Il racconto di Natale

Foto tratta dal sito www.baseballpositive.com
Foto tratta dal sito www.baseballpositive.com

di Michele Dodde

Tra le carte affastellate del mio archivio ho ritrovato per caso questa vecchia foto datata 2004. Quattordici lunghi anni fa quando allora si andava per gli otto anni. Come sempre capita nelle piccole città noi coetanei allora ci si frequentava presso l’oratorio di San Giovanni Bosco dove tra le diverse attrezzature sportive lì presenti fummo attratti da quelle presentate da un nuovo animatore che indossava una gigantesca felpa con la scritta Dodgers e uno strano cappellino con visiera curva. Chiedemmo cos’erano quegli strani guantoni, mazze realizzate con alluminio e palline come quelle del tennis ma più pesanti e dure ed egli ci disse che erano parte dell’attrezzatura indispensabile per giocare a baseball. “Baseball???” gli fu chiesto. 

“Baseball” rispose “ un  nuovo gioco apparentemente strano perché diverso in tutto da quelli più conosciuti attraverso la televisione, ma sono certo vi appassionerà”.

 

Così ebbe inizio la nostra avventura in questo sport motivati anche dal suo accento straniero che sapevamo veniva da lontano e che da lontano dunque portava nuove realtà. Per prima cosa della divisa che incominciammo ad indossare per praticare quel gioco ci piacque molto la dotazione anche a noi di un cappellino come il suo e che grazie a quella visiera tutta arcuata e dura ci faceva sembrare più alti, poi ci consegnò ad ognuno un guantone che una volta indossato ci trasmetteva brividi e timore. Poi ci portò sul campo di calcio e ci spiegò che per giocare a baseball avremmo dovuto disegnarci noi il campo di gioco chiamato diamante. Fu fatto e da allora lui, il buon Frankie incominciò ad insegnarci i primi fondamentali del gioco e poi lo svolgimento del gioco stesso, un gioco che per tutti noi ha significato un qualcosa che vale. 

 

Come dimenticare infatti le sue prime parole quando ci lesse il discorso di Tommy Lasorda, un grande manager statunitense, figlio di genitori italiani, che  pronunciò ad un Little League Opening Day. “ Credo che Dio abbia messo ognuno di noi sulla terra – incominciò a leggere - perché si debba aiutare gli altri. Nel gioco del baseball è fondamentale aiutarsi reciprocamente, collaborare. Non si vince da soli. Il baseball è un gioco comunitario, è necessario che nove persone ne aiutino un’altra. Puoi essere il miglior lanciatore, ma qualcuno deve segnare un punto per vincere la partita. Ed imparerete la tecnica di sacrificio di una battuta chiamata bunt in cui il battitore colpirà la pallina piano vicino casa base sacrificandosi per il bene della squadra. E dunque, troverete il vostro bene nel bene del gruppo e sarà il vostro appagamento individuale nel successo della comunità. Mentre sarete sul campo insieme ai compagni di squadra, impegnati in questo gioco bellissimo, acquisirete competenze che vi serviranno per il resto della vita. Imparate a seguire delle indicazioni, ad andare d’accordo con le altre persone e a giocare secondo le regole. E soprattutto che si vinca o si perda, fare sempre del proprio meglio”

 

Frankie  nel suo gergo ci chiamava Choppers perché ci voleva sempre vigili e forti come un’ascia sollecitandoci con severità sul campo ma con molta bontà poi fuori. Indubbiamente queste dovevano essere le doti di un saggio e il nostro coach lo era sicuramente. Già prendersi cura di noi lo facevano un santo, poi la pazienza con cui cercava di trasmetterci i segreti significati che devono plasmare un giocatore e da questo poi a formare una squadra lo rendevano un filosofo di gran lunga navigazione. Insomma riuscì a formare un gruppo che si divertiva a giocare senza dare un seguito ai risultati. All’inizio, quando incontravamo coetanei di altre squadre si vinceva e si perdeva senza alcun dramma. Ed era una cosa bellissima da raccontare e dunque non fu un dramma arrivare secondi al nostro primo campionato.

 

Ma questa foto che sto girando e rigirando tra le mani per cercare di ricordare tutti i nomi mi riporta al 22 dicembre di quell’anno quando Frankie, che durante l’inverno ci convocava ogni sabato nel grande androne della Parrocchia per seguitare a farci giocare a baseball con palline da tennis, trovammo una intrigante sorpresa: a giocare con noi c’erano quattordici coetanei filippini, tutti figli di genitori presenti nella nostra città. Loro conoscevano bene il baseball e lo sapevano giocare bene anche a mani nude. Perdemmo la partita. Poi Frankie ci chiamò tutti intorno e ci bisbigliò un invito. Quando le due squadre si posero di fronte per il saluto e fummo pronti a scambiarci gli auguri di un Felice Santo Natale, ciascuno di noi donò il proprio guantone al rispettivo giocatore filippino. All’iniziale sorpresa, sui loro volti apparve un sorriso che illuminò anche i nostri volti e capimmo tutti che l’invito di Frankie a donare il guantone non era solo un gesto materiale ma quello di regalare un sorriso e ricevere un sorriso poiché di certo non vi è regalo più bello che regalare un sorriso. O per dirla quasi in modo palindromo: vivere per donare un  sorriso, sorridere per donare una vita.

 

E fu un bel Natale. Auguri a tutti ora.

 

Michele Dodde

 

 

 

 

Tutti noi di Baseball On The Road ci uniamo agli Auguri di Michele Dodde per un Buon Natale a tutti i lettori, alle famiglie e agli amici

 

Buon Natale

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