Si chiamava Virginia

di Marcello Perich

Introduzione di Allegra Giuffredi

Questa volta l’Amico Marcello Perich, ci racconta di una figura molto romantica ed eterea, perché nel baseball ci sono anche queste particolari figure. Marcello ci parlerà di una “donnina” dal nome evocativo, perché si chiama come la sua adorata nipotina. Ma prima, lasciatemi fare una veloce introduzione, perché lo scritto del nostro Narratore, ha evocato parecchi ricordi anche a me.

 

Negli stadi di baseball, di tutto il mondo spesso si incrociano coloro che ci danno ristoro, portando a tracolla, bibite e generi di conforto come gelati, hotdogs e patatine fritte e in special modo negli USA, queste persone sono assai folcloristiche, perché accompagnano le vendite con urli bitonali, piuttosto caratteristici e quando andai a Phoenix, in Arizona, ricordo anche una Mamma col figlio che aveva una disabilità cognitiva, che insieme prendevano e portavano le ordinazioni al posto, cosa per me già magnifica di per sé, ma soprattutto ricordo la bravura, naturalezza e precisione di quel servizio, come mai più mi è capitato di ricevere.

 

In Italia, sul cibo non scherziamo e la filiera è sempre di qualità e quindi anche nelle “baracchine”, come le chiamiamo a Bologna degli stadi di baseball troviamo sempre dei piatti e dei panini di qualità che sostengono il tifo di chi per almeno tre ore, batte le mani, incessantemente, perché per farlo ci vuole energia.

E allora vi lascio alle parole dell’ottimo Marcello!

La venditrice ambulante (Gustave Dorè)
La venditrice ambulante (Gustave Dorè)

Era una donnina minuta e non più giovane, anche se ricordava benissimo le dolci canzoni che avevano punteggiato i suoi anni verdi e che si capiva dal leggero ancheggiamento erano il ricordo di un’altra donna, di altri momenti.

 

Portava a tracolla una grande sacca di tela verde, piena fino all’orlo di quelli che a Roma sono i  “bruscolini” e che, qui da noi, sono i “brustulli” nome già più festaiolo.

 

Faceva il suo ingresso al campo della “Gioventù Italiana” quando la partita era cominciata da poco, ma la tribunetta era già affollata di spettatori, prospettiva di buoni affari.

 

La sua unità di misura era un porta uovo di legno, al costo di dieci lire.

 

Siccome il porta uovo conteneva una limitatissima quantità di “brustulli”, era sicuro che avremmo fatto tutti un secondi giro (se non un terzo).

 

Poi, all’improvviso, silenziosa come era arrivata, la sacca verde ormai vuota e il porta monete ormai pieno di dieci lire, usciva dallo stadio e io la seguivo con lo sguardo e le mandavo sotto voce un “A domenica prossima!”.

 

Come si fa fra fidanzati.

 

Marcello Perich

 

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