre per plasmare un buon umpire occorrono non meno di sei anni. Ed allora, chi sono questi umpire di cui persino uno studio a carattere psicologico non è riuscito a delinearne il prototipo ideale?

Nella foto Alessandro Spera (FIBS)
Nella foto Alessandro Spera (FIBS)

Di certo non sono personaggi cui un dottore di chiara fama ha prescritto l’attività di dirigere una gara sportiva quale terapia d’urto per ricercare una personalità perduta, né tantomeno essi sono eterni sognatori alla ricerca di una impossibile perfezione. Essi sono semplicemente profondi appassionati della disciplina sportiva verso la quale sentono un intimo privilegio di appartenenza ed una concreta consapevolezza della necessità del ruolo che affrontano con decisa applicazione, continua umiltà e nobile onore.

 

Sono in effetti gli unici veri grandi atleti in via di estinzione che affrontano a viso aperto anche cronache quali “…bisogna far capire ad arbitri ed avversari che pubblico e squadra sono un blocco unico. Bisogna per essere più chiari, far paura…e quando si dice paura si deve intendere anche paura fisica, concreta”. Questi concetti così espressi più volte sulla stampa offendono il più genuino senso aristocratico dell’essere un umpire e certamente configura precise responsabilità e difficoltà per i neofiti nell’andare a comprarsi le proverbiali bretelle per tirarsi su il morale.

 

Per questo gli abituali denigratori di professione e/o di comodo non devono dimenticare del tempo necessario affinchè un umpire diventi realmente tale. O meglio, con quale coraggio, con quale onestà si rimprovera ad un umpire ancora inesperto una indecisione, un errore, un comportamento che nasce dalla tensione emotiva al solo scopo di prevaricarne il giudizio?

Sabrina Fabrizi e Fabrizio Fabrizi (FIBS)
Sabrina Fabrizi e Fabrizio Fabrizi (FIBS)

Al principiante non basta la passione ad aiutarlo a superare le inevitabili increspature, egli necessita soprattutto di una corale ambientazione in cui illuminati manager saranno capaci di lasciare alle ortiche l’eventuale giudizio dubbio, che grida vendetta, con serenità e maturità, ovvero discuterne poi allo svolgersi del fatidico decimo inning come interpretazione di un gioco errato. Questo consono comportamento verrà intuito dall’umpire quale esperienza diretta e formativa ed accrescerà in lui indiscutibilmente quella necessaria reciproca stima valorizzando altresì il prestigio di tutti i protagonisti.

 

Solo in questi termini l’io dell’umpire ne verrà fuori rinforzato e trasformato al pari della qualità, patrimonio quest’ultimo di chi pratica e/o vive in senso sportivo, di chi dirige e/o esprime opinioni. Questi fattori convinceranno l’umpire ad impegnarsi nell’individuare in se stesso quel qualcosa in più che vale e che non si esaurisce nel breve volgere di una stagione. Egli capirà che dirigere un incontro è un privilegio che bisogna meritare con l’osservanza di tutte le norme che regolano l’attività sportiva senza consentire alcuna deroga al proprio compito per non mancare al personale senso di responsabilità ed acquisirà una ferrea forma mentis che è il traguardo ultimo della sua preparazione.

 

Alla formazione dell’umpire dunque devono collaborare tutti quelli che con la disciplina sportiva hanno qualcosa a che fare ma soprattutto quei tanti che, per nascondere i propri glabri limiti, sono sempre pronti ad addossare al cireneo di turno le cause dell’inevitabile sconfitta. Bisogna allora dare ampia credibilità agli umpire poiché la loro è una precisa scelta di volontà a praticare in modo diretto ed alternativo lo sport che predilige ed il suo operare diventerà un preciso modo di essere e vivere il baseball o il softball.

 

A chi scrive, già umpire dal 1969 al 1990 gli fu chiesto: “ Perché hai scelto di diventare un umpire?”. ”Per vedere gli eventi del gioco il più vicino possibile” fu la mia risposta. Basta per far capire la passione?…

 

Michele Dodde

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Maria Luisa Vighi (giovedì, 25 giugno 2020 12:06)

    Per vedere gli eventi del gioco il più vicino possibile... Bello, anche come scelta di vita!!

  • #2

    eziocardea@hotmail.it (giovedì, 25 giugno 2020 23:00)

    “Una precisa scelta”, mai scelta fu più felice!
    Caro Michele, la tua passione per il baseball e per il tuo ruolo di umpire trapela da ogni tua parola!