La vita e il tempo di Hank Greenberg

Nella foto la regista Aviva Kempner e sullo sfondo Hank Greenberg
Nella foto la regista Aviva Kempner e sullo sfondo Hank Greenberg

di Michele Dodde

Quando  nel 1998 il regista Aviva Kempner, figlia di Helen Ciesla, sopravvissuta all’Olocausto, e di Harrold Kempner, ex Ufficiale dell’Esercito Statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale ed a cui entrambi è dedicata la Ciesla Foundation, organizzazione educativa pubblica, licenziò per le sale cinematografiche il film-documentario “The Life and Times of Hank Greenberg” di fatto stava continuando a coronare il suo sogno e le finalità della stessa Ciesla Foundation che erano quelle di produrre e dirigere film su eroi ebrei, sconosciuti a molti ma icone presso la comunità israelita negli Stati Uniti. 

Dopo “ I Partigiani di Vilna” del 1986 Aviva, senza voler lasciare nulla al caso, rivolse il suo interesse anche nel mondo del baseball dove ritenne opportuno diffondere la vita di Hank Greenberg, inamovibile prima base dei Detroit Tigers, ma soprattutto il tempo in cui egli visse poiché riuscì a divenire un osannato giocatore nonostante fosse quasi palpabile il serpeggiante ostracismo verso gli ebrei pur se mai apertamente esplicato. 

Hank Greenberg con Babe Ruth
Hank Greenberg con Babe Ruth

Hank si impose nel cuore e nella mente dei fan con il suo innato stile ed i suoi pregevoli risultati rivaleggiando, in quella che ancora oggi è definita la “Golden Age of Baseball” con Babe Ruth e Lou Gehrig divenendo la prima stella di etnia ebrea nel baseball statunitense favorendo, con la sua personalità, a rompere i pregiudizi e le barriere della discriminazione razziale.

 

Barriere fortemente vissute se si considera che il mitico Jackie Robinson incominciò a calcare i diamanti solo nel 1947. E che il tempo era quello macchiato da negative correnti di pensiero si evidenziò maggiormente nel 1938 quando Hank, che in quell’anno aveva battuto 58 home run a cinque gare dalla fine del campionato e quindi proiettato a superare il record di 60 home run che Babe Ruth aveva realizzato nel 1927, fu imbrigliato li nel box di battuta da un sussurrato ma deciso ordine di scuderia. Nelle ultime cinque gare di quel campionato infatti, con i fan in attesa e gli occhi puntati a carpire la pallina monstre nr. 61, tutti i manager delle squadre avversarie ai Tigers fecero concedere ad Hank sempre la base su ball ad ogni suo turno di battuta piuttosto che dargli la possibilità di rompere il record di Babe. Greenberg allora fece sempre buon viso e non si adombrò più di tanto ma agli osservatori neutrali fu evidente che ai vertici del grande baseball non sarebbe piaciuto che fosse stato un ebreo a rompere il record. 

 

Così come nel prossimo film, in uscita nel 2018, il regista Kempner ha delineato in modo particolare l’enigmatica personalità di Moe Berg, ombroso ma intellettuale giocatore di baseball quanto efficiente ma duttile spia al servizio dei Servizi Strategici (OSS) durante la Seconda Guerra Mondiale ( leggi “L’Enigma di Moe Berg” su Baseball On The Road in data 9 agosto ) e le cui ceneri sono state portate in Israele e sparse sul territorio, così le sue puntigliose ricerche inerenti la raccolta di filmati d’epoca, testimonianze e documenti diedero vitalità nel 1998 a “The Life and Times of Hank Greenberg", lungometraggio di 90 minuti che configurò in modo accattivante la religiosità e l’indiscutibile personalità di Hank Greenberg, versatile prima base e “uno dei migliori battitori che io abbia mai visto – come disse Joe Di Maggio – Anzi, quando l’ho visto per la prima volta, non credevo ai mie occhi”.   

 

Sì, religiosità poiché questo è il fulcro che ha caratterizzato la vita e la notorietà di Hank.

Egli nasce il 1° gennaio del 1911 in una famiglia ebrea ortodossa. Fisicamente prestante ed idoneo a svolgere più discipline sportive, nella High School nel Bronx scelse il baseball, sport da lui preferito, e la sua tecnica di giocatore in prima base richiamò l’attenzione dello scout degli Yankees Paul Krichell. Nonostante le lusinghe di Krichell, Hank non volle firmare il contratto poiché, disse, “era fortemente impressionato dalla presenza e personalità di Lou Gehrig e quindi incapace di poter prendere in futuro il suo posto”.

 

Tuttavia nel successivo anno, 1929, fu lo scout Jean Bubuck a convincerlo a firmare per i Detroit Tigers nei quali giocò, pedina insostituibile, le sue prime dodici stagioni. Soprannominato “Hankus Pankus” o “The Hebrew Hammer” Greenberg attrasse l’attenzione nazionale nel 1934 quando si rifiutò di giocare durante lo Yom Kippur, Giorno dell’Espiazione, la più sacra ricorrenza religiosa ebraica.

 

Narrano le cronache che in seguito, ogni qual volta Hank, durante lo Yom Kippur, rinunciasse a giocare, la sua squadra riportava una sconfitta mal accettata. La sua scelta religiosa divenne uno spartiacque tra laici ed ortodossi e coinvolse anche il poeta Edgar Guest che scrisse:

"E viene il giorno dello Yom Kippur, giorno santo in tutto il mondo ebraico, /e Hank Greenberg, ligio ai suoi principi ed alla vera tradizione / trascorre la giornata nella sua Sinagoga e non viene a giocare. / Dice Murphy a Mulrooney:” Oggi perderemo la gara! /  Poiché Hank non è in diamante né nel box di battuta. / ma è fedele alla sua religione e noi lo onoriamo per questo!”

 

Al termine della sua carriera in diamante, 1947, il suo palmares annoverava due World Series (1935 e 1945), due MVP dell’American League (1935 e 1940) e ben cinque convocazioni per la All Star Game ma l’amore e l’interesse per il baseball lo portarono a diventare anche il primo proprietario ebreo sia dei Cleveland Indians (1954) sia dei Chicago White Sox (1959).

 

Nel 1956 la sua placca è stata inserita nella Hall of Fame di Cooperstown ed il suo indiscutibile carismatico modo di operare quale “perfetto portavoce per gli ebrei – come ha scritto Shirley Povich sul Washington Post – poiché era intelligente, orgoglioso, umile e grande nelle sue scelte e capacità” ha permesso poi di aprire la strada agli ebrei nel raggiungere i vertici più alti del baseball statunitense come Al Rosen, direttore generale, come Bud Selig, proprietario dei Milwaukee Brewers e poi commissario del baseball per non dimenticare il mitico Sandy Koufax inserito nella Hall of Fame nel 1972.

 

Due personaggi di particolare fascino quindi ha rispolverato il regista Avita Kempner: il fuoriclasse e specchiato Hank Greenberg, il cui ritratto è nella Hall of Fame del Baseball, ed il tenebroso ed enigmatico Moe Berg, il cui ritratto è nella Hall of Fame della CIA, entrambi di etnia ebrea ma entrambi accomunati dal baseball che per loro è stato maestro di vita.

 

Greenberg è morto il 4 settembre 1986 dopo aver coronato anche una carriera di successo a Wall Street, ma questa è un’altra storia.  

 

Michele Dodde

 

Qui sotto il trailer del film di Avita Kempner:  The Life and Times of Hank Greenberg

 

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