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Un ... "guanto per due"

di Giovanni Delneri e Michele Dodde

 

A Milano, anni del dopoguerra, zona nord-est. A dirla tutta quei tempi, quei tempi del dopoguerra, sono stati tempi belli. Vuoi perché ormai il tempo buio caratterizzato da soldati in divisa era diventato uno sbiadito ricordo, vuoi perché la mamma ti lasciava molto tempo libero, vuoi perché ci si incontrava con gli altri coetanei e si andava a giocare su quei vasti prati di periferia dove c’era sempre l’erba, l’insalata matta, cioè il cosiddetto “Tarassaco”, e quei tanti piccoli cumuli di terra che ci indicavano la presenza certa delle talpe. In quei luoghi, quasi fossimo in un’attrezzata palestra all’aria aperta, incominciavamo a formarci i muscoli su quelle nostre malnutrite gambe e braccia che i tempi grami della passata guerra non avevano certo aiutato a crescere. 

Io e il mio amico Emilio avevamo sempre la gran voglia di praticare quel gioco di cui un giovane yankee, nel donarci un po’ di cioccolata, ci aveva parlato e che ci sforzavamo di scrivere bene e pronunciarlo meglio. Si scriveva baseball ma si pronunciava "beisbol" e già la cosa ci esaltava. Però lo yankee, il cui nome ricordo era Frank Cooper, potè lasciarci solo quattro guantoni, tre palline e due mazze per cui, quando cercammo di coinvolgere tutti i componenti della banda “milano nord est” a giocare a beisbol, dovemmo attuare delle scelte che li invogliassero di buon grado.

 

Così, dopo aver fatto provare a tutti l’istintivo gesto del tirare la pallina e prendere la stessa nel guantone per udire quell’esaltante “toouff” della presa, un bel sabato decidemmo di registrare una partita vera. La fantasia allora ci aiutava a superare i limiti della realtà, ed allora pur di giocare si decise che i guantoni, quando si giocava in difesa venissero assegnati agli interni mentre gli esterni avrebbero raccolto la pallina con le mani nude. 

E d’altra parte, dissi io con fare saccente, giocavano così i primi giocatori tanto che venivano chiamati “bare hand”. Agli esterni dunque l’onore di chiamarsi tali mentre per quanto riguardava gli interni…mbeh, io ed Emilio dimostrammo che si poteva fare. Cosa? Semplice: i quattro guantoni venivano assegnati al lanciatore, in quel caso ad Emilio che fungeva da lanciatore, al ricevitore, a chi giocava in seconda base ed in terza base.

 

Restava il problema del giocatore in prima base dove avrei giocato io e fu risolto in un modo particolare: appena il battitore avrebbe colpito la pallina, Emilio mi avrebbe tirato il suo guantone che io subito avrei indossato per attendere così preparato la pallina raccolta dagli altri giocatori.

 

Incominciò il gioco. La pallina a volte battuta si nascondeva timida tra l’erba colorandosi anche di verde come i nostri anni ma era un bel divertimento poi trovarla e tirarla ed io non ho mai perso una pallina appena indossavo il guantone di Emilio ed il part time divenne usuale per tutti.

Un giorno si trovò un enorme guanto infeltrito usato da provetti sciatori e con la maestria e la pazienza che esalta gli appassionati, con ago da materassaio, cordoncini di cuoio ed il villico sistema del “fai da te”, con il guanto sinistro realizzai una sacca congiungendo il pollice con l’indice e così i guantoni miracolosamente divennero cinque. Quel cimelio è ancora visibile lì dietro la mia scrivania.

 

Il guantone con cui si giocava in due allora divenne un solo ricordo per gli aneddoti da ricordare ai giovani poichè dopo, quando dai prati passammo al campo dell’oratorio della nostra chiesa parrocchiale, i guantoni erano diventati nove con tanto di attrezzatura difensiva per il ricevitore e cappellino in testa.

 

E su quel diamante che noi si disegnava con cura millimetrica, ormai eravamo perfetti conoscitori del gioco, si disputarono le più intense gare e di certo non occorrevano pastiglie per entrare in “ecstasy”, ma bastava  solo sentire il “toouuk” della mazza che inviava la pallina su rotte siderali o lo stesso “toouff” quando la stessa veniva afferrata nel guantone. E non importava se poi, dopo molte volte battuta, la pallina assumesse la tipica forma “perosferica”: essa era sempre coinvolta nel gioco.

 

Col passare degli anni i componenti la banda di “milano nord est” crebbero unitamente a quei palazzi che andarono ad occupare quei prati dove c’era sempre l’erba verde, l’insalata matta, cioè il cosiddetto “tarassaco” e quei tanti piccoli cumuli di terra e si sparpagliarono e forse qualcuno di essi, nel gioco del baseball, è diventato anche un campione. Io ed Emilio no ma è pur sempre vero che a noi due, quando ci si vede, ritorna sempre alla memoria il tiro di quel guantone con cui si giocava in due. Ed eravamo lì, su quei liberi prati di periferia…

 

TERZABASE

 

Scritto da Giovanni Delneri e Michele Dodde

 

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Commenti: 3
  • #1

    franco ludovisi (venerdì, 12 gennaio 2018 14:14)

    Quei tanti piccoli cumuli di terra erano opera delle signore talpe, verissimo. E a Cernusco sul Naviglio per non disturbare tali bestiole si spostò addirittura il campo da gioco del baseball. La squadra che aveva provveduto a lasciare in pace le talpe non poteva chiamarsi che "Mole's Friends. Ci ho giocato sopra quel campo.

  • #2

    terzabase (giovedì, 18 gennaio 2018 17:48)

    Caro Franco io ho arbitrato più di una gara sul vostro campo e la storia delle talpe mi era stata raccontata dal Vostro manager( anni 1970).giovanni delneri.

  • #3

    Leardini (sabato, 03 febbraio 2018 11:07)

    Bel racconto