Il decimo inning

di Giovanni Delneri e Michele Dodde

L’enciclopedico Frankie W. Russo ebbe a dire una volta che negli USA circola un detto a mo’ di celia, ma poi non tanto, che recita testualmente: “ il baseball è un gioco semplice ma poi ci sono i coach a renderlo difficile “. Ed è una verità assioma che la dice lunga sui diversi atteggiamenti che si sviluppano in diamante durante una gara dove tutti i ruoli di volta in volta ricevono gli onori da attribuire alle primedonne sulla ribalta di un immaginario palcoscenico. Così come i lanciatori sono pronti ad immolarsi spolverando sguardi e gesti contrari alle chiamate dei suoi lanci al fine di nascondere i propri limiti così i giocatori sono vigili ad attribuire sempre a fattori esterni o alla causalità del terreno di gioco le varie sequenze negative del proprio errore. 

Ma vi sono pure le volte umane di insicuri umpire che per nascondere il loro stato emotivo fanno emergere il tono saccente dell’ ”Io sono Io” senza però dimenticare infine anche l’istrionismo di alcuni manager che per principio a prescindere fanno della contestazione una seguita religione. Così questi casi, vuoi siano scabrosi o vuoi siano sereni, tutti vengono poi analizzati nelle diverse sedi interessate divenendo racconti di una aneddotica storia infinita da tramandare agli atti come conoscenza o principio di meditazione poiché ognuno di loro ha in proprio una sintetica morale.

 

Così come accadde una domenica quando, a leggere alcune pagine di uno spolverato libretto di appunti, ad un umpire, pronto a tirare sempre dritto, fu assegnata la direzione di una gara che in teoria sarebbe stata di normale amministrazione ma che in pratica si poteva rivelare a modalità elettrica per via che a plasmare una delle due squadre c’era uno di quei manager dal carattere fortemente irascibile e che l’albo dei buoni e dei cattivi lo indicava tra i mangiaumpire.

 

Il gioco delle parti in quella gara iniziò già da subito durante l’appello delineando sguardi interrogativi sulle forme dei contenuti e le modalità relative con il citato manager alla ricerca dello spiraglio giusto che gli potesse aprire la via ad una contestazione qualsiasi, atto in verità intimamente sentito da quell’uomo di sport che con fine arte manipolatrice avrebbe cercato di condizionare i giudizi dell’umpire a suo favore. In effetti qual manager, pur essendogli riconosciuta un’eccellente capacità interpretativa del gioco, caratterialmente si mostrava come un simpatico esibizionista che da vecchia volpe sapeva soppesare i propri e gli altrui limiti ma tuttavia in quella gara non riusciva a trovare il filo iniziatico per dare spettacolo al fine di provocare la passionalità sugli spalti così come si vedeva spesso nei filmati d’antan della Major League.

 

Ad ogni cambio di inning con fare sornione si avvicinava all’umpire dicendo che forse l’ultimo lancio era un ball ed il suo battitore aveva diritto alla prima base oppure che il lanciatore avversario era una continua fabbrica di balk oppure che…senza però avere ascolto di attenzione da parte del giudice di gara. Suo malgrado si accorse che quel giudice di gara sapeva interpretare bene il suo ruolo ed allora, non trovando campo fertile, scaricava la sua verve nell’incitare il proprio line up.

 

La fortuna però sembrò arridergli al settimo inning quando, con la sua squadra in difesa, su una volata in territorio Texas, come lo slang individua il campo esterno, la pallina, prima di entrare nel guanto dell’esterno centro che con grande energia e caparbietà si era letteralmente tuffato per realizzare l’impresa della presa al volo, era caduta in terra a pochi centimetri dal guanto stesso. In contemporanea alla chiamata ed al segnale di “palla buona” quel manager uscì lesto dal dugout e si diresse verso l’umpire con l’aitante andamento dell’uomo sicuro pronto ad imporre il proprio punto di vista inerente lo svolgimento della presa. Ma, come in un film western, fu anche l’umpire ad andargli incontro ed appena fu a tiro di viso con occhi di ghiaccio gli sussurrò di ritornare prontamente nel dugout poiché in caso contrario per lui c’era ad attendergli una buona doccia calda. Inoltre perché la gara, bella sino ad allora, non meritava sceneggiate grottesche o spunti per galvanizzare la solita parte dei tifosi beceri. Il manager rimase impietrito: era andato per protestare ed invece si ritrovava protestato. Tremava per la tensione ma poi, dinnanzi alla fermezza dell’uomo in bleu, si voltò di scatto, entrò nel dugout e non uscì sino alla fine del nono inning.

 

Al termine, mentre l’umpire si stava avviando al parcheggio, quel manager non più in divisa lo fermò dicendogli con un tono garbato dalle mille positive sfumature: “Ump, la berresti con me una birra?” “Perché no ? – rispose l’umpire - anzi con molto piacere”. E si incamminarono insieme come due vecchi amici verso il bar vicino dando inizio a quel sempre favoleggiato decimo inning per favorire la ricercata morale che vuole ruoli diversi sul diamante ma amici per sempre con il baseball 

 

Giovanni Delneri e Michele Dodde

 

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