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La Minor League italiana

di Michele Dodde

Se la prestigiosa rivista mensile National Geographic ha inteso dedicare ben 33 pagine del numero 4, edito nell’aprile del 1991, alla pubblicazione di un reportage di David Lamb inerente le Minor League di Baseball, riportando anche le struggenti foto su quei diamanti minori realizzate da William Albert Allard, penso che il fondamentale interesse sia stato quello di staccare la spina al baseball della Major League quale puro spettacolo e cantiere di interessi economici, e quant’altro si possa immaginare di un mondo sempre in vetrina, e ripresentare invece quel baseball che è il vero collante degli aspetti sociali e prodromo dell’abbattimento delle barriere poiché giocato da giocatori spinti da forte passione o segrete aspettative.  Ma certamente le cosiddette Minor League non esistono solo quelle plasmate negli Stati Uniti ma sono presenti e vivono sempre in modo effervescente anche in tutte le altre nazioni dove il baseball viene praticato. In verità queste ultime non hanno niente a che vedere con la classificazione di doppio A o triplo A e così via, come vengono classificate negli Stati Uniti, ma tuttavia la loro attività è motivata sempre da quella grande passione di avere con il baseball sempre “qualcosa a che fare”. 

Anche in Italia la poesia delle Minor League è presente in tutti i suoi aspetti pieni di carisma e di prospettive e viene declamata grazie alle squadre che rendono vive la serie B e la serie C, cioè quelle squadre che praticano il baseball a macchia in tutta la penisola con il solo scopo di divulgare il gioco e, se del caso, preparare eventuali talenti naturali verso futuri prestigiosi cammini. 

Interessato testimone di questa realtà, che un censimento del 1987 riportava ben 24 franchigie su tre gironi (triplo A) e ben 72 suddivise in dodici gironi (doppio A), è stato lo scrittore italo canadese Dave Bidini che nel 2002, certamente suggestionato dallo splendido articolo di David Lamb, pensò bene di trascorrere la sua privilegiata “my Summer in the Italian Minor Leagues” scrivendo un racconto sportivo ripreso dal vivo, con personaggi reali, privi di soggezione e fortemente radicati nel territorio. 

 

Egli scelse l’Italia quale territorio per via della sua etnia di provenienza e Nettuno quale località dove ambientare i limiti della sua storia perché, come precisa il bugiardino in seconda di copertina, "Nettuno has been the baseball capital of Italy since 1944", cioè da quando il gioco fu presentato dai soldati americani dopo lo sbarco (e chissà perché non passa mai alla memoria che comunque il primo diamante in Italia costruito dai soldati a stelle e strisce è stato quello di Opicina a Trieste durante le tristi vicissitudini patite dalla città giuliana tra Zona A e Zona B). 

 

Motivato da quella grande passione di avere anche lui con il baseball “qualcosa a che fare”, Bidini realizzò il suo libro "Baseballissimo”, edito da McClelland & Steward Ltd nel 2004, seguendo per una intera estate, ed ogni giorno, le vicende di una squadra, in particolare i fantasmagorici “Peones” di Nettuno chiamatesi così poiché “The Peones is like Funny Joke”. 

 

Ed in realtà i personaggi che incontrerà andavano a rispecchiare in modo ottimale ed integralmente lo spirito, la passione, le motivazioni ed i disincanti che animano le diverse squadre della così inventata multiregionale Minor League Italiana donandoci un diverso punto di vista. 

Nella foto Giorgio Costantini e Pietro Monaco (Foto tratta dal baseball.it)
Nella foto Giorgio Costantini e Pietro Monaco (Foto tratta dal baseball.it)

Il girone visionato e conosciuto dall’interno dei dugout come “massaggiatore” fu quello che si potrebbe delineare come la “Lega del Tirreno” per differenziarlo dagli altri gironi che potremmo chiamare “Lega dell’Adriatico”, “Lega del Centro”, “Lega del Nord Ovest” e “Lega del Nord Est”, tutte Leghe differenti per qualità tecnica ma tutte eguali per spirito competitivo ed oltre. 

 

I personaggi che l’autore incontra e descrive, e che sono lo specchio convesso dei tanti giocatori di un baseball minore, sono tutti lì, tutti veri in un roster di particolare spessore e tenuta.

 

A tenere le briglia e a dare lustro agli amabili protagonisti ed eccentrici animatori degli eventi c’era l’indimenticabile seconda base Pietro Monaco, uno dei leggendari giocatori di Nettuno che ha giocato nella massima serie del baseball italiano per ben 27 anni sempre con la casacca dei pluriscudettati Indians cittadini, un vero esempio della filosofia della celebre squadra di “Bull Durham”,  poi a seguire Andrea Cancelli, detto enfaticamente “The Emperor” a giocare come prima base, Mario Mazza come seconda base, il Chicca come terza base. 

