L'interbase trequartista

nella foto John "Scotty" Hurst
nella foto John "Scotty" Hurst

 di Giovanni Delneri e Michele Dodde

Quel signore distinto, che indossava costantemente una sciarpa di seta al collo, si sedeva sempre al solito tavolo lì nell’angolo destro del salone perché, disse, da lì poteva ben vedere chi entrava o usciva dalla trattoria “La Speranza” dove si mangiava bene e si beveva meglio. Di questo sono sicurissimo perché la cucina era gestita da mia nonna materna Albina mentre il nonno Cesare sceglieva di suo gusto le derrate ed in particolare il vino. Non mi sono mai chiesto perché i nonni avessero scelto di aprire la loro attività durante gli anni cinquanta proprio lì ai confini di Lambrate in località Casoretto dove la nebbia, ovvero l’amica “scighera”, la faceva sempre da padrona e gli assidui clienti erano solo dei manovali edili comunemente chiamati “cavalant” perché usi a trasportare sabbia per costruzioni ma questo era stato il loro modo di stare sempre vicini e capire il mondo..

 

I “cavalant” erano gente semplice e comune, gente leale e sanguigna che alla sera, dopo aver messo a dimora i propri mezzi, si fermava a consumare un robusto piatto caldo innaffiandolo con il buon vino padronale e, fermandosi poi a giocare rumorose partite a scopa, si confidavano tra loro vecchie e nuove storie di donne presenti nel passato e nel presente.

 

Per questo quel signore distinto richiamava continuamente l’attenzione e la curiosità del tavolo 12 dove i quattro manovali, dopo aver mangiato, si fermavano a giocare a carte ed a chiudere il giorno sempre con un buon bicchiere di vino rosso. L’innominato invece, sempre taciturno e con gli occhi seriosi, mai partecipava al nascente calore familiare che si instaurava in trattoria tra un bicchiere e l’altro, tra una risata ed una diabolica scopa realizzata con il settebello. Lui era sempre lì in quell’angolo, indefinito nell’età, mai visto a fumare ma sempre alle prese con un primo ed un secondo a mente del menù della casa e, in controtendenza in trattoria, niente vino ma solo acqua o gassosa mentre al sabato Coca Cola. Quando si alzava per uscire ci si accorgeva che era di bassa statura e che forse aveva avuto un mal curato trauma giovanile poiché sembrava traccheggiare nell’andatura.

 

La curiosità donna evidenziò così sempre più il diabolico interesse dei “cavalant” che a bassa voce incominciarono a vociferare che quell’innominato sicuramente proveniva da una zona del Piemonte e che avesse avuto un trascorso sportivo, distinto com’era. Anzi una sera ci fu l’Alberto, il più giovane tra i “cavalant” che si sbottonò dicendo di aver saputo in via confidenziale che l’innominato era stato uno dei più grandi giocatori italiani a praticare quello strano sport importato dagli americani dopo la guerra chiamato “Pallabase”. Al più erudito dei “cavalant”, dal tavolo vicino, non gli parve vero poterlo correggere dicendo che il cugino, emigrante in America, gli aveva detto che non si chiamava “pallabase” ma “beisboll” e che si scriveva baseball. Uno strano gioco però perché praticato tra quattro punti fermi che numerati venivano chiamati, valli a capire gli americani, cuscini delle basi.

 

Fu così che nei giorni a seguire la storia dell’innominato prese una maggiore vita poiché tutti dissero che avevano saputo qualcosa a che dire sul suo fascinoso passato sportivo.

 

Pensate – disse una sera il riccioluto Alberto mentre raccoglieva un quattro e tre sette –: ho sentito dire che i suoi compagni di squadra lo chiamavano “interbase trequartista” poiché in questo ruolo egli giocava sempre ad una distanza di tre quarti dalla seconda alla terza base e la sua andatura si era conformata per via del continuo movimento attuato sulle gambe leggermente piegate”.

 

Questo è niente – bofonchiò allora l’Antonio mentre si massaggiava la mano sinistra – mi sono documentato ed ho letto che era anche uno che sapeva battere. Anzi, in una partita è riuscito a colpire sempre i lanci di un lanciatore bolognese, un tal Ludovisi che quasi è impazzito per la rabbia”.

 

Ma no - riprese Bruno mentre incominciava a bere il suo terzo bicchiere di vino – era bravo perché tecnicamente aveva inventato una particolare presa che gli permetteva di eliminare i battitori prendendo al volo le loro palline battute”.

