Going Home

di Michele Dodde

Recensione del libro di Pietro Striano "Going Home"

Quando nell’aprile del 1991 la National Geographic Society con sede in Washington D.C. pubblicò sulla sua omonima rivista, vol. 179, no.4, l’articolo  di David Lamb, con foto originali di William Albert Allard, “A Season in the Minors” per complessive trenta pagine con richiamo in copertina, sembrò ai più che “tutto fosse compiuto” e valutata  giusta la chiusura con il sintetico quanto completo “Summer was over, and it was time to go home”. Ed invece no poiché a richiamare l’attenzione verso il cuore palpitante e generoso del baseball, quello cioè giocato più per divertirsi che per divertire e dunque lontano dall’asettico e feroce business  insito nella Major League, ci ha pensato Pietro Striano dalle multiformi capacità ed eclettico nel divenire. Con un linguaggio veloce e privo di controllo,  fulminante nel dare un seguito interpretativo ed intinto nella boccetta di curaro nell’evidenziare i propri giudizi, Striano ti prende per mano e, novello Virgilio che tutto sa in termini di storia e filosofia, ti guida tra le pieghe e le ombre delle numerose Minor League statunitensi in un “Going Home” che lascia senza respiro ed un pesante bagaglio di meditazioni.

Licenziato al cartaceo da Amazon Fulfillment e stampato in Polonia nel giusto perdono di qualche refuso qua e là, “Going Home” diventa il necessario breviario di ogni appassionato del gioco antico. Suddiviso in quattro atti come la migliore scenografia di una piece teatrale, i 43 racconti delineano un baseball divenuto suo malgrado l’insostituibile  scelta dei tanti che vivono il loro intimo gioco  ben sapendo che non riusciranno mai a vincere e tuttavia sempre motivati a partecipare in attesa della svolta dietro l’angolo. E le complesse e travolgenti aneddotiche verità che Striano ha raccolto, sentite, raccontate ed alcune vissute, tuttavia tutte subito scomparse o sfumate dai circuiti che contano, diventano il proprio personale specchio cui mirarsi per dirsi che se si è vinti, con il baseball non si sarà mai vinti perché “la metafora di questo gioco è la vita che ti passa davanti”. 

“Una religione dove andiamo tutti a cantare in coro la melodia della vita, ovvero la melodia del baseball. Ed è proprio questa la metafora di questo gioco meraviglioso – seguita l’autore nella sua puntualizzazione – poiché anche al ballpark non serve stare a guardare la pallina che pure sotto forma di cuciture è diventata tua amica, la tua migliore amante. Infatti  puoi sempre stare a guardare altrove, ammirare le nuvole o impegnarti  a scrivere o disegnare.  Il baseball in questo diorama alla fine si farà notare, il baseball ti chiamerà e lo farà con semplicità senza gridare con quel rumore della pallina che sbatte sulla mazza”.  

 

Alvin Valsangiacomo, che ha ideato un’accattivante copertina, nella sua introduzione avverte il lettore con cautela invitandolo a leggere questo libro  “con la giusta calma” per “apprezzare ancora di più questo sport” ma soprattutto per permettere di arrivare a casa sapendo che il proprio cammino è stato “proficuo”.

 

E sarà così poiché questo inno dedicato alla perenne “ascesa dei vinti”, ovvero a tutti coloro che con il baseball hanno o hanno avuto sempre qualcosa a che fare, a partire dal compianto Michele Pepe a  Diego Mineo, da Jacopo ad Andrea, da Massimo a Giuseppe Barba e così via, è di fatto un eterno messaggio che colpisce al cuore, transita nella mente e diventa anima.

 

Michele Dodde

 

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Commenti: 2
  • #1

    Pietro (lunedì, 11 febbraio 2019 21:49)

    Grazie mille per la stupenda recensione!

  • #2

    Riccardo (lunedì, 11 febbraio 2019 23:44)

    Non è un libro, è il baseball.