Babe Ruth e la lettera a Jimmy

di Michele Dodde 

L’attenta e gentilissima Sabrina Rainini nel lasciare un suo commento ad un articolo apparso sul sito “BaseballOnTheRoad” rimarcava quanto interessante ed importante fosse la osannata “Lettera a Jimmy” di Babe Ruth ed il perché questa dovesse essere letta e riletta di continuo sia da parte dei giovani sia da parte dei coach per assimilare la filosofia e l’amabilità verso il baseball e dunque giocarlo. E questo perché ammirando le sue prestazioni in diamante il personaggio George Herman Ruth nominato “Babe” per il suo intendere fanciullesco del gioco è diventato sinonimo di baseball così come il baseball lo è per Babe.

Quando però cala la tela ed il palcoscenico si chiude ecco che gli istrioni ridiventano umani e come umani si evidenziano pieni di virtù quanto di malizie. A rispolverare così le pagine de “Il Bambino che Sapeva Troppo”, struggente racconto-diario redatto con precisa scelta dei tempi da Cathy Byrd, mamma incredula nell’ascoltare attentamente suo figlio Christian, si scoprono dei risvolti significativi pieni di meditazione. 

Un giorno, nell’andare a Boston a vedere la gara tra i Red Sox e gli Yankees di New York al mitico Fenway Park, mamma Carhy racconta che “…Christian mi supplicò di comprargli una gigantografia di due vecchi giocatori dei Red Sox: Ted Williams e Bobby Doerr… tutto ad un tratto poi lui si rifiutò di procedere. Fu rapito da una gigantografia che ritraeva un giocatore dei tempi andati…agitando la sua piccola mazza di legno verso la fotografia ripetè urlando: Quello non mi piace! E’ stato cattivo con me….Un signore che passava di là commentò: Questo bambino non sbaglia, perché Babe Ruth era proprio uno stronzo…  Cercando di solidarizzare con il palese turbamento di Christian gli chiesi con calma: Ma Babe Ruth è stato cattivo con te?. Disse di si.”

 

Nel prosieguo del racconto che coinvolge la sconcertante “reincarnazione” in Christian Haupt di quell’altra nobile icona del baseball anni venti e trenta che è stato Lou Gehrig, si viene così a conoscere di prima mano quanto fosse grande il permaloso carattere di Babe e come non fosse certamente adamantina la sua vita privata. Tanto estroso sui diamanti quanto sgretolato fuori tanto da meritare presto la fama di donnaiolo, bevitore e mangione.

Ancora nel libro citato infine emergono i motivi di come si fosse scatenato il disaccordo tra quelle due eccellenze degli Yankees di New York  e come da allora i due, pur giocando in modo sublime nella stessa squadra, si tolsero il saluto. “ Non mi piace Babe Ruth – andò a precisare un giorno Christian (Lou Gehrig) alla mamma -  poiché è stato cattivo con mia moglie: ha cercato di sedurla”.

 

E’ un inedito personaggio dunque il privato George Herman Ruth così lontano dai panegirici di circostanza legati alle sue imprese sui diamanti e gli intriganti  suoi gesti, come quello di indicare dove avrebbe spedito la pallina al momento della battuta, che tanto hanno appassionato l’oggettiva popolarità, poiché alternava alle eccezionali prestazioni atletiche comportamenti negativi ed a volte più che sorprendenti.

 

A rivelare questa dualità è stato il giornalista Leigh Montville del “Boston Globe” nel suo libro best seller “The Big Bam” quando afferma che “ Babe Ruth dopo una notte di bagordi era solito recarsi in chiesa al mattino e ogni domenica sempre per ascoltare la Santa Messa”.

 

Ancora poi per sua intima decisione andava a visitare i bambini negli ospedali e negli orfanotrofi con i quali parlava a lungo esortandoli  a migliorarsi sempre pensando al gioco del baseball come faceva lui attraverso le prestazioni che egli riusciva a realizzare. Infine come non avesse mai dimenticato padre Matthias “l’uomo migliore che io abbia mai incontrato nella mia vita” e per il quale raccoglieva fondi da destinare alla sua vecchia scuola dei Saveriani.

 

Dunque, nonostante continue ricerche, si è dovuto constatare che l’unica lettera lasciata da Babe Ruth di cui si ha traccia è “The Kids Can’t Take it if We Don’t Give it! scritta con l’aiuto di amici poco prima della sua scomparsa il 16 agosto del 1948.

Questa fu recapitata presso la redazione della rivista “Guideposts” proprio in quel giorno e rappresenta un suo nobile testamento di misericordia e di perdono nel rientrare nell’alveo religioso da cui si era allontanato.  Egli stesso con tristezza inizia la sua lettera con “Sono stato un cattivo ragazzo”. Era il 1946 e Ruth era stato ricoverato preso l’ospedale francese di New York per essere operato di tumore alla gola. 

 

Prosegue poi nel confermare di essere stato un incorreggibile ragazzo tanto da essere internato nella “St. Mary’s Industrial School” di Baltimora, una specie di orfanotrofio e scuola di correzione per disadattati, delinquenti e fuggiaschi raccolti nelle strade della città. In quell’ambiente di ordine e disciplina fece la conoscenza di Dio che si rivelò per lui un grande crocevia poiché nell’andare avanti si rese conto che Dio non solo era giusto ma anche misericordioso.