 

Ma non dite stupidaggini, io so per certo – parlò con un filo di voce Giovanni, il più anziano il cui gusto di pontificare non veniva mai meno – che lui giocava così bene perché è nato in America da genitori emigrati a New York e dopo la guerra ritornati a Milano. Così è stato facile per lui giocare anche nella nazionale e ad insegnare il gioco a giocatori italiani come Glorioso, Tagliaboschi, Palombi, Faraone, Sbarra, Di Mascolo, Lucarelli e tanti altri di cui ora non ricordo il nome e che poi a voi ignorantoni non direbbero nulla visto poi che anche di calcio non capite nulla. Insomma quello era uno che valeva”.

 

Tutti allora annuirono con la testa ma in cuor loro giorno dopo giorno il palmares dell’interbase trequartista divenne sempre più lustro di prebende ed allori sino a diventare con onore il nascosto eroe dell’intero gruppo dei “cavalant” e della trattoria “La Speranza”.

 

Poi però accadde improvvisamente che agli inizi del gennaio del 1959 la sedia dell’innominato lì nell’angolo restò vuota e tutti compresero chinando la testa.

 

Alle esequie un amico fraterno, rivolgendosi ad un parente, disse che per lui affettuosamente il Davide, così si chiamava l’innominato, sarebbe rimasto sempre il signor “interbase trequartista” perché, pur svolgendo un lavoro da scrivania e mai amante di alcun sport, quando era con gli amici esprimeva sempre una sua personale gran voglia di vivere e durante le settimanali zingarate riusciva a bere tra una portata e l’altra, che loro esotericamente nominavano basi, ben tre/quarti di barbera. E questo sino a quando quegli incomprensibili dottori non gli avevano diagnosticato quella malattia. Ed aveva sofferto molto poi nel bere solo acqua o gazzosa.

 

Quando ho saputo la verità di quello strano soprannome, simpatico tra amici ma forte lato oscuro, mai ebbi il coraggio di svelarlo ai “cavalant”. Per loro il ricordo restò nota di merito ed un loro vanto poiché avevano avuto, anche se indirettamente, qualcosa a che fare con l’unico famoso “interbase trequartista” del baseball italiano…

 

Giovanni Delneri e Michele Dodde

 

Nella foto Giovanni Delneri
Nella foto Giovanni Delneri

TERZABASE SI CONFESSA

 

Me ne sono accorto per caso ma quest’anno, nonostante alcuni impedimenti quali una stenosi alla spina dorsale che mi posiziona mio malgrado su una sedia a rotelle, compirò felicemente 88 anni. Il valore del giorno era e resta sempre quello del 9 settembre ma fu proprio in quel mese del lontano 1945 che, essendo venuto a conoscenza del baseball, da allora mi sono sempre dedicato in varie mansioni a questa disciplina prima educativa e poi sportiva.

 

E’ intuitivo quali e quanti siano stati i trascorsi ed i personaggi che hanno configurato gli aspetti di questa mia passione durante questi 73 anni ma tutti con la giusta particolarità sono stati riportati qui su questo mio diario ingiallito e che ora, grazie a Baseballontheroad, ho il piacere di condividere con voi miei pochi lettori. Li leggerete, come già avvenuto in precedenti racconti, tutti a firma di Giovanni Delneri, quale ispiratore degli episodi e dei canovacci, e del mio amico Michele Dodde, già formidabile umpire degli anni 70 – 90 ed ora mirabile estensore delle note.

 

Certamente, con la tenacia insita nel cuore degli sportivi, raggiungerò la fine del secolo e pertanto sarò sempre pronto a soddisfare qualsiasi tema o curiosità mi vorrà essere richiesta così come riporterò le motivazioni che mi portarono a scegliere di non dirigere più gare tra squadre di alto rango con pubblico da folta vetrina per dedicarmi invece alle squadre giovanili laddove tra la folta erba si tracciava un ipotetico diamante nella ferma convinzione che nel baseball si può perdere per 8-0 all’ottavo inning e vincere poi la gara per 8-9 al nono inning. Poiché poi in sintesi il baseball è il sale della vita.

 

Giovanni Delneri (TERZABASE)

 

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Commenti: 1
  • #1

    Elio Dal Pozzo (lunedì, 22 gennaio 2018 11:50)

    Bellissimo racconto. Bellissime storie di Baseball !!
    Da farci un film !!!
    Solo chi ce l'ha nel sangue puo' caprire !