AJ Hinch, dal fallimento alle World Series

di Frankie Russo tratto da ESPN.com

Nel 2010, come manager, AJ Hinch fu un completo disastro. Nel 2017 vinse le World Series con gli Houston Astros e nel 2019 è nuovamente finalista. Cosa è cambiato? Di prese al volo George Springer ne ha effettuate tante nel corso della sua carriera, ma quella  effettuata nelle ALCS del 2017 sulla battuta di Greg Bird fu una speciale. Quella presa significava che gli Houston Astros andavano alle World Series. Springer non sapeva cosa fare con la palla. Come prima cosa se la mise in tasca e corse sul monte per festeggiare  con i compagni, ma ad ogni salto sentiva che quella palla pesava sempre di più. 

La tentazione era di tenersela per sé, ma cosa aveva fatto per meritarsela. D’altronde era stato solo un caso che la palla fosse stata battuta proprio a lui e non una questione di merito.

 

Poi nel dugout vide lo smagliante sorriso di AJ Hinch, un sorriso che lo portava indietro con i ricordi: il ricordo di come avesse gestito le emozioni durante il periodo dell’Uragano Harvey; il ricordo di tutti i messaggi inviati ai giocatori quando avevano attraversato momenti di crisi o quando avevano bisogno di un giorno di riposo; la silenziosa saggezza con cui aveva gestito i periodi di crisi della squadra alleviando lo stress dei giocatori. 

THOMAS B. SHEA/USA TODAY SPORTS
THOMAS B. SHEA/USA TODAY SPORTS

Certamente Springer non conosceva i particolari di quei pensieri: di come la carriera al liceo di Hinch fu oscurata da giocatori migliori di lui; di come aveva deciso di smettere con il baseball dopo la morte del padre prima che lo potesse vedere debuttare al college; di come la sua prima e amara esperienza manageriale in Arizona inculcò seri dubbi se era il caso di continuare o meno e se mai gli fosse stata concessa un’altra opportunità. 

 

In quei pochi secondi che trascorsero nella corsa dall’esterno centro al monte, a Springer tornò in mente il discorso di Hinch allo spring training del 2015, il suo primo anno da manager. Hinch aveva a disposizione una squadra molto giovane, piena di talenti si, ma con un record con più di 100 sconfitte in tre delle ultime quattro stagioni.

 

Springer era al suo primo anno da titolare, Jose Altuve era già una stella e Carlos Correa stava sgomitando nelle minors.  La prima domanda che si pose Hinch fu: Perché qui nessuno parla di vincere? Lo chiese alla dirigenza e prima di entrare in campo per la prima partita, rivolgendosi alla squadra disse: “Non stiamo qui solo per fare presenza, stiamo qui per vincere. La squadra è abbastanza talentuosa per poter vincere e non sono più i tempi per essere mediocri”.

Vedere il suo manager correre per il campo abbracciando i giocatori, sorridendo e con le braccia in aria fu il segnale, la palla doveva essere la sua. Springer la fece autografare da tutti i compagni e con un abbraccio la consegnò a Hinch.

 

Nella storia del baseball c’è sempre stato un percorso ben definito per diventare un manager nelle majors. Prima si è giocatori, poi manager nelle minors impartendo istruzioni sui fondamentali. Da lì si costruisce un curriculum, si comincia a guardare in avanti, passo dopo passo.

 

Gli anni passano, matura l’esperienza. Si diventa manager in Triplo A, poi coach dei battitori delle majors, e poi bench coach. Poi finalmente si presenta l’opportunità. Queste regole sono state sempre il catechismo di questo sport.

 

Nel 2009, allora 34enne nell’organizzazione dei Diamondbacks, a Hinch fu proposto di essere  manager di una squadra. Hinch, non avendo mai ricoperto il ruolo di coach e tantomeno da manager, pensava che l’incarico fosse per una squadra del settore giovanile. Invece l’incarico fu per una squadra di Singolo A.

