Panino con la mortadella

di Franco Ludovisi

1954 CALZE VERDI

A quei tempi, quando si andava in trasferta, la Società non forniva pasti ai giocatori: tutti si dovevano organizzare per portarsi da casa almeno qualche panino. Mi capitò di fare una trasferta a Trieste dimenticandomi a casa le vettovaglie e in tasca non avevo un soldo, come sempre. Come era uso allora nessuno si mosse a compassione per la mia situazione e imparai a mie spese quanto fosse duro arrivare al giorno appresso, dopo una lunga trasferta e una partita accesa, con un solo limone rimediato casualmente!

Sempre nel 1954, dopo qualche tempo, le cose migliorarono e la Società che aveva  ottenuto qualche disponibilità metteva a disposizione degli atleti una mezza mortadella per confezionarci dei panini al momento del bisogno.

 

Per regolare la distribuzione della mortadella e quindi la confezione dei panini la Società si affidava ad un personaggio al seguito, tale Saguatti, che aveva compiti di taglio e dosaggio delle fette nei singoli panini.

 

Purtroppo questa persona aveva il brutto difetto di infilarsi spesso le dita nel naso e ricordo quanti espedienti si tentavano, sempre inutilmente, per potersi confezionare in proprio il panino.

 

La fame alla fine vinceva sempre sulla repulsione.

1954 TRIESTE

Trieste negli anni seguenti la seconda grande guerra, anni di cui stiamo parlando, era un Territorio Libero sotto la sovranità degli Alleati e gli americani vi risiedevano in gran numero e quindi necessitavano di numerosi campi da baseball per esercitare il loro sport preferito.

 

Il campo principale era il “Soldiers Field” a Villa Opicina campo già citato in precedenza.

 

Un altro campo a disposizione oltre che delle truppe americane anche della locale squadra dei Red Sox era un campo defilato in mezzo alla campagna a cui si accedeva attraverso uno stretto sentiero in mezzo ad un terreno incolto e pieno di sassi.

 

Tanta era sempre la voglia di giocare e di cimentarci con gli avversari che iniziammo il riscaldamento del braccio già sul sentiero, tirando ad ipotetici bersagli ed in questo ci distinguevamo molto io stesso e Piero Venzo per gli intimi “daint ed fer”(denti di ferro per via di due denti ricoperti appunto di tale metallo, come usava a quei tempi, tanto che Angelo Tonielli in arte “Carruba” sosteneva dovessero venir puliti non col dentifricio bensì col Sidol, prodotto che si usava appunto per la pulizia dei metalli in genere).

 

Non fu poca la sorpresa di tutti noi quando, al termine del sentiero, leggemmo un cartello, gemello di quello che non avevamo notato all’inizio della stradina, che ci avvertiva che avevamo appena attraversato una …ZONA MINATA! 

Disegno Anime Sawamura
Disegno Anime Sawamura

1956 FORTITUDO

Piero Parisini era già “Piero Parisini” a quei tempi:

era il segretario della società e ne sarà l’anima insostituibile per lunghissimo tempo.

 

Giocatore tecnicamente molto valido, con forte personalità, per me, che allenavo giocando, era un sicuro punto fermo, un giocatore da gestire in meno.

 

Ricordo che fra noi-io in pedana e lui in prima- quando individuavamo un avversario adatto a subire (e che si meritava questa nostra prevaricazione) scattava una tacita intesa:

con un corridore sulla prima, io assistevo a Piero con un tiro alto al limite della presa e lui, dopo la presa stessa, calava guanto e palla sul collo del corridore che a quel tempo ritornava sempre in piedi alla base.

 

L’impatto era forte, ma l’esecuzione corretta e non sanzionabile tanto che nessuno poteva recriminare.

 

E non recriminava nemmeno Ballarini Agostino, mitico animatore del Longbridge di quegli anni, che era una delle vittime preferite, anche in virtù del fatto che Ballaro era un audace ladro di basi e prendeva notevoli distacchi che andavano ridimensionati anche con l’intimidazione.

 

Franco Ludovisi

 

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Michele (giovedì, 16 gennaio 2020 10:09)

    Ricordi indelebili di una storia vera e vissuta. E di un cammino nel mondo del baseball italiano ineguagliabile...

  • #2

    franco ludovisi (venerdì, 17 gennaio 2020 10:04)

    E soprattutto irripetibile.
    Non solo per merito di chi l'ha vissuto in prima persona, ma per le condizioni di vita che lo hanno reso possibile.
    Avevamo poco o nulla?
    Domani avremmo avuto qualcosa di più.
    Ora è diventato difficile avere qualcosa in più senza rinunciare a qualcosa che già abbiamo e che ci impedisce di fare quello che si dovrebbe fare.