L'intrigante passione per il baseball

di Michele Dodde

Dopo la prima gara ufficialmente riconosciuta e giocata il 19 giugno del 1846 sull’Elysian Field ad Hoboken (New Jersey) tra i New York City’s Knickerbockers Club e i New York Nine, terminata dopo appena quattro inning sul punteggio di 23 ad 1, il baseball, perlopiù giocato inizialmente presso aristocratici club, ha avuto una lunga gestazione prima di diventare il suggestivo collante della società statunitense. Ma l’intrinseca filosofia del gioco, al fine di una sua concreta affermazione, non aveva ampie vie di comunicazione poiché era necessario che essa scuotesse ed animasse le diverse etnie che componevano il popolo americano cambiando di fatto culture, usi ed anche il linguaggio. Ed anzi è sempre opportuno delineare come, pur in modo anomalo, anche la sanguinosa Guerra Civile dal 12 aprile del 1861 al 9 aprile del 1865 ebbe il suo ruolo primario in questa sua penetrante conferma di gioco popolare con la divulgazione di una maggior conoscenza ed attuando una pianificazione condivisibile di pace tra confederati ed unionisti.

 

Infatti il baseball, uscendo dagli aristocratici circoli e veicolato tra tour e gare dimostrative, era stato ben accompagnato da popolari ed orecchiabili ballate, come già notificato in precedenti articoli, ed aveva incominciato a plasmarsi tra la gente comune coinvolgendo la nascita nel 1850 della NABBP (National Association Base Ball Players).

 

Nel 1871, sotto la spinta emotiva di un pubblico sempre più numeroso e sotto l’egida della stessa NABBP, fu costituito e varato il primo campionato nazionale. Le ballate popolari allora, rispecchiando di fatto gli intimi desideri della gente, incominciarono ad essere più intriganti delineando sia come il vernacolo del baseball fosse stato acquisito fortemente nell’idioma della lingua sia come lo specchio comportamentale di uno strano baseball fosse praticato nelle città di periferia. Questo perché, al contrario degli sforzi che la Western League e la National League nelle grandi città avevano cercato e raggiunto un senso condivisibile di etica sportiva ai diversi campionati da loro varati, il baseball nelle piccole città periferiche e negli sperduti villaggi veniva ancora praticato in modo amatoriale senza regole, ruvido e rissoso. Non di rado le gare erano appannaggio di ruffiani ed allibratori e venivano giocate davanti a folle di giocatori d’azzardo e teppisti. E, come si può intuire, difficilmente le partite arrivavano al nono inning come ironicamente le mette alla berlina la comica canzone “Play Ball” scritta e musicata da William B. Glenroy nel 1890.

“Quando la nostra squadra arrivò al campo “ – così recita il testo nella mia libera traduzione – “ McClosky (qui è opportuno evidenziare come il personaggio scelto era il solito irascibile irlandese…) nel box di battuta girò la mazza mancando una facile battuta. Dall’opposto dugout qualcuno gridò: McClosky sei un pallone gonfiato!. A quel sentire il povero McClosky divenne pazzo ed afferrata la mazza la scagliò in quella direzione. Tuttavia non colpì l’uomo nel dugout ma sbagliò colpendo il malcapitato umpire. Il capitano dei “NeversWeats” incominciò allora a fremere aggrottando le sopracciglia ma non fece in tempo a pensare che McClosky lo aveva già atterrato. Caspita !!! Io stesso fui spaventato a morte tanto che mi sono allontanato dal campo. Poi, quando la rissa arrivò al culmine si senti l’umpire che diceva a tutti: “ Play Ball, Play Ball. Basta, è stato offeso un uomo ma con tutti i vostri errori, il vostro modo di fare i gradassi non vi sarebbe consentito di giocare nemmeno un po’. Anche se ognuno di voi pagasse un quarto di dollaro non si appagherebbe la vostra malignità “. Al che tutti, volendo giocare esclamarono: Play Ball, Play Ball”.

 

Nel 1877 invece John T. Rutledge, volendo dare risalto al gergo del baseball che si era amalgamato felicemente con la lingua parlata, come ad esempio la base chiave di volta (Keystone base) non era altro che la seconda base o come la margherita (daisy cutter) non fosse altro che una pallina battuta a terra, scrisse e musicò quella spensierata ballata piena di canzonatori riferimenti che fu “Tally One For Me”.

 

Sono l’orgoglio e l’animale domestico di tutte le ragazze”, inizia la ballata per puntualizzare però dopo come sia importante che alla fine “conti solo una per me”.

 

I’m pride and pet of all the girls / That come out to the park, / My ev’ry play out in the field, / You bet they’re sure to mark. / And when you see them smiling, / And their hands go pit a pat, / Just mark it down, for number one / is going to the bat.

 

I never knock the ball up high, / Or even make it bound, / But always send it whizzing, / Cutting daisies in the ground. / I always make a clean base hit / And go around, you see./ And that’s the reason why I say, / Just tally one for me.

 

I soon will stop my base balling, / For my heart is led astray, / ‘Twas stolen by a nice young girl, / By her exquisite play. / And after we are married, / Why, I hope you’ll come to see, / The “tally” I have made for life, / And mark it down for me.

 

Altri tempi? Altri principi? Di certo c’è che mentre nei pascoli lontani del Far West nel 1871 stava iniziando la saga di Kociss e la guerriglia apache per concludersi nel 1877 con la deportazione del popolo Sioux e l’amaro canto di Toro Seduto ( Un guerriero sono stato. / Ora è tutto finito. / Tempi difficili ho vissuto), molte ballate popolari nell’Est sposarono la vitalità del baseball diventando un patrimonio di indiscutibile interesse umano. Ma la storia continua…

 

Michele Dodde

 

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Commenti: 1
  • #1

    Marcella De Rubertis (martedì, 06 febbraio 2018 17:47)

    INCREDIBILE stiamo scoprendo il gemellaggio tra l'evoluzione e la capacità aggregante di questo sport, di cui non sono appassionata, e la diffusione e l' evoluzione del linguaggio italico la cui musicalità e nobiltà affascina gli studiosi di tutto il mondo...
    Il resto alla prossima puntata....?