Nella foto l'autore di Baseballissimo Dave Bidini
Nella foto l'autore di Baseballissimo Dave Bidini

Nel complicato ruolo di interbase era a  cimentarsi Giampiero “Skunk” Bravo ed in campo esterno a guardare le partite senza pagare il biglietto, cioè i supportati “Jardinieros” come si dice a Cuba, si posizionavano a sinistra Fabio Giolitti, già noto come Fab Julie, o Simone Cancelli che avocava a sé il principio del “The Natural”, al centro Mario Simone o in alternativa Ricky Vaccaro meglio conosciuto come “Solid Gold” e a destra Sandro Valentini più noto come “The Red Tiger”.

 

Nel ruolo di ricevitore erano chiamati ad alternarsi Emiliano Conti, per sua postura detto “The big Emilio”, o la determinazione dello “sceriffo” Paolo Danna mentre a favoleggiare sul monte di lancio venivano chiamati a destreggiarsi Alessandro Spera, detto “Cobra” per i lanci ad effetto mortale, Chencho Navacci quale rilievo mancino, il 21enne Francesco Pompozzi, in arte “Pompo Fireball” e Pitò the Stricken. A completare il roster Cristian, Mirko Rocchetti, Fabio from Milan.

 

A seguire gli eventi di questa squadra a partire dal Ball Park di San Giacomo, un inventato diamante un po’ a nord di Nettuno, in effetti era come seguire per copia conforme tutti quegli altri team che vanno a completare i vari gironi della gioiosa e coinvolgente Minor League Italiana edulcorata da una quantità gigantesca di brioche, cornetti vuoti e farciti, l’immancabile pizza e litri di caffè espressi zuccherati e contenuti per la bisogna in capienti thermos sia prima, sia durante e sia dopo le gare e o gli allenamenti.   

 

I Peones comunque in quell’anno, generalmente sempre in ritardo lasciando che la puntualità fosse sempre una prerogativa delle lancette dell’orologio, andarono a snocciolare il loro campionato avviandosi principalmente a giocare a baseball e talvolta anche a provare a vincere qualche incontro facendo dannare il loro coach con la profusione di segnali “like a robot checking for loose rivets”. 

E tra superstizioni, come uno di loro che per tutto il campionato avrebbe indossato le stesse calze senza mai lavarle per non togliere i momenti di grazia, e l’andare nel box di battuta “with all the sure-handedness of a drunk with a table leg” si recano a Montefiascone dove li attendono i lanci del colosso Danielle Cappanella, muscoloso a tal punto d’avere i muscoli anche tra i capelli, poi a Salerno, l’eterno enclave dei romantici Thunders di Corbo e Vincenzo D’Addio, con Giuseppe Mele, dal cuore a forma di palla da baseball, a frombolare dal monte di lancio con i suoi due soli tipi di lancio: fastball e curve. 

 

Poi in Sardegna ad Alghero a cimentarsi con i bomber del baseball club Catalana, in onore alla storia di un tempo, con il coach Giovanni Giorgi allora già uno dei primi giocatori dell’isola, mentre ad Acilia sono frastornati dall’appariscente Massimiliano Picca che sul monte di lancio resterà nella memoria per via del suo aspetto come un personaggio “Chaplinesque” con il volto adombrato da un paio di baffi “rakish” e la caratteristica delle sue palline sui lanci curvi che erano da seguire come se fossero “piccioni malati”. 

 

Infine contro la squadra di Palermo le mazze del line up nettunese dovranno affrontare le palline lanciate dal venezuelano Giampiero Novara che con i suoi fratelli Umberto e Carlos erano andati a completare un terzo del telaio difensivo dei siculi . E senza dimenticare la facilità espressiva “This umpire is a criminal”.     

 

Bidini con questo suo racconto ci svela dunque, entrando anche nell’intimo dei personaggi movimentati da risvolti emotivi ed incisivi, con un diario colorito, spassoso e a volte anche farcito da un linguaggio sopra le righe, che chi gioca è uso adottare, quanto sia grande la passione che si plasma sui quei tanti giovani che non ricercano più traguardi lontani se non la ricercata purezza del gioco per il gioco. 

 

E sono tutti quei giocatori che compongono le squadre della Minor League Italiana, fortemente amatoriale a pizza, dolci, fichi e caffè ma soprattutto lieta di far giocare il proprio baseball con il calibro di livello tecnico che ogni personaggio riesce ad esprimere.

 

Perché il baseball è soprattutto un gioco.

 

Michele Dodde

 

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Commenti: 1
  • #1

    eziocardea@hotmail.it (mercoledì, 29 aprile 2020 15:03)

    Fantastico!