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03

apr

2017

Stefan, il giocatore che arrivò alla Major League - 3

Nella foto il protagonista della storia Stefan-Wever
Nella foto il protagonista della storia Stefan-Wever

di Gandalf il grigio

tradotto dal racconto di storia vera di Tom Dinard pubblicato su The Post Game

3^ parte - Leggi la prima parte - Leggi la seconda parte

Quando Stefan si svegliò il Venerdì 17 Settembre 1982, si sentì come un bambino di 8 anni la mattina di Natale. Era veramente sorpreso quando aprì la pagina sportiva del giornale (consegnato, naturalmente, nella sua suite) e lesse nella lista dei lanciatori di quel giorno: New York Yankees (Stefan Wever 0-0) contro Milwaukee (Mike Caldwell 15-11), ore 19,30. Trascorse la giornata girando per alcuni grandi centri commerciali nel centro di Milwaukee sentendosi abbastanza bene con se stesso. Comprò alcune cose con i nuovi soldi (denaro per il pasto), cose che non avrebbe mai preso in considerazione  la settimana prima, come occhiali da sole da 50 $. Cercò di non pensare alla partita di quella notte, ma non ebbe molta fortuna. Dovunque andava trovava  oggetti e accessori dei Milwaukee Brewers, e tutto ciò che leggeva raccontava della incredibile bravura offensiva di quella squadra.

Aveva piovuto quasi tutto il giorno a Milwaukee e non c'era la certezza che si sarebbe giocato la partita, perché le condizioni del tempo erano ancora brutte nel pomeriggio, così i ragazzi stavano facendo piani per tentare di uscire quella sera. Finalmente seppero che la partita ci sarebbe stata, anche se era stato cancellato il “batting pratice”. Tutto ciò voleva dire che Stefan avrebbe avuto più tempo per riposarsi in albergo e pensare all’incontro.

 

Quando giunse al Milwaukee Country Stadium, era pronto per iniziare. Ricevette alcune parole di incoraggiamento da parte di alcuni dei ragazzi, mentre altri preferivano lasciarlo ai suoi pensieri, o per cortesia o perché non sapevano cosa dire. Gli altri lanciatori sapevano, però, che questa era la più grande notte della sua vita.

 

Entrò nel bullpen, dove si riscaldò con un tale furore nervoso che si costrinse a fingere di trovarsi di nuovo a Nashville, a fissare il guanto di un catcher di doppio-A. Fece una lenta passeggiata verso la panchina  dove si sedette, inebetito, mentre la parte superiore del Line-Up degli Yankees andava ad incontrare Mike Caldwell.

 

Prima che se ne rendesse conto sentì il suo nome annunciato come lanciatore partente per i New York Yankees, mentre i suoi compagni di squadra si schieravano in difesa. Camminò verso il monte, lentamente….

Nella foto Paul Molitor
Nella foto Paul Molitor

Stefan sarebbe stato uno dei pochi – forse l’unico – lanciatore che stava  per iniziare la sua carriera nella Major League dovendo affrontare due futuri Hall of Famers. Iniziò quando il leadoff dei Milwaukee, Paul Molitor, entrò nel box di battuta…

 

Un'ondata bollente di adrenalina lo invase. “Scommetto che posso lanciarne un centinaio stasera”..

Ma Molitor vide una quantità sufficiente di campo per battere la palla  lungo il lato destro per un singolo con sei rimbalzi..

 “OK, va bene. Nessun problema. Prenderò il battitore successivo.”

 

No. Il secondo battitore dei Brewers, Robin Yount, scava con gli spikes nella terra bagnata del piatto di casa base e frusta un chiaro doppio verso il centro-destra del campo. Molitor segna il punto e i Brewers passano in vantaggio per 1 a 0.

Oh, va bene. Nessun shutout. Proviamo con il battitore successivo”.

 

Cecil Cooper. Stefan gli lancia un buon changeup, ma anche se Coop è ingannato dalla palla più lenta e si muove troppo in anticipo, la mazza cattura ancora la metà inferiore della palla e ne nasce una volata poco profonda verso il centro sinistra del campo. Stef solleva la testa e la gira indietro, sicuro di aver ottenuto il suo primo out, e guarda in silenzio mentre  Mumphrey interrompe la sua corsa all’indietro verso il muro, prima di rendersi conto del suo errore, ripartire, e superare la palla che aveva lasciato cadere e che era atterrata  sul prato fradicio.

 “Scuoti via tutto. Fai quello che Hoyt ti direbbe di fare. “Combatti”. Qui si inizia con un buon lancio”.

 

Ted Simmons cammina verso il piatto nella notte piovosa. Simmons batte una semplice ground ball che saltella sotto le gambe dello shortstop Andre Robertson, per un errore che avrebbe dovuto essere il secondo out. Cooper arriva in terza.

 

Ben Oglivie batte una flies out, ma ci sono ancora i corridori agli angoli con il leader degli HR dell’American League Gorman Thomas che si avvicina a grandi passi verso la casa base con un cipiglio da bar di Rapid City.

"Fastball alta, un ball".

"Changeup per uno strike".

… poi la fitta….

E’ alla spalla destra. Non è uno schiocco e non è una bruciatura. E’ più un piccolo strappo, gli basta per capire che qualcosa non va. Non fa male, ma c’è. Non sta andando via.

Stefan si ferma per un secondo, passeggia nella parte posteriore del monte e si china a raccogliere la borsa della resina.

 

 “Per l’inferno, in nessun modo voglio che il manager venga sul monte durante il mio debutto nelle Major League: in nessun modo mi devono considerare un cuore tenero, un piagnone che possono ferire. Sarei già spacciato se Hoyt non mi avesse temprato prima".

Si concentra sul catcher, Rick Cerone.