 

Prima di allora, per decenni tra l’ufficio del manager e quello della dirigenza esisteva un muro insormontabile per cui uno era addetto alla compilazione del line-up, l’altro decideva il roster. Nemmeno Billy Beane, con la sua filosofia da Moneyball, aveva osato tanto nell’assumere un manager senza esperienza.

 

Quindi, prima di accettare, Hinch si prese una settimana di tempo per riflettere che spese osservando varie squadre della lega. Lo scopo era di studiare come erano e come si comportavano i manager di successo: Erano forse tecnici con anni di esperienza? Erano di carattere forte che non mostravano mai momenti di debolezze e/o emozioni? Erano severi con i giocatori? Prendeva nota di tutto  mai sottovalutando le loro capacità. 

Nella foto Miguel Montero
Nella foto Miguel Montero

Dopo aver accettato l’incarico, agli inizi Hinch si comportava diversamente da quello che in effetti era,  cercava di imitare gli altri manager  creando di fatto un guscio di protezione intorno a sé.

 

A rendere le cose più complicate, in squadra c’erano giocatori più anziani di lui e con i quali aveva giocato in passato ed ora si trovava nella situazione di dover decidere se schierarli in campo o meno.

 

Ma Hinch aveva dalla sua la comunicazione, parlava spesso con i giocatori e serviva loro da mentore.  Anche le sue idee innovative erano in contrasto con la dirigenza: Hinch schierava i suoi migliori rilievi nei momenti più critici invece di utilizzarli in ruoli già definiti; nel compilare il line-up prestava particolare attenzione alle analitiche ed in ultimo, al posto di un veterano, promosse un giovane ricevitore perché vedeva in lui un futuro campione (tale Miguel Montero). 

 

Non importa se le sue idee fossero di solo tre/quattro anni in anticipo rispetto ai tempi da venire, come l’uso del bullpen e particolare attenzione che prestava alle analitiche. Per i critici non era nemmeno un innovatore ma semplicemente un giovane manager senza esperienza alcuna e tutte le decisioni erano futto di scelte occasionali.

 

Hinch fu assalito dai media quando per la prima volta un suo giocatore fu espulso senza che intervenisse in suo supporto. Hinch si difese dichiarando che era stata solo la colpa di un manager inesperto al quale la situazione gli era capitata per la prima volta, ma era servita da lezione.

 

Scalpore suscitò anche quando decise di far salire sul monte JC Guiterrez nel settimo inning quando generalmente lanciava solo nell’ottavo, in effetti all’epoca era una rivoluzione. Guiterrez lanciò due inning prima di consegnare la palla al closer. Hinch dimostrò di essere avanti negli anni. 

Ma Hinch non si considera un apripista, piuttosto uno scout con fiuto. Ma nonostante il suo fiuto non ebbe vita lunga in Arizona.  Nel luglio 2010, con un record perdente di 89-123, Hinch fu licenziato e per un tecnico alle prime armi e con una carriera interrotta così presto, era molto difficile che gli potesse essere offerta un’altra occasione.

 

Un fallimento di questo genere, veloce e con innovazioni sostanzialmente incomprese, generalmente rappresenta l’anticamera della fine.

 

I Padres lo assunsero come speciale assistente per il GM, ma l’esperienza di Arizona continuava a tormentarlo.  Nel 2012 ebbe un colloquio con gli Astros che preferirono Bo Porter (con il senno del poi la scelta evitò a AJ un paio di centinaia di  sconfitte).

 

Nel 2013 ci provò con i Cubs ma senza successo. Ancora con gli Astros nel 2015 si riaprirono le trattative, ma c’era qualcosa che impediva di concludere il contratto, qualcosa che ancora non convinceva l’organizzazione.  Hinch aveva convinto su quasi tutto: era in possesso di una buona laurea, aveva una ottima preparazione tecnica e un buon rapporto con i media. Il vero problema era il rapporto con i giocatori. Ma come, si chiedeva Hinch, era in discussione proprio ciò che egli riteneva fosse il suo punto di forza?

 

Il sospetto fu che forse era trapelata qualche indiscrezione del tempo trascorso in  Arizona. Ma alla fine i dirigenti si convinsero e gli fu assegnato l’incarico nonostante l’inesperienza nelle majors.

