I manager non sono tutti uguali

MANAGER: L’UNO NON VALE L’ALTRO

di Frankie Russo tratto da detroitnews.com

A volte le squadre devono assumere il manager per essere competitive nell’immediato, a volte la scelta è in funzione a un programma a lungo termine. Una società non può assumere un manager con le stesse caratteristiche se l’obiettivo della squadra è lavorare sui giovani e lo stesso se l’obiettivo è la vittoria finale. Per una squadra in crescita la scelta deve cadere su uno che sa adattarsi ai giocatori che ha a disposizione. Vi sono coloro che sanno lavorare meglio con i giovani mentre altri si adattano meglio a gestire i veterani con forti personalità. Altri sanno quando premere a fondo sull’acceleratore e quando trattare situazioni difficili con la necessaria calma. Poi ci sono coloro che non si deprimono facilmente e sanno offrire un sorriso, un umorismo e una pacca sulle spalle ai loro giocatori quando la squadra sta attraversando un momento difficile. Insomma, il ruolo del manager sta cambiando ultimamente e soprattutto per tre motivi principali. 

Il primo per l’importanza che ormai le organizzazioni danno alle analitiche.

I manager una volta erano gli unici responsabili nel determinare le strategie di gioco. Ora non più.

Gli addetti alle analitiche sono ormai dappertutto, negli spogliatoi e nel dugout indicando le strategie da applicare. 

 

Quelli nel dugout vengono definiti “quality control coach” o altra definizione, troppo lunga o quasi incomprensibile. Essi hanno il compito di trasmettere le informazioni dal dipartimento analitico al manager, ai coach e ai giocatori. 

 

I manager sono oggi in continua evoluzione. Le società non cercano quelli che hanno acquisito esperienza nelle minors. Molti di essi vengono addirittura scelti dal college.  Molti non hanno nemmeno allenato nelle minors, magari hanno solo giocato. Altri addirittura non hanno nemmeno mai giocato. 

 

Molti hanno fatto la loro esperienza in TV nei talk show. Nelle majors oggi, almeno un terzo dei manager proviene da queste esperienze. Esperienze che sono state importanti per le capacità comunicative acquisite. 

 

I manager oggi sono dei part-time manager, hanno sempre meno potere sulle decisioni da prendere. E sempre più devono avere un curriculum che dimostri di avere le capacità per essere credibili negli spogliatoi, di saper comunicare in modo efficace e saper motivare. 

 

Al manager moderno si chiede di saper ben comportarsi davanti ai media, è la TV il loro stage, non più l’esperienza nelle minors. È il modo migliore per sentirsi a proprio agio di fronte ai media quando si tratta di spiegare in modo semplice le strategie e farsi capire dai tifosi e anche dai giocatori. 

 

Ed è anche uno dei motivi per cui vediamo sempre più spesso manager essere licenziati nonostante abbiano ottenuto risultati positivi. Le società vogliono guardare ben oltre il semplice risultato per cercare di far meglio. Lo scorso anno 8 manager sono stati licenziati o non confermati. Molti avevano ottenuto risultati abbastanza soddisfacenti e che in passato avrebbero garantito loro la conferma anziché una lettera di licenziamento. 

 

Prima di vincere le ultime World Series, negli ultimi anni i Nationals hanno visto una fila di manager alternarsi nonostante avessero portato la squadra ai playoff, ma poi sono stati eliminati al primo turno. Gli Yankees decisero di non prolungare il contratto a Joe Girardi anche se avevano giocato le finali delle WS, con la motivazione che i giocatori più giovani avevano difficoltà a comunicare con lui.

Quest’anno si è potuto assistere al licenziamento di un GM 8 mesi dopo aver conquistato il titolo delle World Series.

 

Anche spendere troppi soldi per free agent devastando il farm system dei talenti e senza un programma a lungo termine può essere un valido motivo per il licenziamento, specie se non si riesce a ripetere il successo dell’anno precedente. Si pretende sempre di più.

 

Ed è anche il motivo per cui Theo Epstein dei Cubs, non ha rinnovato il contratto a Joe Maddon. Mentre ha speso parole di elogio per il suo amico/manager che ha portato il titolo a Chicago dopo 108 anni, Epstein ha detto che alla squadra serviva una nuova cultura di responsabilità mentre la squadra era ancora in grado di competere.

 

Le nuove restrizioni nei confronti non sono le sole ragioni per cui le società mostrano la porta ai manager. È anche a causa dei soldi investiti e la crescente contrazione dei tempi per essere competitivi. Le squadre devono sapere utilizzare al massimo e nel più breve tempo possibile le qualità dei loro giovani talenti prima che diventino free agent e richiedono contratti a otto e anche a nove cifre. 

 

È una questione di tempo oltre che essere una questione di tetto salariale.  

 

Gli Angels hanno esteso il contratto di Mike Trout per 12 anni a 424 milioni. Il loro obiettivo è di evitare che il miglior giocatore dell’era moderna possa terminare la carriera senza andare mai ai playoff e senza la possibilità di conquistare il tanto ambito anello.

 

Per soddisfare le loro esigenze e quella dei giocatori, la società ha intervistato altri 5 manager prima di assumere Maddon, e state pur certi che Trout era al centro di molte di quelle discussioni. E così gli Angels sono sul mercato per rafforzare il roster e certamente la scelta del manager non poteva cadere su uno alle prime armi. 

 

Lo stesso succede in Philadelphia. Con l’acquisto di Bryce Harper lo scorso anno, aver terminato la stagione a 500 non è stato sufficiente per confermare Gabe Kapler. Troppi soldi coinvolti per un manager con poca esperienza. E così i Phillies hanno preso Joe Girardi, un manager vincente e che dovrà riportare la squadra ad essere contendente. 

 

Ecco spiegato perché l’uno non vale l’altro. 

 

Frankie Russo

 

 

Mike Trout (Marcio Jose Sanchez/Associated Press)
Mike Trout (Marcio Jose Sanchez/Associated Press)

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