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Il pensiero segreto

John Robertson Art
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di Michele Dodde

Il 30 gennaio di 101 anni fa nasceva Jackie Robinson

Jackie Robinson non lo avrebbe mai confessato a nessuno, nemmeno sotto tortura, ma quando il 15 aprile del 1947 entrò negli spogliatoi dell’Ebbets Field lì a Brooklyn le sue gambe ebbero più di qualche tremolio e con la testa bassa si diresse là dove era posizionata la sua casacca. Nei giorni precedenti aveva bighellonato tra le vie della città con le mani in tasca  indossando un maglione a collo alto con un cappellino da baseball anonimo sulla testa, ed aveva provato molto beneficio guardando le vetrine e riflettendosi su di esse aveva gioito per quanto gli stava capitando. A lui, proprio a lui, nel baseball. 

Oggettivamente si sentiva consapevole che dal punto di vista sportivo migliore di lui era stato suo fratello Matthew capace di vincere durante le Olimpiadi di Berlino 1936 una medaglia d’argento nei duecento piani dietro il mitico Jesse Owens, però lui si era dimostrato anche duttile in diverse discipline. Era bravo nel Basket, nell’Atletica Leggera nella specialità del salto in lungo, nel Tennis, nel Baseball ma soprattutto nel Football da cui si aspettava di essere messo sotto contratto da qualche franchigia.

Bart Forbes Art
Bart Forbes Art

Ed invece era stato quell’occhialuto presidente dei Dodgers, Branch Rickey, ad averlo contattato per verificare se era disponibile a firmare un contratto per giocare con la sua squadra.

 

Quel Branch lo aveva affascinato perché apertamente gli aveva fatto capire che non gli interessava quanto egli fosse bravo nel gioco, ma quanto egli fosse forte e determinato a sopportare le ingiurie e le controversie senza reagire.

 

In effetti era consapevole che era stato scelto quale novello gladiatore da immolare come un agnello in sacrificio su campi da gioco che dal 1890, in ottemperanza a quelle stramaledette “Leggi Jim Crow”, avevano visto squadre, nella tanto snob Major League, composte solo ed esclusivamente da giocatori bianchi. Gli altri, quelli afroamericani o di altro colore, giocavano in campionati separati coordinati dalla Negro League. 

 

Certo non riusciva a capire il perché Branch avesse imboccato quella strada a senso unico che portava direttamente ed apertamente ad infrangere quella serpeggiante barriera razziale, la baseball color line, ma ormai per caparbietà e per essere rispettato come essere umano aveva firmato il contratto.

 

Era una sfida, come successe quella volta sull’autobus, ma voleva sentirsi forte dinnanzi ai futuri insulti razziali sia da parte dei tifosi sia da parte degli avversari e forse anche da parte dei suoi compagni di squadra.

 

Ma ormai aveva deciso e, come tanti altri negri erano riusciti ad affermarsi nel mondo dello spettacolo, nella letteratura ed in altre discipline sportive, lui si sarebbe affermato lì, nel mondo del baseball. Certo era stato confortato molto quando oltre a Branch anche il manager Leo Durocher prese posizione nel presentarlo ai suoi futuri compagni di squadra dicendo: 

Robert Finkler Art
Robert Finkler Art

Non mi importa se il ragazzo è giallo o nero, o se ha le strisce come una fottuta zebra. Io sono il manager di questa squadra e dico che lui gioca con noi. C’è dell’altro, io dico che lui ci può rendere tutti molto più ricchi. E se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, farò del tutto per cederlo”. 

 

Ed ora era lì tra gli odori degli unguenti alla canfora ed il sudore e meticolosamente si stava allacciando le scarpe dopo aver indossato la divisa completa che sapeva essere già stata usata. Ma quel numero 42 gli piaceva e non voleva perdersi in chiacchiere. 

 

Quando entrò nel dugout davanti a 23.000 spettatori non sentì alcun suono poiché gli sembrò di essere giunto nei sognanti Elysian Fields, quegli “ideali e munifici giardini di felicità concessi dagli dei alle anime dei buoni”.

 

Poi successe che quando arrivò il suo turno di battuta vide semplicemente il manager Durocher che gli batteva con fare impassibile e distaccato una pacca sulla spalla sussurrandogli: “Vai, e sii te stesso”. E più nulla. Per lui invece quell’andare nel box di battuta stava diventando il momento della verità, il momento atteso da una vita per la vita.

 

E velocemente gli apparve il frenetico diorama del suo passato sino a quando per la prima volta, lasciando il guantone, andò a scegliere la mazza per lui idonea alla battuta. E come stringerla con le dita delle mani e non con i palmi delle stesse allineando le nocche per bloccare i polsi. E come era certo ora di poter osare l’inosabile poiché si stava ripetendo quell’antica  nenia: “Che la Forza possa realizzare il tuo volere”.

