Baseball a Milano nel dopoguerra: insegnamenti, valori e ricordi

Nella foto sopra com'era (Scuola Schiaparelli) e com'è oggi (Piccolo Teatro Strehler)
Nella foto sopra com'era (Scuola Schiaparelli) e com'è oggi (Piccolo Teatro Strehler)

di Emilio Federico Russo

Nel 1957 avevo 17 anni e frequentavo la quarta superiore presso la "Schiaparelli", istituto per ragionieri in Foro Bonaparte, un maestoso palazzo costruito negli anni precedenti la guerra e da questa uscito indenne. Ora non c'è più, al suo posto la struttura moderna del Piccolo Teatro Strehler. Ogni volta che passo di lì mi rammarico per la scomparsa della mia vecchia scuola, riaperta poi in un'anonima via di Milano stretta tra palazzi anonimi ma il mio rammarico è attenuato dal pensiero che dove ho trascorso buona parte della mia gioventù ora c'è un teatro famoso in tutto il mondo.

Un giorno di quell'anno, a lezioni iniziate da un mese, si presentarono nella mia classe due nuovi allievi Enrico Monti e Gianfranco Celin, venivano da Legnano. Monti si sistemò accanto a me, gli lasciò il posto la ragazza più carina della classe che a sua volta si sedette accanto a Celin, il che mi dette parecchio fastidio. Ma a questo punto uno si può chiedere cosa centri tutto questo preambolo con il baseball; bene, ecco la risposta. 

 

Quei due giocavano a baseball nella squadra del Legnano in serie B.

 

Nei mesi seguenti la vicinanza obbligata con Enrico si trasformò in amicizia. Spesso si fermava dopo la scuola a casa mia e studiavamo insieme. Era l'unico amico con il quale non riuscivo a parlare di calcio, lo sport di cui ero fanatico. Da quando avevo 10 anni la domenica, dopo aver giocato con la mia squadra al mattino, andavo a San Siro a vedere il Milan, la mia squadra e spesso anche l'Inter.

 

Lui invece, sembrava farlo apposta non conosceva neppure i nomi dei giocatori più famosi. Per prendermi in giro mi diceva che non poteva appassionarsi ad uno sport che si giocava coi piedi.Io invece senza avvertirlo un pomeriggio di luglio andai a Legnano per assistere ad una partita di questo strano sport; lo stadio era il vecchio "Pisacane" poiché allora il campionato di calcio era fermo per la sosta estiva. Il Legnano calcio allora militava in serie B.

 

 

Sotto il "vecchio" Stadio Pisacane di Legnano

Non c'erano molti spettatori, forse un centinaio, tutti raccolti in un angolo delle gradinate dietro a tre attori uno accucciato bardato di corazza, maschera e schinieri, un altro vestito di blu piegato sopra di lui anch'egli con attrezzi di sicurezza, il terzo in piedi, con le ginocchia leggermente flesse, che impugnava una mazza; tutti gli altri giocatori erano sparsi per il campo.

 

Il giocatore con la mazza indossava una divisa diversa dagli altri e pensai che fosse un avversario  Sul terreno era disegnato un quadrato, Gianfranco stava sul primo angolo, Enrico tra il secondo e il terzo. 

 

C'era un'atmosfera strana: oltre agli spettatori che incitavano la squadra anche i giocatori parlavano ad alta voce, qualcuno più lontano addirittura urlava, mi sembrava di sentire parole tipo “lesgò” e “camon” che mi risultavano incomprensibili. Anche l'uomo in blu urlava ad ogni lancio ma non capivo cosa.

 

Da queste premesse sembra inverosimile ma alla terza partita mi innamorai di questo strano sport e in autunno accompagnato dai miei due amici mi presentai alla sede del Legnano e così cominciò la mia storia nel baseball.

 

Allora abitavo in via Mambretti proprio di fronte alla stazione di Milano Certosa il che facilitava i  miei spostamenti. Lì tre sere la settimana prendevo il treno e in mezzora  arrivavo a Legnano per gli allenamenti e le lezioni teoriche, tornavo poi con il treno di mezzanotte. 

 

Giocai dalla primavera del 1958, le nostre avversarie erano squadre di Milano, Torino, Genova, Trieste, Lodi; naturalmente all'inizio feci molta panchina ma verso la fine disputai qualche partita dall'inizio; a Lodi battei pure un fuoricampo.

Ah! imparai anch'io a dire “lesgò” e “camon”.

Le "stelle" della squadra erano Vladimiro Musazzi e Luigi Forloni, lanciatore e ricevitore. In buona parte l'esito degli incontri dipendeva dalle loro prestazioni; Vladimiro era anche il miglior battitore.

