Il Diario Segreto - 2^ parte

Walter Lanier "Red" Barber (ironia della sorte il suo cognome era uguale al soprannome di Sal "Barber" Maglie), nei primi anni 50 era il commentatore radiofonico dallo Stadio dei Brooklyn Dodgers
Walter Lanier "Red" Barber (ironia della sorte il suo cognome era uguale al soprannome di Sal "Barber" Maglie), nei primi anni 50 era il commentatore radiofonico dallo Stadio dei Brooklyn Dodgers

di Judith Testa -  segue dalla 1^ parte

Ricordo comunque con piacere che, anche se a mio padre non piaceva lo stile ed il gioco di Maglie, gli dava fastidio che i vari cronisti alla radio non pronunciassero correttamente il suo nome  ed  ogni volta che un annunciatore diceva "Sal MAAG-lee sul monte di lancio per i Giants", mio padre mormorava la pronuncia corretta: "MAHL-yay!". Da lì poi partiva lo sfottò da parte di mio nonno Reuben, bravissimo nella pantomima nel simulare il modo in cui il famoso high-inside fastball di Maglie avrebbe rasato il volto dei battitori Dodgers dicendo “ Ockey, anche oggi Sal il Barbiere darà loro un’altra perfetta ravvicinata sbarbatura !!!” che stuzzicava non poco mio padre. 

Da bambina non mi è mai stato permesso di restare sveglia per ascoltare lo svolgimento delle partite  in notturna, ma al mattino ho sempre scoperto se i Dodgers avessero vinto oppure no dal comportamento del nonno: se avevano vinto, mio nonno era introvabile in casa, ma se avessero perso egli mi svegliava di buon ora con un allegro sorriso… E la sua risata bella e spontanea è stata la più strana che abbia mai sentito: sembrava il sibilo di un locomotiva a vapore. "Oh no!  I Dodgers hanno perso!”. 

 

Se poi era stato Maglie a lanciare contro i Dodgers, un risultato doppiamente soddisfacente per il nonno, allora accompagnava il sibilo della sua personale locomotiva con un ampio gesto di rasatura al volto.  Senza dire una parola, mi trasmetteva beatamente  il suo messaggio ed io restavo lì a provare quella strana e combattuta ambivalenza di piangere la sconfitta dei Dodgers e però interiormente gioire per il protagonista che li aveva battuti.  

Fare il tifo per Sal Maglie mentre ero un fan di Dodgers è stato il primo dilemma morale della mia vita, un vero e proprio caso di lealtà divisa. Era giusto abbandonare di tanto in tanto l’armonia della mia famiglia dominata dal tifo per i  Dodgers e sgattaiolare al campo nemico giurando fedeltà segreta, anche se temporaneamente, ad una bandiera straniera? Si era nell'epoca che ha generato il “Maccartismo” e i giuramenti di fedeltà non erano atti da sottovalutare. Ebbene sì, questo Maglie sembrava cattivo e pericoloso ma anche quell’aspetto tenebroso faceva parte del suo fascino.

 

Quando la mia famiglia comprò un televisore nel 1953, ho avuto la possibilità di vedere, oltre che nelle foto dei giornali, i volti e le figure dei giocatori sia dei Dodgers e sia dei Giants.  Avevo dieci anni ed ero sull'orlo dell'adolescenza.  Ricordo che nessuno dei Dodgers riusciva ad attirare la mia attenzione, come invece accadeva alle mie amiche, o come avviene ancora oggi alle ragazze che si innamorano sognando sulla foto di Dereck Jeter dei New York Yankees.  Mi ritrovai invece, quasi a conferma, sempre più attratta dall'improbabile figura di Sal Maglie: era un uomo alto, scarno, bruno, dall'aspetto sinistro con il naso di falco, occhi scuri e incappucciati, una formidabile ombra adatta alla fatidica ora delle cinque della sera, e un glower di classe mondiale per aver sempre sconfitto i Dodgers con sorprendente facilità usando i suoi proverbiali lanci interni che hanno costretto più volte i miei battitori Dodgers a mangiare la polvere del box di battuta. 

Il momento che maggiormente mi sorprese durante la mia infanzia però fu lo scoprire che nel maggio del 1956 il triste lanciatore Sal Maglie era stato acquisito dai Dodgers e pertanto andava ad indossare quella casacca dei tifosi di Brooklyn.

 

Certo, i giocatori di baseball erano tutti soggetti ad essere trasferiti da una squadra all’altra a secondo delle direttive dei vari proprietari ma Maglie non era un ordinario giocatore da ingaggiare senza remore poiché egli era stato con i colori dei Giants  il terribile nemico possibilmente da evitare. Come vederlo dunque con indosso l’uniforme dei Dodgers?