 

E la misericordia per lui fu incontrare Fratello Matthias, un frate eccezionale alto un metro ed ottantatré centimetri per un peso di centoquattordici chili di fasce muscolari e che per Babe avrebbe potuto avere successo in tutto ciò che avrebbe voluto nella vita e che invece aveva scelto di servire Dio.

La squadra del St. Mary’s Industrial School - Il primo in alto a sinistra è Babe Ruth (da Wikipedia)
La squadra del St. Mary’s Industrial School - Il primo in alto a sinistra è Babe Ruth (da Wikipedia)

E fu il Fratello Matthias che gli insegnò il baseball e che grazie a lui nel 1914 potè lasciare la “St. Mary’s School” ed iniziare la carriera da professionista nei Baltimore Orioles.

 

Libero dalle rigide regole del riformatorio si montò la testa e si allontanò dalla chiesa ma non dimenticando la sua formazione religiosa. L’aveva semplicemente trascurata perché come tanti giovani arrivati si sentiva coinvolto dal ritmo della vita ed era consapevole di cadere spesso tra i piaceri carnali e del bere.

 

Tuttavia con amarezza va a precisare che “sono stato criticato più volte per aver condiviso il mio tempo con l’andare a visitare i bambini in quanto dicevano che lo facevo solo per acquisire pubblicità. Bene, che ne sapevano loro dei miei stati d’animo quando mi accorgevo che avevo io deluso i bambini?. Dunque le critiche non contano poiché io non ho mai dimenticato da dove vengo ed ogni bambino dalla faccia sporca che incontravo vedevo in lui un futuro cittadino migliore. Nessuno meglio di me avrebbe mai potuto capire il significato di non aver avuto una propria casa, con un cortile ed una cucina con la ghiacciaia. Ecco perché in tutti gli anni passati, anche quando sono arrivati i soldi, io non avrei mai potuto dimenticare”.

 

Ed in questa lettera fa menzione di un suo bambino tifoso di dodici anni, tale Mike Quinlan, che gli fece recapitare un inciso in cui lesse: “Caro Babe, tutta la mia classe di terza media prega per te, tutti preghiamo per te. Ti allego una medaglia miracolosa, indossala e tienila sempre con te. Il tuo amico Mike Quinlan.  Post scriptum: Vincerai perché so che realizzerai il tuo 715 home run”.

 

George Herman Ruth indossò quella medaglia e con la stessa fu sepolto.

Ma allora come fa a veicolare la decantata e rinomata “Lettera a Jimmy” che dalle certosine indagini sembra non sia mai esistita?

 

La verità deve essere trovata altrove, ovvero tra le frasi con cui Babe dialogava con i ragazzi e dalle interviste rese ai giornalisti, tutte in realtà religiosamente sempre riportate dai quotidiani quali ad esempio “ The Baltimore Sun”, “Chicago Tribune”, “The New York Times” .

 

Ecco allora che Babe Ruth non ha lasciato solo una lettera indicativa e carismatica ma molto di più: una continuità di aforismi meditativi ed un esempio di ritorno alla vita attraverso il suo particolare senso di religiosità ed è per questo che resta facile assemblare il suo dire a partire dall’aforisma a lui caro “Il Baseball è stato, è e sarà per me sempre il miglior gioco del mondo” delineando  quel messaggio universale, da tutti ormai conosciuto ed apprezzato anche in sintesi etica-morale, che indica come “non è mai esistito un gioco più adatto del baseball per misurare l’autentico valore di un uomo quanto a fegato, prontezza, velocità ed intelligenza. Il baseball è un gioco che assomiglia alla vita e che alla vita ti prepara”.

 

Michele Dodde

 

 

Sopra quella che viene considerata la "Lettera a Jimmy” di Babe Ruth di cui però non si trova traccia

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Sabrina Rainini (giovedì, 21 maggio 2020 11:40)

    Grazie! Veramente interessante! Una ricerca molto accurata la vostra. Complimenti!

  • #2

    Paolo Castagnini - Baseball On The Road (giovedì, 21 maggio 2020 11:59)

    Grazie a te Sabrina! il tuo commento ha messo tutta la redazione al lavoro per trovare ciò che tu ci chiedevi. Quella lettera in italiano si è tramandata di dirigente in dirigente, di allenatore in allenatore, tra giocatore e giocatore e naturalmente genitore con genitore anche perché i principi sono molto belli. Ma da dove proviene? Essendo un personaggio famosissimo americano doveva per forza esserci l'originale in inglese. Ebbene abbiamo sguinzagliato tutti i nostri esperti, americani compresi e nulla. Non si è trovato nulla in inglese. Quindi? Una lezione tramandata verbalmente di padre in figlio? Difficile. Ma allora? Michele Dodde ci ha dilettato con uno scritto al par suo interessantissimo. Ma la lettera da dove viene? Io la conosco credo almeno da 40anni. Chi mai l'avrà scritta? Siamo forse davanti alla prima "bufala" (benefica) della storia? Almeno del baseball si. O forse c'è sotto qualcosa che ancora non abbiamo capito?
    Chissà!
    Per ora godiamoci questo mistero grazie alla tua domanda e soprattutto grazie al tuo ragazzo che ti chiesto la versione originale in inglese per la tesina di terza media

    Un grande saluto