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L’ultimo turno alla battuta di Shoeless

di Michele Dodde

La struggente e fascinosa storia inerente la vita di Shoeless Joe ha sempre colpito ed appassionato gli amanti del gioco del baseball e molte sono state le pagine scritte che hanno delineato a modo loro il carattere e le qualità d’animo di questo giocatore. E molte sono state anche le interpretazioni coinvolgenti il personaggio portato a più riprese sul grande schermo. E d’altra parte, come non ricordare la sua apparizione nel film “Field of Dreams” dove Ray Liotta ce lo fa visionare con commozione?. E ricordare ancora dopo cento anni quel processo ai fatti ed alle intenzioni dei nominati Black Sox che sconvolse attraverso pungenti reminiscenza dei mass media l’emotività degli appassionati e la vita di otto giocatori?.

Ebbene, nell’immaginario collettivo però i vari Chick Gandil, Eddie Cicotte, Lefty Williams, Buck Weaver, Swede Risberg, Fred McMullin e Hap Felsch sono rimasti segregati tra le pagine impolverate dei faldoni di un farraginoso processo che poco chiarì i momenti topici di quella chiacchierata World Series del 1919 mentre il personaggio Joseph Jefferson Jackson, che un sagace cronista pieno di inventiva ha lasciato alla storia come “Schoeless Joe” per via di una gara cui partecipò senza indossare le scarpe nel 1908 con la franchigia degli Spinners Carolina, in quel processo avrebbe dovuto aver maggior fortuna ed essere giudicato secondo il decantato “Scots Verdict” e dunque assolto per insufficienza di prove. 

In quella serie infatti si evidenziò che Joe era stato accreditato come  autore di ben 12 valide con una media di 0.375 e nessun errore commesso. L’unica colpa in quel processo fu quella di essersi fidato delle persone sbagliate che mal lo consigliarono nello spiegare il suo coinvolgimento alla combine tanto che nel successivo processo civile del 1924 fu assolto da tutte le accuse.

Shoeless Joe (Foto tratta dal sito www.shoelessjoejackson.com)
Shoeless Joe (Foto tratta dal sito www.shoelessjoejackson.com)

Radiato dalla  giustizia sportiva dal grande giro della Major League, Jackson seguitò a giocare a baseball in molti campionati con squadre semiprofessioniste valorizzando sempre il suo ruolo di outfielder ed il suo guantone popolarmente chiamato “il luogo dove vanno a morire le palline delle lunghe battute” sino a quando agli inizi degli anni trenta non decise di ritornare a Greenville, nella Carolina del Sud, dove tutto aveva avuto inizio giocando a soli tredici anni nella locale squadra guadagnando due dollari e cinquanta centesimi a partita. Aprì con successo un negozio di liquori…

 

Ma da qui inizia un’altra storia scritta con aderenza e grande passione dal romanziere Granville Wyche Burgess: “The last At-Bat of Shoeless Joe” edito dalla  New York Chickadee Prince Books nel 2019.

 

Precisa volutamente bene l’autore che il libro non è storiografico come i tanti scritti e realizzati sul giocatore Schoeless bensì è solo un racconto immaginario che noi volutamente vogliamo pensare  sia stato  dettato dall’amore verso questo personaggio dalla dura infanzia che l’ha visto presto lavoratore già all’età di sette anni e che pertanto non ebbe tempo e volontà di frequentare mai la scuola e dunque non imparando mai a leggere e scrivere. E tutta la sua vita così è sempre stata subordinata all’incapacità personale di capire lo scritto ed interpretarlo.

Shoeless Joe con Babe Ruth (Foto tratta dal sito www.shoelessjoejackson.com)
Shoeless Joe con Babe Ruth (Foto tratta dal sito www.shoelessjoejackson.com)

Il suo ritorno alle origini dunque porta Jackson di nuovo a contatto con la sua prima squadra, quella del Mulino Brandon, inserita nella Textile Baseball League molto seguita per le accese rivalità tra quelle franchigie aderenti. Qui incontra Jimmy Roberts, il più acclarato battitore della Textile League, che non disdegna di chiedergli esplicitamente di aiutarlo a crescere tecnicamente ancor di più in virtù della sua pluriennale esperienza e talento.

 

E poi emerge un altro personaggio chiave che è Howard Stone, proprietario della franchigia.

 

La novella quindi si dipana tra redenzioni e fantasmi personali specchiando i tre personaggi con interessanti nuovi punti di vista ed approfonditi esami psicologici.

 

Con sapiente conduzione, l’autore li pone dinnanzi a delle scelte che maturano attraverso sogni personali, cocenti flashback ma soprattutto pronti a lottare contro le vicissitudini del passato, l’aridità del presente, la gioia di un futuro. Ed in virtù del gioco, sarà sempre l’uomo che dovrà correre attraverso visioni e paesaggi personali in cerca di una fuga liberatoria o di un perdono da meritare con successo.

 

Attorno ai tre, che ricercano con diverso carattere il fine ultimo della redenzione, si muovono infine altri personaggi che nulla rendono alla storia se non delineare in modo appropriato l’ambiente di quella piccola città del South Carolina  e ad indicare quella ulteriore grande qualità del gioco del baseball: "permettere sempre una seconda possibilità". E che questa finalmente sia da attuare nei confronti di Shoeless Joe con un perdono vero per aprirgli le porte di quella casa madre che è la Hall of Fame. 

 

Un libro sul perdono, un libro che ricerca la redenzione, un libro che umanizza la leggenda, un libro che fa meditare. E l’epopea di Shoeless è destinata a non tramontare mai.

 

Michele Dodde

 

 

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