 

Ma nel frattempo il baseball stava cambiando e vi erano stati casi  come quelli di Mike Matheny con i Cardinals e di Brad Ausmus con i Tigers, i quali avevano ottenuto risultati positivi già al loro primo anno manageriale. Nel contempo si andava via via sgretolando quel famoso muro  tra l’ufficio del GM e i manager che avrebbe poi lasciato maggiore spazio per una più laboriosa collaborazione tra i due settori. 

Gli Astros passarono da un record di 70-92 del 2014 alla partecipazione alla Wild Card nel 2015 con un record di 86-76. Il successo di Hinch gli procurò la non brillante reputazione di “Manager dei giocatori”, che derivava dal suo modo di dare una pacca sulla spalla dei giocatori, di sventolare l’asciugamano reagendo come se egli stesso fosse un giocatore come se volesse rifiutare di mostrare la sua più avanzata età.

 

Questo appellativo era in contrasto per come lo aveva giudicato il GM Luhnow, ma Hinch si divertiva con i giocatori, gli piaceva essere parte della loro vita e gli piaceva intrattenere con loro relazioni amichevoli. Insomma, qualsiasi cosa che rendesse i suoi giocatori felici. 

 

Nel 2016, al suo secondo anno da professionista, Alex Bregman fu convocato per far parte del roster dei titolari. Il suo inizio fu a dir poco deludente con uno 0-17 in battuta nelle prime cinque gare. La decisione di Hinch sembrò essere in controtendenza e forse controproducente: infatti spostò Bregman dalla settima posizione nel lineup alla seconda. Bregman cominciò a produrre e da allora fino alla fine della stagione realizzò una MB di 288. Quanti manager avrebbero preso il rischio di una tale decisione? Solo uno che capisce la psicologia e le motivazioni dell’individuo. Evidentemente la laurea in psicologia cominciava a dare i suoi frutti.

 

Riferendosi alle WS del 2017, Springer elogia il talento di Hinch di come riesce a coniugare insieme la gestione caratteriale del giocatore con le statistiche. Dopo un 3x26 nell’ALCS, la crisi di Springer continuò rimanendo  kappa quattro volte in Gara 1 delle WS.

 

Nella conferenza post partita a Hinch furono sottoposte due opzioni: A) se mettere Springer in panchina, o B)  se spostarlo più in basso nel lineup per alleggerire lo stress.  Hinch ha sempre protetto i suoi giocatori e non aveva intenzione di demotivare Springer. Aveva avuto una sola brutta prestazione, non c’era motivo per demotivarlo. Hinch inviò un messaggio al suo giocatore:

 

“Non si tratta dello 0x4 o gli strike out, si tratta di te che vai in campo senza divertirti e non riesci a goderti questo momento che forse non ti capiterà mai più nella vita. Ho fiducia in te. Domani sarai ancora il nostro leadoff e sarai il nostro punto di forza”. 

 

“Non ti deluderò” fu la risposta immediata di Springer.

Nelle rimanenti sei gare Springer realizzò cinque fuoricampo,  portò a casa sette punti e fu nominato MVP delle World Series.

 

Un’ora dopo che gli Astros avevano sconfitto i Dodgers, al centro del diamante i media intervistavano Springer e al suo fianco c’era Hinch con lo sguardo rivolto al cielo. Stava condividendo quel momento magico con suo padre.

 

Nel 1993, in high school, durante un allenamento, Hinch e il suo allenatore  Mark Marquess furono convocati in ufficio. Era strano, Marquess non avrebbe mai interrotto un allenamento.

 

In ufficio Marquess trovò la madre di Hinch, Becky, la quale gli confidò che il marito Dennis era morto all’età di 39 anni per un arresto cardiaco e lei non sapeva come comunicarlo al figlio. Toccò a Marquess dare la notizia, la cosa più triste della sua vita da allenatore. 

