Il Baseball nella cultura italiana

di Alessandro Calzati

Lo sport, come fenomeno sociale, ha vissuto diverse fasi evolutive e nella cultura contemporanea ha occupato un posto sempre più rilevante, uscendo dai confini della pura pratica agonistica e del mero fatto tecnico per diventare parte della vita quotidiana con importanti ricadute in termini culturali ed economici. Se da un lato gli atleti (del presente e del passato) sono diventati testimonial pubblicitari, personaggi televisivi, autori di testi tecnici o biografici, dall’altro lato si è manifestata l’esigenza di descrivere, spiegare, raccontare e narrare lo sport. In questo senso è molto interessante osservare cosa è accaduto in Italia, in tempi relativamente brevi, nel contesto del baseball. Userò il termine “baseball” per brevità, pur comprendendo questo anche il “softball” come disciplina derivata dal primo. Il batti e corri italiano, nato ufficialmente nel secondo dopoguerra, è stato tramandato e diffuso nei primi tempi secondo una “tradizione orale” (insegnamento diretto e pratica sul campo) e tramite attente letture dei manuali delle Official Rules.  

Negli anni ’60-’80, in cui è cresciuto il numero di squadre e di praticanti, si è sviluppato il settore della manualistica tecnica: su tutti meritano certamente una citazione i manuali di Gigi Cameroni e di Gianni Sbarra.

 

Gli anni ’90 sono stati invece caratterizzati da una prima vera forma di racconto letterario, con la pubblicazione di numerose “biografie” di squadre, solitamente in occasione di ricorrenze (il trentennale, il cinquantennale, ecc…): i veterani hanno voluto mettere nero su bianco le memorie delle squadre, i campionati disputati, i risultati raggiunti, i campioni locali.  Questa è stata certamente la prima vera occasione per elaborare una storia italiana del baseball-softball, pubblicare fotografie, fissare nella storia la strada percorsa, da consegnare a memoria delle future generazioni. 

 

In questo contesto si colloca l’opera minuziosa di Roberto Buganè di creare un Museo del baseball softball italiano in seno alla FIBS: foto, racconti, testimonianze, pubblicazioni, costituiscono un patrimonio enorme in grado di dare dignità storica e culturale ad un movimento sportivo che, a ben guardare, muove i primi passi su suolo italiano addirittura all’inizio del ‘900 e arriva a toccare diversi ambiti della produzione artistica, sebbene in misura marginale: musica, pittura, fotografia, cinematografia, pubblicità.

Tratto da "Tempo instabile con probabili schiarite" di Marco Pontecorvo
Tratto da "Tempo instabile con probabili schiarite" di Marco Pontecorvo

Ciò che mancava, e che costituiva certamente un gap rispetto alla cultura del baseball statunitense, era una produzione letteraria in forma di romanzo. Tutti i grandi film statunitensi, dedicati al national pastime sono la trasposizione cinematografica di altrettanti romanzi: The Natural di Bernard Malamud, For love of the game di Michael Shaara, Shoeless Joe di William Patrick Kinsella, The fan di Peter Abrahams e tanti altri ancora. Probabilmente solo Il grande romanzo americano di Philip Roth (data l’evidente complessità dell’opera) non ha una pellicola dedicata.

 

La più recente produzione letteraria italiana a tema baseball ha compiuto il passo, dichiarando la possibilità anche per questo sport di raggiungere una propria epica ed entrare a far parte della cultura popolare.

 

Così come è interessante, a livello cinematografico, l’inserimento del baseball per spiegare il rapporto tra padre e figlio nel film “Tempo instabile con probabili schiarite” di Marco Pontecorvo, a livello letterario sono altrettanto interessanti le operazioni condotte da Marcello Perich in “Siamo stati giovani insieme”, Giuseppe Carelli ne “Il lanciatore scomparso” e da Giovanni Tommasini ne "Il sogno americano del Tomato Baseball Club”.

Tutti e tre ex giocatori di baseball ma, quel che è più rilevante, tutti e tre autentici cultori della materia.

Perich elabora un autentico amarcord del baseball, interamente imperniato sulla sua carriera sportiva a Bologna di cui però non intende riportare numeri, risultati e statistiche, ma esperienze di vita che hanno segnato in maniera indelebile gli anni della sua giovinezza. Seduto sui gradini dello stadio, di fronte alla magìa di una partita della sua squadra del cuore, l’autore ricorda nomi, fatti, luoghi, personaggi, episodi, profumi di quella magica stagione della vita in cui era lui a far parte di quello straordinario “balletto meccanico” a cui ora assiste con la saggezza di chi conosce e prevede ogni possibile movimento.