 

A riprova di queste mie perplessità ci fu il commento di un vicino di casa, anch’egli tifoso dei Dodgers e di etnia ebrea. “Quando ho appreso che Maglie era stato ingaggiato dai Dodgers – egli mi disse – è stato come sentire che Hitler si era convertito all’ebraismo”

 

Il sillogismo in effetti era di natura estrema, ma all’epoca quel trasferimento dal roster dei Giants alla corte dei Dodgers sembrò un incredibile atto sotto tutti i punti di vista. Però dal mio personale pensiero scaturì una nuova sensazione: Sal, quello che era stato il mio amico segreto, ora non lo era più e dunque ne potevo vantare le prestazioni e la tecnica. Ed invece mi accorsi che, sfumato il fascino del segreto, pur se era adolescenziale, il mio interesse per “The Barber” andò scemando perché, pur se quell’anno per lui fu eccezionale e contribuì in modo fondamentale per i Dodgers a vincere il Campionato, ormai era alla soglia dei trentanove anni e si avvicinava alla fine della sua carriera. 

Sandy Koufax
Sandy Koufax

Dunque per una tredicenne quella figurina ora incominciava a diventare vecchia ed anche perché un nuovo giovane Apollo chiamato a frombolare dal monte di lancio nella squadra dei Dodgers stava calamitando sogni, emotività ed affetto: aveva ventuno anni, molto timido, con uno smagliante sorriso a fossette e scagliava fulmini mancini senza soluzione di continuità. Si chiamava Sandy Koufax.

 

E così Maglie svanì dalla mia coscienza. Non ricordo il suo ritiro né il passaggio dai Dodgers agli Yankees e da questi ai Cardinals né delle sue ulteriori attività come scout, come allenatore e come direttore generale della lega minore Niagara Falls Pirates. Ed anche il giorno della sua scomparsa, molti anni dopo, era sfuggito alla mia attenzione. 

 

Mi accorsi però che il mio disinteresse per Maglie fu motivato anche da quel cocente trauma che noi tifosi dei Dodgers subimmo dopo che i proprietari decisero di spostare la franchigia a Los Angeles. Il nostro sapere, la nostra cultura, come ben fece notare il giornalista Peter Golenbock, a seguito di quella drammatica scelta figlia dei dio denaro ed orfana dei sentimenti, stavano miseramente morendo e niente avrebbe mai potuto più sostituirle. Allora gli studi e le ulteriori vicissitudini del lavoro mi allontanarono definitivamente da quel mondo del baseball fino a rincontrarlo all’alba del mio pensionamento.

 

Così è ritornato, quasi a chiusura del ciclo della vita, l’interesse ed i ricordi di una volta ed allora mi sono imposta di capire e non solo amare il personaggio Salvatore Maglie. Le sue vicende, i rapporti, le sue problematiche e le testimonianze da me state raccolte sono state inserite nel mio libro come affettuoso tributo al mio eroe a prescindere. Ed amaramente ho pensato anche che, se avessi saputo della sua triste fine di ammalato, sicuramente avrei fatto un viaggio in quella casa di cura dove soggiornò nell’ultimo periodo e avrei detto al mio vecchio eroe che lo amavo ancora, tanto più dopo aver appreso tutta la portata dei dolori che aveva affrontato.  Soprattutto come membro di altre minoranze etniche della sua generazione che avevano avuto sempre poche scelte per emergere e nel farlo era stato necessario subire e  sopportare anche gli insulti più vili in un ribollente e stoico silenzio.

 

Ora Salvatore Anthony Maglie è lì e di certo, come sempre spero, lì negli Elysian Field continuamente seguita a lanciare ed a giocare con i grandi del baseball senza alcuna soggezione o remora.

 

Judith Testa

 

Qui sotto The "Shot Heard 'Round The Word" il 3 ottobre 1951(Il Colpo udito in tutto il Mondo) raccontato d DeLillo in "Underworld

 

Judith Testa, stimata ed eclettica professoressa di “Storia dell’Arte” presso la Northern Illinois University (molto letto e studiato negli Stati Uniti il suo libro sulle bellezze architettoniche di Roma), si è cimentata in questa storia vera risvegliando in sé senza alcuna remora il periodo degli anni 50 quando, nella dolce età dei sogni, era diventata a tredici anni una grande tifosa di baseball, ed in particolare dei Brooklyn Dodgers, con un’amorevole attenzione verso i miti di allora tra cui l’enigmatico Sal Maglie. 

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