 

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, a Hinch fu proposto da parte di papà Dennis di scegliere un regalo  tra un’auto e un tunnel di battuta. Hinch scelse la seconda. Dopo la morte del padre,  e per stare vicino alla madre, Hinch rifiutò di tornare a scuola, e così Becky risolse il problema trasferendosi a Stanford dove studiava il figlio e lì rimasero fino alla laurea in psicologia.

 

Dopo l’ultima eliminazione di Gara 7 delle WS, il primo pensiero di Hinch andò al padre. Dennis era il motivo per cui giocava a baseball,  era colui che gli aveva insegnato a giocare ed era colui con il quale poteva sempre parlare di baseball.

 

Non lo aveva mai visto giocare a livello di college e nemmeno allenare, ma Hinch sapeva che il padre era sempre lì con lui. Dopo i funerali e prima di tornare a Stanford, mentre frugava tra le cose del padre, Hinch trovò un biglietto aereo. Dennis non aveva detto nulla al figlio, ma voleva fargli la sorpresa di recarsi a San Francisco per vederlo giocare la prima volta al college.  Quel biglietto è ora gelosamente conservato come una reliquia nel cassetto della sua scrivania. 

 

Era passata solo qualche settimana dalla conquista del titolo quando AJ e Erin, sua moglie, erano seduti nello spazioso salotto della loro casa nei sobborghi di Houston.  AJ e Erin si conoscono da quando lui era un discreto ricevitore in Triplo A con gli Athletics e lei una studentessa all’università di Arizona. Al loro primo appuntamento Hinch pensò di impressionarla dicendo che un giorno avrebbe giocato nelle majors. Lei annuì, e dal tono della voce capì che era qualcosa di cui lei doveva essere fiera e chiese:

OK, ma che cosa sono le majors?”

Ad oggi, ancora in città non si fa altro che parlare del primo titolo delle World Series conquistato dagli Houston Astros, ma non è quello l’unico orgoglio.  Infatti, sono in molti a credere che quella vittoria ebbe un impatto sugli abitanti di Houston che va ben oltre lo sport per come quella squadra formata da un gruppo di giovani abbia reagito e gestito il disastro dell’Uragano Harvey, infondendo nella cittadinanza una impronta indelebile. 

 

Infatti, il ricordo più significativo dei coniugi Hinch non fa riferimento a quanto accaduto in campo, ma è rappresentato da una foto in cui si vede in una casa semidistrutta  un televisore allacciato su un generatore di corrente e appoggiato su una scatola di legno che funge da tavolino mentre una famiglia guarda una partita dei playoff .

 

Nel 2015, Hinch convocò tutti i giocatori e si presentò alla squadra con un breve discorso:

Alzi la mano se c’è qualcuno qui dentro che ha già giocato nelle World Series”. Ad alzare la mano furono solo in due o tre.

 

“Ebbene, verrà il giorno in cui sarò l’uomo che non dovrà più porvi questa domanda,  ma che dovremo iniziare a pensare a un futuro pieno di successi”.

 

Nello stesso momento di quel 2015, Erin era in un negozio di articoli sportivi con molti altri clienti che vestivano e compravano articoli degli Astros. 

Hai detto chi eri?” chiese AJ.

Oh no, mi sarei vergognata da morire al solo pensiero”. Rispose Erin.

 

Dopo tre anni, seduti nel divano di casa, AJ abbraccia la moglie  e chiede:

“Cara, che dici? Non credi sia arrivato il momento di dire veramente chi è tuo marito?”. 

E nel 2019 la storia si ripete.

 

Frankie Russo

 

Nella foto Erin e AJ Hinch
Nella foto Erin e AJ Hinch

Scrivi commento

Commenti: 2
  • #1

    Salvatore (lunedì, 21 ottobre 2019 13:41)

    articolo bellissimo e commovente, ricco di enorme significato.
    Frank hai fatto un home run strepitoso.bravo

  • #2

    Frankie (martedì, 22 ottobre 2019 08:05)

    Grazie tante Salvatore, anche se devo sottolineare che con quel poco che ho giocato non ero molto bravo in battuta, predilegevo la difesa. haaaaa ...e cmq continua seguirci, siete voi lettori che ci date la carica per continuare