Due lanci più tardi, Thomas colpisce la palla oltre la recinzione.

Dannazione. Questi tipi non si fermano”.

 

Con il braccio appeso come linguine stracotte, Stefan se la cava in qualche modo con i successivi due battitori, ma esce dal primo inning con la sua squadra che perde 5-0

Nella foto Lou Piniella
Nella foto Lou Piniella

Nella parte superiore del secondo Piniella  colpisce una bella palla nella parte sinistra del campo che potrebbe diventare un doppio, ma Oglivie si tuffa sull’erba fradicia e si rialza con la palla nel guanto. Caldwell, quella  testa di cazzo, esce indenne dall’inning, provocando una reazione di Piniella nel dougout.

 

Piniella passeggia su e giù lungo la passerella di cemento di fronte alla panchina, mentre abbaia a se stesso su come una femminuccia  buona a nulla come Caldwell non avrebbe dovuto cavarsela. Si ferma davanti a Stefan, il quale sta fissando nel vuoto perso nella sua nebbia. Piniella punta Stefan e dice rivolto alla squadra.

 

 

“Vedete questo ragazzo? Sta facendo il suo dannato debutto nella Major League, e voi ragazzi non potete fare un gioco solo, per lui?” dice Piniella. “L’altra squadra fa quelle giocate, ecco perché loro stanno andando da qualche parte, mentre noi non stiamo facendo un cazzo!

 

Nessuno gli risponde, ma Stefan è strappato via dalla contemplazione e riportato indietro alla fredda e dura panca, all’acqua raccolta sulla terra della linea di prima base e all’inaspettata  benevolenza di un compagno di squadra che conosce a malapena. Accenna ad un ringraziamento a Piniella e risale le scale del doug out.

 

Il resto è un misto crescente di gocce di pioggia che cadono e di crollo delle speranze. Tira tre lanci pazzi. Viene colpito da otto battute valide. Concede 3 basi balls. Due volte ha la possibilità di doppi giochi, e due volte il seconda base Randolph, non riesce a fare il tiro in prima per chiuderli.

 

Con due fuori  nel terzo inning e gli Yankees  sotto per 7 a 0, King  si avvicina verso il monte, e Stefan sa perché. Clyde allunga la mano e Stefan gli passa la palla.

Non è stato un cattivo lavoro”, gli spiega. “Non è stata tutta colpa tua”.

Clyde gli da una pacca sulla schiena e Stefan esce dal campo. Mentre la pioggia continua, le luci dello stadio sembrano oscurarsi.

 

 

Ed è finita.

Proprio così.

Una foto di Stefan Wever coach al San Rafael Pacifics
Una foto di Stefan Wever coach al San Rafael Pacifics

Stefan Wever amava parlare di avversità. Questa era la lezione che diede ai lanciatori dell'Università High Redwood School quando debuttò come allenatore  nel 2009.

 

In quel bellissimo giorno di marzo, con l’alberata vetta del monte Tamalpais incorniciata dal blu del cielo di Marin County, raccontò, con il calore del sole primaverile, ai suoi ragazzi rapiti sulle gradinate in alluminio, parlando degli eventi che avevano cospirato per riunirli tutti lì.

 

Raccontò della sua stagione in Doppio-A nel 1982 e di quanto non era riuscito a fare; le sei partite perse;  i nove HR subiti; le oltre ottanta basi balls regalate ai battitori; i sette lanci pazzi. Poi raccontò loro quello che aveva fatto di buono: le 18 vittorie, i più di duecento strikeouts; il titolo della Southern League, la chiamata alle “armi” per gli Yankees.

 

Lasciò la storia lì, dando ai giovani atleti una parabola costruttiva di come l’ottimismo e la capacità di rimbalzare dai punti bassi della vita identifica il carattere e definisce cosa significa essere un vincitore. “Non è importante come si cade”, ha detto loro, “E’ importante come ci si rialza”.

 

Stefan Wever non aveva detto tutto.

Lui non aveva raccontato quale furono le conseguenze di quella notte a Milwaukee, quando la fitta alla spalla destra si rivelò una lacerazione del labbro del tendine e della cuffia dei rotatori, non raccontò dei due anni di riabilitazione conservativa  voluta dagli Yankees, con la sua fastball passata da 95mph, lanciata  per  nove innings, a 85 mph  lanciata al massimo per cinque innings.

 

Non raccontò come arrivò agli Spring Training nel 1983  dove  il nuovo manager degli Yankees, Billy Martin, lo prese in disparte e gli disse: “Stef, tu sarai il mio n. 5 della rotazione dei partenti”. Quell’anno Stefan lanciò solo sette partite in triplo-A, con una ERA di 9,78.

 

Non raccontò loro della spalla che non sembrava migliorare nemmeno dopo gli allenamenti rigorosi nella offseason, e che lo limitarono a sette partite in singolo A nel 1984. Poi arrivò la chirurgia, due anni troppo tardi, e le cinque partite, per tentare di recuperare, giocate ad Albany-Colonie, in Doppio-A, lanciando attraverso il dolore fino alla decisione finale senza appello, prendere il telefono una mattina e comporre un numero familiare di San Francisco.

“Mamma”, disse Stefan, cercando di allontanare  le lacrime: “Sto tornando a casa”.

 

Fine

 

Gandalf il grigio

 

N.d.r. Stefan Wever lanciò in quell'unica partita in MLB. Dopo il suo ritiro sconfisse per ben due volte una rara forma di cancro, (linfoma anaplastico a grandi cellule). Attualmente oltre ad aiutare come coach il "San Rafael Pacifics" per tre giorni alla settimana assiste i senza tetto del St. Anthony's Dining Room di San Francisco. “Non è importante come si cade; E’ importante come ci si rialza”.

 

 

 

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