C'era una volta....

di Michele Dodde

C’era una volta una giovane quattordicenne che amava il baseball ed era intenzionata a giocarlo. Insieme ai suoi sogni viveva nell’altra metà della luna dove il baseball è inteso soprattutto come forma interiore e spirituale, ovvero in Giappone che per lei era tutto. A volte con grande malinconia ed invidia si soffermava a guardare i suoi coetanei che sui prati verdi erano soliti radunarsi per giocare il gioco amato in squadre senza alcun vincolo. Avvenne però che in un pomeriggio di solitudine si trovò a guardare la televisione che stava trasmettendo una partita di baseball della Major League statunitense e grande fu la sua meraviglia quando si accorse che il suo principale interesse della gara più che dalle diverse fasi della gara era stato catalizzato dall’osservare lo stile del lanciatore Tim Wakefield che, con la casacca dei Boston Red Sox, stava lanciando da vero maestro una serie di micidiali Knuckleball con la pazzesca velocità di novantotto chilometri/ora da far impallidire più battitori.

Così, come spesso avviene nella terra di mezzo senza alcuna logica, questo atipico lanciatore che si era posizionato sul monte di lancio esordendo in Major League il 31 luglio del 1992 con i Pirati di Pittsburgh, le scaldò il cuore e la mente diventando il suo mito.  E’ pur vero però che Tim Wakefield dopo i Pirati si accasò nel 1995 presso la corte dei Red Sox dove era diventato una inamovibile colonna longeva sino al 2011 collezionando, su 200 vittorie a fronte di 180 sconfitte, il ragguardevole numero di 2156 strike out. 

 

Quel pomeriggio comunque il suo stile di lancio affascinò la giovane che poi nel cortile della propria abitazione, da sola, cercò di imitarlo provando a perfezionare  la sua personale modalità di lancio. 

 

Fu così che con quella sua casalinga preparazione, quale studentessa del liceo di Kawasaki, la Senior High School, consapevolmente e con forte determinazione si presentò alla selezione per entrare a far parte della squadra di baseball del liceo. Non era molto alta, appena un metro e cinquantacinque centimetri, però lo staff tecnico, quando constatò che i suoi lanci erano stati valutati dai rilevatori a ben 101 chilometri/ora mentre la sua insidiosa arma segreta, che era diventata la Knuckleball così cara al suo mito Wakefield, li aveva bloccati sugli ottanta chilometri/ora, qualsiasi tipo di divieto cadde rumorosamente. 

Ma la notizia andò oltre i campi della Scuola poiché quella prestazione e la sua decisa caparbietà nell’affermarsi fecero un così tanto scalpore da interessare i quotidiani nipponici, che subito la designarono come la “Knuckle Princess”, e gli scout della franchigia “Kobe 9 Cruise”, affiliata alla “Kansai Indipendent Baseball League”, nel 2008, all’alba dei suoi sedici anni, la posero sotto contratto dando forte credito a quello che era stato semplicemente il suo sogno: giocare a baseball. 

 

La sua segreta aspirazione dunque, più volte spolverata e caldeggiata nel cassetto, non solo si stava realizzando ma stava configurando un record che difficilmente in futuro potrà essere battuto: diventare la più giovane professionista in una squadra maschile di baseball.  Ella in verità si sentiva una virtuale alunna di Wakefield e con questo spirito debuttò all’Osaka Dome il 26 marzo del 2009, a diciassette anni, davanti a 11.592 tifosi meravigliati e plaudenti.

 

Lanciata ormai nell’orbita del professionismo, pur se così giovane, la giovane promessa ebbe modo di scoprire anche l’agognata altra metà della luna approdando nella casa madre del baseball statunitense andando a vestire la divisa degli “Scorpions Yuma” libera franchigia affiliata all’Arizona Winter League , una particolare Lega aperta alla visione degli scout delle diverse Leghe professioniste. Di sogno in sogno a dare colore alla fiaba, la sua padronanza del gioco e la sua vincente prestazione contro il line up del “Team Canada” le consentirono di valorizzare ancor più il suo biglietto da visita con il successivo passaggio nel roster dei “Chico Outlaws” squadra nella lista della “Golden Baseball League”, una tra i più blasonati circuiti delle Minor, con il quale a diciotto anni andrà a debuttare il 29 maggio del 2010 . 

