sab

08

apr

2017

L'ultima corsa

Nella foto Billy Hamilton (da MLB)
Nella foto Billy Hamilton (da MLB)

Racconto a quattro mani di

Giovanni Delneri TERZABASE

Michele Dodde

Quando si sentì il suono di tre spari consecutivi in quella traversa della 125th strada stava piovendo a dirotto ma i frequentatori dei due pub li vicino accorsero ugualmente. Per loro quei suoni secchi erano normale quotidianità rotta solo dai giochi sul biliardo sia a stecca sia a boccetta. Sotto la fioca luce per prima cosa videro del sangue che copiosamente usciva da una grossa ferita sulla coscia della gamba destra e che seguiva il corso dell’acqua piovana sino a sparire nella caditoia stradale. 

Per chi era abituato più a vivere in strada che nelle maleodoranti case popolari ed avvezzo ad affrontare e superare i limiti della sopravvivenza, fu un tutt’uno capire subito che di omicidio si trattava e che la morte, pur se non istantanea, aveva ancora una volta messo a segno un altro destino. Inoltre quel particolare silenzio, che come un incantesimo aveva seguito gli spari, ora si era rotto per via della lugubre sirena dell’ambulanza e dallo scalpiccio di altri soccorritori. Quando il tenente della omicidi Rudy White andò a girare pietosamente il corpo scomposto, tutti i convenuti allora riconobbero il volto di David Carrera, uno di loro che però era riuscito ad intraprendere la paradise way senza dimenticare orgogliosamente le proprie origini. A quella vista in molti, lì, sotto la pioggia, incominciarono a piangere sommessamente poiché la morte non aveva colpito un uomo qualunque ma David Carrera. E David era una icona in quell’infelice zona del Bronx.

 

Chi era David? David era un normale ragazzo di strada che come tutti gli altri suoi coetanei viveva di sotterfugi e piccole ruberie nei supermercati della zona. Tuttavia David aveva qualcosa di speciale perché già all’età di 12 anni dimostrava una passione per il baseball fuori dal comune, passione che gli aveva più volte permesso di frantumare non pochi vetri di finestre attorno a quel luogo di ritrovo, ovvero quell’abbandonato quadrivio dove quei giovani emarginati portoricani suddivisi  in Pumas, Grizzles, Jumbo Jets e Choppers erano soliti giocare il batti e corri e dove con grande fantasia avevano realizzato il più fascinoso diamante lì On the Road. A segnare la casa base infatti era il tombino dell’acqua da usare in caso di incendio mentre la prima base e la seconda erano disegnate con il gesso. Per la terza ci si arrangiava con l’ombra proiettata dall’insegna dell’ufficio postale, tanto si giocava sempre di pomeriggio e l’ufficio era chiuso. 

Ragazzi che giocano all'Havana, Cuba (1977) Photo: Susan Meiselas
Ragazzi che giocano all'Havana, Cuba (1977) Photo: Susan Meiselas

Le tribune i soliti marciapiedi con qualche vagabondo qua e là a criticare. Quel mitico angolo di mondo per tutti quei ragazzi era diventato l’”On the Road Stadium” e questa era anche la chiamata quando ci si doveva sfidare con le altre bande del quartiere. In verità per David, oltre alla sua zona da interbase, esisteva anche un ristretto posto vicino al recinto appena dopo la terza base del vicino “Yankee Stadium” dove lui accedeva introducendosi furtivamente con la complicità di un anziano vigilantes, con l’appariscente distintivo Yankee Stadium Police sul petto, che lo aveva preso a ben volere. E David in quel modo non perdeva nessuna partita casalinga di quella amata franchigia che un giorno si chiamava New York Highlanders. Le ore passate a praticare il gioco presso “On the Road” e quelle a vedere gli Yankees erano gli unici momenti in cui David si riappacificava con il destino della propria vita, amandola. Per il resto una continua esistenza triste e condotta sul filo del rasoio perché i suoi genitori, semialcolizzati e disoccupati, vivevano in un lurido monolocale dopo aver messo al mondo ben cinque figli di cui David era il più grande. E dall’essere il più grande alla responsabilità di procurare loro il cibo era un tutt’uno che egli svolgeva con perizia rubando qua e là nei supermercati e poi sparire sfruttando quella sua insita capacità di saper correre più degli inseguitori. E bene gli andava poiché in fondo considerava il tutto un buon gioco reso possibile dalle sue atletiche capacità.

 

Poi accadde di marzo, anzi nel pomeriggio del 27 – e questa data per David rappresentò sempre una seconda nascita – quando Robert Eastwood, un talent scout degli Yankees, si trovò a passare sul marciapiede tribuna dell’On the Road Stadium e notò con grande meraviglia la veloce corsa che David realizzò dalla prima base sino in terza. Allora restò a guardare la partita e dovette constatare che il ragazzo era in possesso di non comuni doti anche se da sgrezzare enormemente. Quando Eastwood andò a parlare con i genitori di David, questi capirono poco o nulla ma furono molto interessati alla notizia che il ragazzo avrebbe reso loro trecento dollari a settimana. 

