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Umpire, dal divenire all'essere - Una storia vera

Nella foto l'umpire Hall of fame Doug Harvey
Nella foto l'umpire Hall of fame Doug Harvey

di Michele Dodde

Questa è una storia tratta da una testimonianza vera che ha avuto il senso di coniugare consequenzialmente il modo del divenire e il modo dell’essere. Inizia da lontano quando ormai i ricordi tragici di una guerra stavano sfumando e si raccoglievano con intima caparbietà le attività collaterali inerenti la cultura del sapere e della volontà di evadere. Per quel giovane che viveva nella periferia di Milano una di queste fu la scoperta del gioco del baseball per poi apprezzarne i principi, consapevolmente plasmarsi nella sua filosofia ed infine come fosse stato un tutt’uno praticarlo ed amarlo sino a divenirne un disincantato appassionato. E, ironia del caso, mai quel ragazzo avrebbe però scommesso che il baseball sarebbe diventato parte della sua vita e che di fatto in seguito dovette constatare che fu proprio il baseball a salvargli la vita dopo un dispiacere così grande cui solo un gesto estremo avrebbe potuto porre rimedio.

La sua curiosità innata lo portò così ad approfondire non solo le tematiche del gioco ma anche tutte le virgolettate variazioni che avrebbero potuto creare una ingarbugliata confusione. E maestro sublime di queste fu il grande Gigi Cameroni che con fare burbero e nell’insieme benefico era sempre pronto a dimostrare che il bianco era nero, il nero un po’ grigio ma anche viceversa. Difficile quindi non stringere con lui una profonda amicizia sportiva e di stima.

 

Catapultato in quel nuovo mondo ricordò che lì in strada, tra ragazzi, volentieri si giocava alla “lippa”, che apparentemente sembrava assomigliasse al baseball per poi invece evidenziarsi come un’altra cosa volgarmente licenziata come un’americanata. Tuttavia i giovani di allora capirono che era una cosa seria e cominciarono a prolificare molte società dai nomi strani, scopiazzati dal Campionato Americano o di pura fantasia. In quel mondo dunque si applicò come giocatore e fu preso anche da altre mansioni, poiché come diceva il grande Babe Ruth, nel baseball importante era “sentirsi orgoglioso d’averci qualcosa a che fare” ma dovette interrompere il suo cammino per via del servizio militare, fieramente svolto quale aviere scelto in una base addestrativa dove giovani piloti statunitensi collaudavano i primi aerei a reazione.

 Al ritorno a Milano fu coinvolto dal carisma di Attilio Meda che nell’ambiente del batti e corri meneghino stava formando coloro che sarebbero stati poi chiamati a dirigere le gare in modo consono e formale al fine di sostituire le figure di ex marine o degli occasionali divulgatori del gioco stesso.

 

L’essere preparato quale giudice di gara lo affascinò ma in cuor suo, alle prime partite, subito constatò come fosse presente, e perché non confessarlo, quella intrinseca paura dell’attacco di panico nel condurre i preliminari e nell’emettere i giudizi derivanti dall’andamento del gioco. In quel periodo dove venivano svolte le partite i campi non erano recintati, il pubblico era composto, quale peggior casta degli ultras, per la maggior parte da parenti e da amici dei giocatori si che erano di prassi gli insulti ed il frastuono per cui diveniva quasi normale condividere con i giocatori il conto degli strike, dei ball e quello più mortificante del punteggio. Si sentiva insicuro e non appropriato a rivestire quel ruolo ma il suo mentore, Attilio Meda, con grande modo persuasivo gli diceva di non preoccuparsi e di tenere duro.

 

Fu allora che ricordò come in quella base addestrativa si fosse trovato a seguire con interesse il metodo psicologico formativo di quei piloti sempre allegri e spensierati da veri burloni e spassosi yankees che però, appena varcata la recinzione del campo di volo, mutavano vistosamente il loro atteggiamento trasformandosi in autentici professionisti dalla indiscutibile capacità reattiva. Ricordò che quando parlava con loro, ammirevoli fluenti poliglotti, fuori dal territorio del campo di volo, tutti gli davano una confidenza fraterna pur rivestendo anche il grado di Ufficiali superiori ma tutto questo atteggiamento svaniva nel mentre andavano a rivestire il loro ruolo facendo cadere ogni contatto umano. Ricordò anche che in seguito gli fu spiegato come tale atteggiamento servisse loro per acquisire la massima concentrazione in modo da non avere pericolose distrazioni.

 

Fu così che, forte di questo condivisibile allineamento psicologico, metodo indiscutibile per vincere gli inqualificabili attacchi di panico entrando nel campo di volo, egli applicò alla lettera le stesse modalità teoriche entrando sul campo di gioco. Così come per i piloti quel preciso istante si coniugava con il solo volare, per lui si configurava con il solo dirigere una gara senza più riconoscere come amici manager, coach e giocatori. E come per i piloti portati a sfiorare i tasti di comando con assuefatta consuetudine così in lui stava nascendo quell’impalpabile senso sfumato che passava dal divenire un Umpire all’essere un Umpire. Disciplina, lealtà, rispetto. Ed a tutti si formalizzava il lei.

 

Nella foto Gigi Cameroni
Nella foto Gigi Cameroni

Certo era stato molto difficile all’inizio far capire che la confidenza che si aveva avuto al Bar in diamante non c’era più. Ora ognuno era chiamato a svolgere il proprio compito, esisteva un Regolamento Tecnico del Gioco ma anche uno Etico. Da allora, varcata la recinzione del campo di gioco, entrava in un altro mondo, non udiva più le grida dei beceri ed anche per lui divenne tutto un procedimento da svolgere con assuefatta consuetudine. All’appello con calibrata forma chiamava i giocatori per cognome e loro si presentavano togliendosi il cappellino e facendo un passo avanti dicevano il loro nome e numero di casacca ad alta voce.

 

Al termine sollecitava l’ingresso della squadra in difesa ad entrare sul terreno di gioco di corsa perché nel gioco del baseball si entra e si esce dal campo sempre di corsa. Ed era vigile poi nell’annotare in seguito i divieti non attuati. La volontà di istruire così in modo ontologico tutti i partecipanti al gioco, e gli spettatori, lo resero sempre preciso nell’osservanza dei regolamenti e delle disposizioni. E dal divenire all’essere il passo fu breve tanto che il suo debutto nella massima serie, pur causato da un inaspettato evento, fu evidenziato in modo positivo sia dallo speaker, che in quell’occasione era Gigi Cameroni in atto squalificato e dunque non giocatore, sia dalla Gazzetta dello Sport che in quel tempo riportava le cronache delle gare.

 

Correva l’anno 1970, la gara era il derby Europhon - Noalex, a casa base operava l’indimenticabile umpire Enrico Spocci ed a sostituire sulle basi l’umpire Secchi malamente infortunatosi fu chiamato lui, Giovanni Delneri, ormai Umpire nell’essere per essere, nell’animo, nella mente, nella vita.

 

Michele Dodde

 

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Commenti: 1
  • #1

    nordhal1947@gmail.com (venerdì, 23 febbraio 2018 15:50)

    E chi si può dimenticare del grande " GIGI".Ebbi un buon rapporto con Lui, non sul campo da gioco, ma più tardi quando appesa la maschera al chiodo mi fu affidata la gestione dalla COG della Zona 7 di MILANO.Fuori dal campo di gioco era un vero signore,sul diamante un burbero e benefico guerriero.Ciao Gigi, chissà se lassù ai trovato qualche umpire che ti fa arrabiare.ciao.cia da TERZA BASE