· 

Una strana storia

Getty Images
Getty Images

di Giovanni Delneri e Michele Dodde

Nicola Latorre ai più sembrava uno strano personaggio con quel suo incedere dinoccolato e quello strano cappellino a forma di papalina ma con una enorme visiera sul davanti sempre indossato in tutte le occasioni. Era ritornato in Italia, dopo la guerra, lui che era nato a Brooklin da genitori salentini e che la dolcezza degli occhi di Giusy lo avevano poi frastornato ed invaghito con un matrimonio a chiudere il cerchio. Nonostante ora nel 1948 vivesse a Como da ormai tre anni, non era ancora riuscito a capire come mai tutti quei ragazzi comaschi che vedeva  lungo le strade non giocassero a baseball, com’era invece prassi nelle strade di New York. 

Una ragione se la fece quando intuì che forse era la mancanza del materiale necessario al gioco, certamente andato distrutto durante i bombardamenti, ed allora, parlando con il console americano insediato a Milano, lo fece arrivare direttamente dagli USA tramite la benemerita USIS (United States Information Service).

 

Arrivarono così una ventina di guanti, cinque mazze, venti cappellini e diciotto palline tutte contrassegnate Spalding. Poi, ricordando di aver letto alcuni stralci di appunti redatti a suo tempo da Abner Doubleday, ed inviatigli da un suo cugino, parente lontano di Tom Lasorda che in quel periodo stava allenando una franchigia universitaria, si accorse che quel gruppo di giovani che passavano il tempo lì in riva al lago non solo non conoscevano il baseball ma neanche sapevano come si scriveva.

 

Allora attirò la loro curiosità mostrando i guanti, una pallina ed una mazza. Meraviglia delle meraviglie, il loro primo istinto fu quello di toccare i guantoni ed annusarli per sentire l’acre odore del cuoio, materiale che ai più era sconosciuto, poi quella pallina strana per via delle cuciture rosse e che non rimbalzava come quelle per giocare a tennis ed infine quella mazza di legno così particolarmente realizzata e così diversa da quelle nodose che alcuni di loro usavano per quelle estemporanee partite del gioco della “lippa”. Poi, meravigliandosi lui stesso dell’acuta attenzione che quei giovanissimi mostravano, incominciò a spiegare loro l’uso di quei materiali e come essi venissero impiegati durante lo svolgimento del gioco.

 

Furono pomeriggi di intenso piacere per lui, che si sentiva un novello ma capace preparatore e divulgatore, e per quel gruppo che si sentiva privilegiato nell’apprendere “cose” di vita americana che non fossero finalmente solo le gustose noccioline e quello strano sapore all’esaclorofene che rilasciavano le colorate caramelle chiamate chewing gum. Quei comaschi erano tutti giovani dal carattere ancora in via di formazione e quindi per queste varie particolarità decise di chiamare il gruppo con l’ontologico nome di “Choppers”.

Getty Images
Getty Images

Il difficile venne dopo quando volle formare una squadra che, oltre a tirarsi la pallina, imparasse anche a giocare con logica e scelta dei tempi. Per sua insindacabile mentalità decise che per la preferenza dei ruoli fossero gli stessi ragazzi a scegliere come posizionarsi sul campo in quanto desiderava che essi stessi acquisissero, come il gioco insegna, precise responsabilità.

 

Quindi, postosi sul piatto di casa base, incominciò a battere loro la pallina al fine di valutare se i fondamentali fossero stati assimilati bene e quanto rispondente fosse il ritorno della pallina stessa lì accanto nel guanto del ricevitore.

 

In cuor suo si stava complimentando del buon lavoro da lui svolto ma soprattutto della piena disponibilità di quel gruppo che, notava, si amalgamava giorno dopo giorno, quando fu incuriosito dallo strano tiro di ritorno che effettuava Raffaele, un ragazzo inconsapevolmente introverso ma sincero e comunicativo se motivato. Questi, postosi lì quale esterno centro, afferrava con capacità la pallina, poi la prendeva dal guanto e istintivamente la portava indietro con il braccio destro e, facendolo roteare, la scagliava con notevole velocità e precisione centrando il guanto-bersaglio del ricevitore. Però poi, a chiusura del movimento, era solito chinarsi leggermente in avanti portando il suo braccio sinistro davanti agli occhi.

 

Nicola apprezzò sia la velocità che Raffaele imprimeva alla pallina, sia la precisione del tiro ma non riusciva a capacitarsi dell’istintivo movimento del dopo che egli faceva a chiusura del movimento. E poi, in verità, come avrebbe potuto fargli capire, oltre allo spreco di energie, che con quell’atteggiamento perdeva la completa visione del gioco stesso? Anche perché Nicola pensava, valutato il tutto, che Raffaele potesse diventare un lanciatore dalle notevoli qualità. Allora, senza dare risalto al caso, incominciò a parlare con lui magnificandogli l’apporto che poteva mettere a servizio della squadra se, cambiando alcuni movimenti, avesse incominciato a lanciare la pallina dal monte di lancio.

 

Così Nicola riuscì a trasformare quell’anatroccolo in un bionico cigno, cancellando del tutto quello sgraziato movimento del braccio sinistro anche se poi il portare il busto in avanti abbassandolo sempre più rimase un sigillo di garanzia. Al debutto nell’attività agonistica nell’anno successivo, i Choppers, con Raffaele principe indiscusso del monte di lancio, vinsero il loro campionato d’esordio richiamando anche l’interesse della stampa locale.

 

Fu così che un giorno un anziano cronista avvicinò Nicola dicendogli che quel giovane che lanciava palline in quel modo era stato già prima uno sconosciuto eroe. Infatti il giovane Raffaele, alla verde età dei suoi tredici anni, per vari motivi contingenti che avevano investito la sua famiglia con relativo trasferimento da Milano in quel di Como, era stato una staffetta dei locali partigiani con il compito di portare nella propria cartella scolastica sia viveri, sia ordini scritti in modo cifrato e sia munizioni tra cui la famigerata bomba a mano stielhangranate mod. 24 (quelle divenute famose per il tipico manico di legno) della quale però gli era stato insegnato anche l’uso del lancio, vista la sua robusta corporatura.

 

Così quel tipo di lancio con conseguente abbassamento del corpo e copertura degli occhi era rimasto quale mnemonico movimento. Anzi poi, avendo rischiato più volte la vita, aveva dovuto lanciarle. La curiosità seguente fu che in seguito i parenti, raccolte le dovute testimonianze, avviarono le pratiche presso il Governo per fargli concedere un meritato riconoscimento. La risposta del Ministero fu lapidaria: non è possibile riconoscere alcun merito perché il fatto non è mai esistito.

 

Quei Choppers dunque quando vinsero il loro primo campionato non avevano nel roster un giovane medagliato, di certo però poteva contare su un lanciatore di fatto e di un giovane fattosi prematuramente uomo.

 

Giovanni Delneri e Michele Dodde

 

 

Scrivi commento

Commenti: 2
  • #1

    nordhal1947@gmail.com (venerdì, 23 febbraio 2018 15:31)

    m.dodde e g.delneri siete formidabili.

    TERZA
    BASE VI SALUTA.

  • #2

    delneriterzabase@gmail.com (mercoledì, 22 agosto 2018 16:03)

    avrete capito che il giovane lancitore sono io.Incoscente giovene che preso da un fervore patriottico ha rischiato la deportazione ide ipropri genitori in un campo di serminio delle s,s,