Il baseball, lo spazio e la storia

Il tabellone dello Yankee Stadium durante la partita giocata il 20 Luglio del 1969
Il tabellone dello Yankee Stadium durante la partita giocata il 20 Luglio del 1969

di Allegra Giuffredi 

In questi giorni Paolo Nespoli (1957), astronauta italiano torna nello spazio all’età di sessant’anni per una missione appunto spaziale, durante la quale farà undici esperimenti che speriamo faranno fare dei bei passi avanti nella ricerca, qualunque essa sia. E sempre in questo periodo qualche anno fa, nel 1992, un altro astronauta italiano, ossia Franco Malerba, che di anni oggi ne ha ben settantuno andò in giro per lo spazio con lo Space Shuttle Atlantis, ossia quella navicella spaziale che tra alti clamorosi e bassi drammatici ci ha tenuto compagnia per anni e che adesso è andata in pensione in qualche hangar di Cape Canaveral.

Ma le stelle e lo spazio in generale hanno riguardato anche il mondo del baseball. Nel 1969, infatti, quando Neil Armstrong sbarcò sulla luna per la prima volta in assoluto, facendo fare un grande passo all’umanità, siccome sulla terra molti stavano col naso all’insù e molti in Italia aspettavano la cronaca dell’evento guardando in TV Tito Stagno, Ruggero Orlando e Gianni Bisiach che si disputavano il primo allunaggio, negli USA, si giocava a baseball.

 

E quando finalmente l’Apollo 11 toccò il suolo lunare, facendo litigare Stagno e compagnia cantante come delle comari su chi avesse visto per primo sto benedetto tocco lunare e Armstrong fece quel fatidico passo sul medesimo suol, i giocatori di baseball che stavano giocando le loro partite, cosa fecero?

Si disposero su due file, lungo la linea esterna del diamante e cantarono l’inno americano, come si fa solo in occasione della Festa nazionale americana, il 4 luglio e in occasione dell’Opening Day.

Fu bello e serio al contempo onorare quel momento in un modo così istituzionale e semplice, vale a dire cantando “God bless America”.

 

Il 1969 del resto era un anno figlio del 1968, durante il quale tra le proteste per la guerra in Vietnam e la parità tra bianchi e neri, la morte di Bob Kennedy e del Reverendo King, quello dell’I have a dream! gli States e il mondo intero sembravano come impazziti e quindi guardavano a quell’allunaggio con speranza e fiducia.

 

In fin dei conti il baseball aveva già acquisito da tempo la parità tra bianchi e neri, abolendo quell’abominio che era stata la Negro League e introiettando nelle diverse squadre delle Major Leagues giocatori neri, come Ernie Banks (1931 – 2015), il giocatore con più presenze nei Cubs di sempre, Billy Williams (1910 - 1972) e Fergie Jankins (1942).

Questi giocatori non solo furono, giustamente e finalmente accettati all’interno delle squadre del massimo campionato americano, vale a dire la MLB, ma arrivarono anche a giocare l’All Star Game, che, curiosità tra le curiosità, dal 1959 al 1962 si giocò due volte all’anno, quasi a riecheggiare il “Let’s play two”, vale a dire il “giochiamone due!” pronunciato proprio dal grande Ernie Banks, noto anche come Mr. Cub.

 

Giocare due All Star Game doveva portare soldi nelle casse dell’allora magra previdenza sociale prevista per i giocatori di baseball, ma alla fine la settimana dedicata a questo evento era talmente disagevole per tutta una serie di questioni organizzative, che dal 1963 si tornò alla mono edizione, che ancora oggi conosciamo, anche, perché fu stabilito che la MLB si sarebbe giocata su 162 incontri per squadra e di un altro All Star Game proprio non si sapeva più che farsene.

 

Allegra Giuffredi

 

Sotto lo Yankee Stadium nel momento dell'atterraggio sulla luna

Scrivi commento

Commenti: 0