Ho fatto tredici!

di Marcello Perich

Era l’anno di grazia 1961 e, mentre in America Roger Maris stava cercando di battere il record nei fuoricampo stagionali di Babe Ruth, io cercavo, in un prolungato attacco di sado-masochismo di farmi frantumare quante più ossa potevo. Il fatto è che avevo preso l’abitudine di stare molto vicino al piatto, cosa che infastidiva non poco i lanciatori che, in un attacco di “cattiveria” lanciatoria non trovavano niente di più originale che tirarmi addosso. Ora, se non avete mai giocato a baseball potrà anche sembrare una cosa da nulla, ma potete credermi quando dico che quando il lanciatore vi tira addosso e vi prende fa molto, ma molto male. Per intendersi: fa malissimo! E non importa DOVE vi colpisce, fa un "male bestia" ogni volta.

Così ridendo e scherzando misi a referto 13 (tredici) “colpito dal lanciatore” che, in un Campionato di 22 partite sono pur sempre degni di menzione.

 

L’unica cosa che potevo fare era rassegnarmi all’inevitabile, una volta accertato che la pallina non era diretta sulle mani o sulla testa. Con tutti gli ossicini che ci sono nelle mani potevo rompermene qualcuno il che significava stare fuori un buon numero di partite.

 

Per la testa era solo l’affetto che avevo per i miei 5 o 6 neuroni che non volevo spaventare con il rumore della pallina contro l’elmetto.

 

Una specie di classifica racconta di gamba sinistra tre volte, costole quattro volte, gomito sinistro due volte (malissimo in entrambi i casi), schiena quattro volte.

 

Siccome quelle estati dorate le passavo a Rimini, era diventato un gioco per i miei amici investigare un (coloratissimo) livido appena arrivato.

 

Dopo un po’ mi chiamavano “TAVOLOZZA”, perché la cartella di colori andava dal blu/viola al giallo /verde, molto brasileiro al blu e basta / e qualche new entry …).

 

Essendo impossibile passare attraverso un simile bombardamento senza riportare segni duraturi, vale la pena sottolineare che sul rene sinistro c’è una piccola cisti che non mi ha mai dato fastidi …

 

Ah, dimenticavo, è stata una curva che non curvò.

 

Se c’è una cosa che mi manda in bestia è un lanciatore che non segue il programma e che invece di tirare il suo lancio migliore, inizia il turno con un lancio “di fantasia”.

 

In quella specifica occasione sapevo che aveva un’insolita curva piatta, un po’ come la "Cut fast" ball che trasformò Mariano Rivera in un’arma letale.

 

Era logico, quindi che mi aspettassi la famosa curva che non curvò proprio per niente e mi colpì al rene sinistro mandandomi coltellate in tutta la schiena.

 

Il bello è che non riesco a ricordare il nome del lanciatore. Mi ricordo benissimo che aveva sempre un’espressione fra lo schifato e lo strafottente che hanno tutti i fumatori di sigaro toscano.

 

Come dire che: “va bene, sto avvelenando l’aria con questo puzzo insostenibile, ma non me ne frega niente!”. Ma c’est la vie …

 

Marcello Perich

 

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Commenti: 1
  • #1

    Michele (lunedì, 01 aprile 2019 01:34)

    Eccezionali ed esilaranti ricordi di un recordman. E non è cosa da poco....