 

Così David fu tesserato nelle giovanili degli Yankees e quella scritta che una volta egli portava orgogliosamente su una felpa debitamente rubata allo Sporting Store della 159th street ora era lì marcata indelebilmente sulla sua divisa. Una nuova vita accolse David: studi scolastici, approfondimento dei fondamentali, conoscenza delle elementari strategie ma soprattutto allenamenti ed allenamenti ed allenamenti sulla battuta e la corsa sulle basi, quest’ultima fortemente seguita per il suo considerevole sprint che lo portava a percorrere la distanza tra una base e l’altra in appena 4 secondi ed a completare l’intero giro delle basi in 14 secondi. Durante le gare giovanili questa sua capacità non fu molto evidenziata per via di altre scelte di gioco ma a 18 anni, quando il manager Jhonny Ofbleck lo volle con se e lo fece debuttare come esterno centro nel secondo incontro interno, questa lo mise in mostra in modo carismatico. 

Nella foto Josh Gibson scivola a casa base alla partita  All-Star Negro league in Chicago, 1944
Nella foto Josh Gibson scivola a casa base alla partita All-Star Negro league in Chicago, 1944

Da qui un ulteriore nuovo mondo si aprì per David. Egli onorò la fiducia con una prestazione eccezionale: nessun errore, emozionanti prese al volo grazie alla sua corsa che gli permetteva la giusta tempistica della presa al volo, tre valide su quattro turni in battuta. Infine l’apoteosi: al nono inning sul tre pari i quattro ball del rilievo dei Red Soxs William Zap gli regalarono inaspettatamente la prima base che egli poi lasciò per raggiungere salvo la seconda sulla calibrata smorzata di sacrificio di Paul Brown che lo seguiva nel line up.

 

Gioco tutto sotto controllo per il lanciatore dei Red e quando Frank Rougè, terzo in battuta per gli Yankees, pennellò una ulteriore smorzata ad appena sette metri da lui, con fare sornione avanzò chinandosi a raccogliere la pallina e successivamente a tirarla in terza per eliminare il corridore David durante la sua eventuale rubata dalla seconda. Restò improvvisamente perplesso però perché non vide alcun corridore e fu frastornato dalle grida dei compagni e dal boato dei tifosi sulle tribune. David aveva ben compreso il segnale del coach e convinto delle sua possibilità aveva realizzato quella lunga fuga sino a casa base segnando il punto della vittoria e che i giornali il giorno dopo avrebbero enfatizzato come “la grande rubata per la vittoria degli Yankees”.

 

Foto e commenti riempirono i giornali e la sua irresistibile corsa sulle basi incominciò a riscuotere reverenziale timore da parte degli avversari, un sempre affascinante plauso da parte del pubblico e molti studi tecnici relativi. David così divenne una pedina fondamentale per la franchigia newyorkese ed un cospicuo contratto cambiò di fatto il suo tenore di vita. Quel baseball che amava e che giorno dopo giorno, tra sacrifici e sudore, gli aveva insegnato anche lo stile e l’educazione per l’onorabilità di scelta tra bene e male ora lo stava ripagando. Dal Bronks si trasferì con la famiglia in un grande appartamento nel Quartiere Latino. Mandò i suoi fratelli a scuola e poi in College. Al termine del secondo anno di Major League, alla soglia ormai dei suoi venti anni che avrebbe compiuto il 3 dicembre volle festeggiare intimamente gli eventi del suo stato entrando in quel Supermercato del Bronks dove all’età di otto anni aveva compiuto il suo primo furto e successiva fuga. Voleva entrare questa volta per acquistare ogni cosa che potesse servire alle numerose famiglie dei suoi vecchi amici d’infanzia che, meno fortunati di lui, vivevano ancora di espedienti e sotterfugi comunicando loro però che l’onestà sempre in futuro avrebbe poi vinto e quindi uscire alla grande dalla porta principale.

 

Mentre stava riempiendo il carrello e sorriso ad una sua vecchia conoscente divenuta anch’essa bella e desiderabile, udì uno sparo e vide verso l’ingresso una grande confusione. Si precipitò di corsa verso le casse dove constatò il cadavere di una cassiera che era stata colpita a morte dal rapinatore. Prontamente uscì e, conoscendo perfettamente le diverse vie di fuga, incominciò a guidare i vigilantes all’inseguimento. Ma era più veloce e quindi, intravedendo in lontananza la sinistra figura che cercava di svoltare all’angolo della 125th, distaccò di molto i vigilantes con l’intento di placcare il rapinatore. Questi invece si era fermato ed appena vide David  svoltare l’angolo lo fermò sparandogli a breve distanza tre colpi. David fu catapultato in terra senza rendersi conto che un triste destino lo stava aspettando dietro l’angolo, quell’angolo che più volte lo aveva visto sfuggire. E sotto quella pioggia torrenziale quei tre spari frantumarono il tempo della sera, fermarono ancora una volta una vita nel Bronx, fecero fiorire la leggenda di un uomo chiamato Stolen Base. E tutti poi lì nel Bronx piansero quella sua Ultima Corsa.  

 

Racconto di fantasia di Giovanni Delneri (TERZABASE)  e Michele Dodde

 

 

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Commenti: 3
  • #1

    TERZABASE (sabato, 08 aprile 2017 18:49)

    con la mia infinita fantasia e con la maestria di MICHELE nell'assemblare il racconto,arricchendolo di particolari,vi proponiamo un favola metropolitana.Il finale è un po triste, ma come può succedere ,anche le favole a volte non sono a lieto fine.TERZABASE

  • #2

    melogranofiorito@libero.it (lunedì, 10 aprile 2017 12:28)

    Breve, conciso, essenziale il racconto comunica la passione, sia pur pervasa dalla malinconia d'un sogno perduto, che anima chi conosce e vive questo sport

  • #3

    Leoni (martedì, 11 aprile 2017 07:23)

    Un grande talento.
    Bravissimo

Vorrei partecipare a Torneo!

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