 

l libro di Carelli è una antologia di nove racconti, o se preferite nove inning. Il primo inning è un racconto in forma di romanzo poliziesco che ruota attorno alla vicenda di un lanciatore inspiegabilmente scomparso durante una partita. Il secondo inning è dedicato a Shoeless Joe Jackson; il terzo inning ruota attorno alla figura di Ty Cobb.

 

Il quarto inning si snoda tra cronache e leggende, trattando del rapporto tra giocatori di baseball e fantasmi. Il quinto capitolo è permeato da una vena malinconica e onirica al tempo stesso, ripercorrendo le vicende del baseball d’oltreoceano degli anni '40 e '50: è il Travelling Blues del Vecchio Aqualung, personaggio che rimanda ovviamente al panorama musicale dei Jethro Tull.

 

Sesto, settimo e ottavo inning sono tre capitoli autobiografici, dedicati a fatti appartenenti all'esperienza diretta dell'autore: la partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, l’uscita di scena di giocatori affermatisi con la Nazionale Under 18 e la perdita di due amici e compagni di squadra. Infine -ultimo inning- viene trattato il rapporto tra cibo e baseball in tutto il mondo, quasi fosse una festa conclusiva a chiusura di un unico grande racconto o, se preferite, a fine partita.

 

Carelli elabora alcuni temi fondamentali utili alla comprensione del mito del baseball. Uno di questi è certamente la sensazione che tutto sia sospeso tra verità e finzione, tra cronaca e leggenda, tra storia e immaginazione. Tutto accade fuori dal tempo, in un istante o un’eternità. Quello che succede dentro e fuori dal campo ha a che vedere con la ritualità e la tradizione ma anche con l’istinto e l’intuizione.

Se Carelli ci porta ad esplorare e comprendere soprattutto il baseball d’oltreoceano, con Giovanni Tommasini entriamo nel vivo dell’epopea di un baseball esclusivamente italiano, quello della squadra di San Remo, vissuta con gli occhi di ragazzi che hanno imparato ad affrontare la vita attraverso le tecniche e le tattiche del batti e corri su campi di fortuna e in condizioni spesso proibitive, scoprendo incredibili analogie tra le parole di Italo Calvino e quelle del coach, oppure riflettendo sul senso del percorso antiorario, della corsa sulle basi, avendo in mente le parole di Dante Alighieri dai libri di scuola.

 

Il “sogno americano” si scontra con la realtà italiana ed è da questo mix di saperi e conoscenze antiche e moderne che prende corpo la vicenda umana dei “piccoli inconsapevoli eroi del baseball”.

 

Se c’è una frase che potrei prendere a simbolo di tutta l’opera di Tommasini, perfetta sintesi di tutti i contenuti del libro, questa è certamente “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in seconda base”.

 

Assistiamo dunque alla emancipazione di un genere letterario, un’autentica presa di coscienza di un movimento sportivo - “minore” ma estremamente complesso e còlto- che finalmente esce dagli schemi della manualistica e delle “strenne” autocelebrative per allargarsi e comprendere la vita quotidiana nelle forme del racconto e del romanzo. Questo forse anche perché il baseball non è solo uno sport nel senso tecnico del termine, ma un insieme di discipline; o forse anche perché i tempi e i modi di fruizione dello sport, in generale, sono oggi molto cambiati e ciò che venti-trent’anni fa si risolveva nel recinto di un campo da gioco, oggi viene vissuto come una esperienza multidisciplinare di partecipazione ad una sport community.

 

A quando, dunque, una cinematografia del baseball tutta italiana?

 

 

Alessandro Calzati

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Commenti: 3
  • #1

    Michele (mercoledì, 26 febbraio 2020 12:28)

    Grazie Alessandro, analisi concreta e condivisibile. Inoltre precisa la rilettura sintesi dei due libri. Ed è vero: in Italia è ancora latente una cultura tra i giovani che sia via della propria vita.

  • #2

    Enrico Camporese (mercoledì, 26 febbraio 2020 14:17)

    Bravo Alessandro, questa volta condivido in pieno il tuo pensiero sul baseball

  • #3

    Antonio Consiglio (giovedì, 27 febbraio 2020 18:53)

    Articolo ben scritto e con spunti di riflessione molto interessanti. Secondo me il Baseball & Softball appartengono alla nostra cultura e alla nostra tradizione più di quanto noi stessi possiamo immaginare, come d'altronde tutto ciò che riguarda l'epoca del secondo dopo guerra in particolare. Forse non siamo riusciti a "coltivare" in maniera adeguata il tutto affinché il germoglio fiorisse e sbocciasse in maniera definitiva. "L'uno contro tutti" del Baseball & Softball dovrebbe entrare nei libri di scuola e nei manuali di formazione di crescita personale ! Complimenti Alessandro Calzati.