 

Vladimiro era parecchio estroso, era un omone di circa trent'anni sempre di buon umore, viaggiava su una balilla gialla e verde che divenne l'attrazione della via Mambretti quando una domenica mi accompagnò a casa, quel giorno la mia scarsa popolarità ebbe un sussulto. Era il mio idolo e cercai di imparare tutto da lui, anche l'atteggiamento da tenere in campo, il massimo rispetto per compagni e avversari, mai giudicare gli uni o deridere gli altri.

 

L'anno successivo giocando con i Black Devils, siccome lo score sul punteggio di 0 a 0 non si sbloccava, mi ricordai di una sua giocata: una rubata suicida dalla terza base con la palla già nel guanto del ricevitore che lo aspettava; si tuffò tra le sue gambe facendogliela perdere e toccando salvo la casa. Feci la stessa azione in maniera forse più goffa, feci il punto ma mi infortunai. 

 

Per il Legnano fu un campionato straordinario, arrivammo in testa all'ultima giornata, stranamente nello spogliatoio non si parlava mai di serie A. Perdemmo in casa contro una squadra che all'andata avevamo battuto facilmente. Nello spogliatoio nessuno recriminò su alcunché. Poi a sorpresa qualcuno decise di festeggiare la fine del campionato in un locale sul lago maggiore, i più scatenati erano le "stelle".

 

L'anno successivo non giocai a Legnano perché quell'autunno con Nino Delneri (Il nostro Giovanni Delneri n.d.r.)  fondammo i Black Devils.

All'inizio dell'anno scolastico ritrovai i miei due compagni di scuola e di squadra, loro avrebbero giocato ancora a Legnano

 

Enrico era ancora il mio compagno di banco, cercai di parlare di quell'ultima partita, ma capii che l'argomento non era molto gradito, del resto, mi fece capire, la cosa importante era giocare ancora a baseball. Mi persuasi che qualcuno aveva preso la decisione di rinunciare alla serie A perché la gestione di quel campionato sarebbe stata troppo onerosa per le casse di una società di provincia senza sponsor e con al massimo un centinaio di spettatori parenti compresi. Ma non sarebbe stato meglio arrivare primi e poi rinunciare? Allora pensai a Vladimiro, per lui, così facendo, avremmo mancato di rispetto alla squadra che in quel caso avrebbe preso il nostro posto. 

 

Giusto, comunque l'importante era giocare a baseball.

Cosa ricordo con tenerezza di quel 1957 della mia gioventù? La bellezza della prima palla, le divise lilla, i cappellini sbagliati, l'odore del cuoio, il rumore dell'impatto della mazza contro la palla, i viaggi in treno nella notte. E il tifo delle quattro o cinque ragazzine sugli spalti del vecchio "Pisacane".

 

 

Emilio Federico Russo

 

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Commenti: 2
  • #1

    Michele (martedì, 08 maggio 2018 08:47)

    Non solo ricordi ma veri attimi di vita.

  • #2

    terzabase (mercoledì, 09 maggio 2018 18:48)

    caro vecchio diavolo,vedo che ti ricordi ancora del """Nino student"""". Ciao caro amico ora sono molto anziano e il 9 settembre p.v faccio 88 primavere, ma nel mio cuore ci sono sempre i mitici Blakdevils.quella sporca e mitica dozzina di ragazzi che pur non avendo mai visto gli USA,onoravano con passione lo sport più amato dagli americani.Si giocava allora sui campi incolti e ad ogni partita si doveva tracciare il diamante,usando un enorme squadra di legno,retaggio di tre lunghe tavole di legno che mi ero procurato in un cantiere dove ero "capo cantiere.Quanta passione e dedizione a questo sport.Quando la squadra dei famosi Leprotti, dove Guglielmo Zugheri(,detto L'americano) , giocava al campo Giuriati, noi a turno stavamo all'esterno per catturare le palline che battute in foul erano per noi una manna.
    Purtroppo molti Blackdevils sono andati in cielo a giocare con gli angeli e quelli rimasti,nonostante un mio accorato appello, non si sono fatti sentire. Non so se il piccolo e giovane catcher (Bicklei) è ancora tra noi,in Italia o negli USA. Io regalai nel lontano 1960 , il giorno del suo compleanno,un libro (scritto in inglese) di tutto ciò che un catcher doveva sapere.L'abbraccio di questo ragazzo che aveva solo 16 anni ,per ringraziare il suo Presidente (io ne avevo 30) mi è sempre rimasto nel cuore.E chi non ricorda il mitico GIURLEO, che ne sapeva una più del diavolo (ora non è più tra Noi).
    Non mi prolungo oltre perchè da vecchio milanese mi sta venendo il ""magone""
    Ciao vecchio ex blach. e un abbraccio da Nino student,alias Terza base.