Eri Yoshida (AFP PHOTO / JIJI PRESS)
Eri Yoshida (AFP PHOTO / JIJI PRESS)

Non più considerata un’attrattiva ma valida giocatrice e non più la sognante quattordicenne, ella verrà  invitata presso una struttura di Red Sox dove concretizzerà il suo intimo desiderio di  allenarsi e perfezionarsi con il suo idolo di sempre, Tim Wakefield, con il quale poi la Fox Sports confezionerà questa storia di sogno nella rubrica “This Week in Baseball”. Era il 21 agosto del 2010. 

 

Quell’anno poi il destino e gli eventi la videro calcare anche il monte di lancio dei “Victoria Seals”, franchigia canadese, e le sue ormai proverbiali Knuckleball le permisero di essere immortalata quale prima donna professionista nella storia del baseball a giocare in tre Paesi diversi: Giappone, Stati Uniti, British Columbia.

Alla soglia dei venti anni ritorna nel suo amato Giappone e va ad indossare i colori degli “Hyogo Blue Sandars”, poi vestirà le casacche dei “Na Koa Ikaika Maui”, dei “Ishikawa Million Stars” e dei “Tochigi Golden Braves” rendendosi infine un Free Agent dal 2017.

 

Questa storia di sogni sembrerebbe una fiaba da raccontare con la giusta considerazione nei momenti di calmo abbandono dalla farraginosa realtà ed invece questa è una storia vera, quella che ha come protagonista la giocatrice nipponica Eri Yoshida, nata il 17 gennaio 1992 a Yokohama, cittadina della regione Kanagawa. 

 

Il suo amore per il baseball e la sua riconosciuta etica nell’applicazione dei principi che il gioco ha in sé le hanno permesso di divenire una carismatica ed unica icona tanto da essere stata anche omaggiata nella nicchia delle “Venere Zine” una particolare lista che evidenzia le donne straordinarie Under 25. 

 

Michele Dodde

 

Qui sotto il servizio  di FOX SPORTS “This Week in Baseball” del 21 agosto del 2010 e l'incontro tra  Eri Yoshida e Tim Wakefield

 

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Commenti: 2
  • #1

    Maria Luisa Vighi (giovedì, 18 giugno 2020 09:31)

    Bella storia:magica e un po' fiabesca! Come l'insegnamento alla passione e alla determinazione che tanto serve per il mondo femminile!

  • #2

    Aldo Bucelli (giovedì, 18 giugno 2020 15:30)

    Ringrazio Michele per la condivisione dei suoi articoli, sempre molto interessanti e proposti con uno stile veramente accattivante. Recentemente lo sto anche apprezzando nella sua veste di traduttore, riconoscendo che una buona traduzione è altrettanto importante come la compilazione del testo originale. Perché al traduttore compete mantenere i concetti dell'autore, in una lingua che utilizza costruzioni diverse, senza tralasciare la necessità di non appesantire il testo. Complimenti, davvero!
    Approfitto della ghiotta occasione, per me che sono appassionato di lingua e cultura giapponese, per tradurre il testo che compare nell'immagine di apertura dell'articolo.
    野球狂の詩 Yakyuu kyoo no uta.
    I kanji (ideogrammi) 野 no, campo e 球 kyuu, palla formano la parola 野球 yakyuu, baseball. Del termine baseball esiste anche la versione japanglish, ovvero la parola inglese fonetizzata con i suoni disponibili nella lingua giapponese. In questo caso si utilizza il sillabario katakana, quello riservato per le parole di origine straniera: バセボル, baseboru.
    狂 kyoo, pazzia, intesa come intensa passione per qualcosa.
    の no, particella grammaticale che indica relazione tra due sostantivi. Per approssimazione, possiamo dire che funziona come il genitivo sassone in inglese.
    詩 uta, poesia.
    Quindi 野球狂の詩 si può tradurre con: LA POESIA DELLA PASSIONE PER IL BASEBALL.