 

Ma ora non doveva più dare importanza al passato, poiché esso era ed è solo memoria di eventi trascorsi. Il futuro no, quello poteva e doveva essere realizzato quale successione di tanti istanti presenti. E il suo futuro stava iniziando ora lì ed era consapevole che la sua preparazione era stata finalizzata a quell’evento. Gli insulti che stava ricevendo, e molti più crudeli di quanto si aspettasse, gli stavano facendo tremare i polsi. Ma quell’indemoniato Branch glielo aveva profetizzato. Maledetto, come sopportare tutto ciò, lui che poi aveva servito in armi la nazione in cui viveva persino da ufficiale!!!. Maledetto Branch, ma come era riuscito a convincerlo… 

Stephan Holland Art
Stephan Holland Art

Meglio non sentire più nulla, lui non era lì, era negli Elysian Fields dove ogni momento è velato di miele, dolce miele.

 

Doveva solo pensare che ogni particolare della sua preparazione era stato delineato con scrupolosa attenzione senza nulla togliere al caso.

 

L’idea che di lì a poco sarebbe andato a battere lo stava attanagliando come quando ebbe il suo primo incontro segreto con l’amante, ed è per questo che ora desiderava isolarsi andando ad amare il silenzio. Quel silenzio che troppe volte gli aveva parlato con il linguaggio muto dei saggi. Quel silenzio che tante volte aveva sovrastato le parole crudeli ed inopportune per incidere direttamente sul cuore. Quel cuore che da sempre gli stava donando pulsazioni e vertigini. Ed ancora di più ora poiché era fortemente consapevole che con quella frase:”Vai, e sii te stesso” il suo manager gli aveva trasmesso il senso vero di credere in se stesso. 

 

Da lui dunque egli attendeva un gesto asciutto ma con un repertorio più ricercato ovvero un dettaglio stilistico meditato da un pensiero esecutivo. Ovvero una battuta che lo personalizzasse in quella comunione di solitudine affinché potesse sfidare gli eventi negativi con l’aiuto del proprio dio sconosciuto. Con il volto duro sotto il caschetto e lo sguardo fisso davanti verso il lanciatore suo futuro prossimo, con quella pazza voglia di essere lì per delineare quell’intrinseco ed unico valore in cui credere, Jackie si posizionò nel box con i piedi leggermente divaricati e le ginocchia appena flesse.

STEPHEN GARDNER Art
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Quando l’arbitro con voce roca chiamò il play ball, sentì svanire la tensione e, dopo aver fissato per un attimo gli occhi del lanciatore, ne seguì solo il movimento del braccio sino al rilascio della palla memorizzando l’apertura delle dita della mano per intuire quel percorso che era diventato lo specchio convesso della sua vita.

 

Lo stride fu automatico e quando sentì che aveva colpito la palla provò il fremito dei polsi che si scioglievano e ruotavano permettendo alla mazza di completare lo swing. Il mento, ripiegato sulla spalla posteriore, stava guidando i suoi occhi a fissare il punto di contatto.

 

Poi si scosse lasciando cadere la mazza e correndo verso la prima base guardò disincantato la palla che si era alzata e volava, volava, e volava, volava fin quando l’urlo degli appassionati coprì la sua fase discendente ben oltre la rete dell’esterno sinistro. Aveva realizzato il suo primo fuori campo ma la blanda corsa sulle basi gli stava facendo intuire il senso vero del grande valore di quella battuta.

 

Quella battuta, nella sua esecuzione, era diventata la sua personale ricerca per affermare i propri diritti di essere considerato un essere umano e libero.

 

Michele Dodde

 

 

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Commenti: 3
  • #1

    Marcella De Rubertis (giovedì, 30 gennaio 2020 11:15)

    Se continui a postare articoli come questo, c'è il rischio che la tua vecchia amica finisca per appassionarsi a questo sport

  • #2

    eziocardea@hotmail.it (sabato, 01 febbraio 2020 14:00)

    Gentilissima Signora De Rubertis,
    come ha fatto a resistere finora al contagio del baseball essendo amica di un personaggiio come Michele che sa cogliere e descrivere magistralmente la magia di questo sport e dei suoi innumerevoli e fantastici protagonisti!

  • #3

    Marcella De Rubertis (sabato, 01 febbraio 2020 19:01)

    Gentile amico del mio amico,
    lei sa bene che non si può amare ciò che non si conosce
    Dando tempo al tempo potrebbe accadere ciò che per me sarebbe stato impensabile: apprezzare tale gioco, mentre da sempre ho potuto apprezzare la prosa appassionata del nostro amico