sab

01

apr

2017

Stefan, il giocatore che arrivò alla Major League - 2

Nella foto i Beatles giocano a baseball (tratta da mccartneymadness.tumblr.com)
Nella foto i Beatles giocano a baseball (tratta da mccartneymadness.tumblr.com)

di Gandalf il grigio

tradotto dal racconto di storia vera di Tom Dinard pubblicato su The Post Game

2^ parte - Leggi la prima parte

Nel 1964, quando Stefan e Kristen Wever avevano 5 anni, i loro genitori  erano andati a vedere un matinèe di “A Hard Day’s Night”. Mamma Dorothy è stata una pianista, cantante e insegnante di musica da camera. Voleva vedere cos’erano “The Beatles”. Sulla strada fuori dal teatro, i Wevers  acquistarono i biglietti per tutta la famiglia per lo spettacolo che terminava a tarda notte. “Hai bisogno di sentire questa musica” disse, con una serietà che non aveva mai visto in lei. La settimana dopo Dorothy mostrò a Stefan un accordo  di Do al pianoforte. 

La settimana successiva un do minore e quella dopo un do7 e così via. Stefan venne agganciato da tutto questo: musica che poteva sentire, ma anche toccare e farla propria; il lavoro e il tempo che sarebbero serviti per padroneggiare quegli 88 tasti, creare innovative progressioni melodiche, testi, strumentazione e la personalità di John, Paul, George e Ringo che immaginava fossero scesi da una navicella spaziale, solo così succede di schiantarsi in una strada di ciottoli di Liverpool dove alcune chitarre erano state lasciate fuori con i rifiuti della notte precedente.

 

Saltò sul taxi all’uscita dell’aeroporto 18 anni dopo, quasi ridacchiando mentre diceva all’autista : “Yankee Stadium”. Poi una pausa, con adeguata enfasi drammatica “ingresso giocatori”. Guardò fuori dal finestrino un cielo senza nuvole, perfetto per la partita della Domenica pomeriggio, che era già iniziata;  si lasciò cullare, solo per un secondo, dal pensiero di quale meraviglia dovesse essere lo spogliatoio di un grande campionato professionistico. Questa volta lasciò libera la risatina di compiacimento.

 

La macchina rombava lungo la strada piena di buche. L’unico rumore che arrivò dalla parte anteriore della macchina fu un incoerente abbaiare Brooklynese dall’interfono, ma Stefan si distese  indietro  e ascoltò la colonna sonora della scena  cantata dai “Fab Four” gli avrebbero dato qualche spunto giusto.

 

Appena “La Casa che Ruth aveva costruito” apparve alla vista, Paul McCartney cantava in quell’istante: "Why leave me standing here?"  "Let me know the way." “Perché mi lasci in piedi qui?", "fammi conoscere la strada".

(The Long and Winding Road - Beatles N.d.r.)

 

Sorprendente era il modo in cui i fans già lo conoscevano, i suoi piedi avevano appena toccato il marciapiede (che lui non aveva nemmeno notato) e li vide affollarsi intorno, già chiedendogli l’autografo. Stef non poteva firmare perché aveva 8 mesi di indumenti in cinque pezzi di bagaglio, ma li ascoltava, come non poteva?. Sapevano pronunciare il suo nome, sapevano i suoi numeri ottenuti a Nashville. “Vai a prendere il tuo posto ragazzo”, gridavano. Lui rispose che lo avrebbe fatto.

Mentre sul campo del vecchio stadio la partita era giunta al secondo inning, lui camminava attraverso i corridoi bui del seminterrato. La club house vuota si stendeva davanti a lui come un profondo scrigno di gioielli. Aveva pensato che il suo sarebbe stato un armadietto in un angolo abbandonato, forse vicino ai servizi igienici, e il suo numero sull’uniforme un 93 o 84 o qualcosa di adatto  per un’aggiunta dopo gli  spring training che lo avrebbe fatto rimanere nel Bronx abbastanza a lungo da lasciare dei graffiti.

 

Poi arrivò la “tromba d’aria”: il suo armadietto era tra quelli di Dave Winfield e Goose Gossage, due giocatori che si stavano incamminando verso la Hall of Fame. Aveva, sulla divisa, il n. 25, l’ultima casacca indossata da Tommy John, che era stato un All-Star per tre volte e aveva giocato per quasi 20 anni tra i big.

 

Si vestì lentamente in silenzio, assaporando la sensazione del tessuto, prima di camminare attraverso il tunnel verso la luce del doug-out. Uscito sul campo vide per la prima volta Sammy Ellis, Pitching coach degli Yankees, che aveva lavorato con Stef  nella “instructional league” alcuni anni prima. Ellis lo presentò al Manager, Clyde King.

 

Trascorse il resto della giornata facendo il tifo per  gli uomini che conosceva solo come volti della TV o figurine del baseball che prendevano vita mentre scendevano i gradini davanti a lui e gli schiaffeggiavano la mano: Winfield, Ken Griffey, Graig Nettles. Gli Yankees batterono i Brewers 9 – 8 in fondo al nono inning.   

 

Winfield e Gossage, quando non erano assediati da giornalisti la cui presenza invadeva lo spazio ristretto di Stefan, erano dei vicini amichevoli,  gli lanciarono delle barrette di Kit-Kat. Ron Guidry, l’asso che dirigeva lo staff, ex vincitore del premio Cy Young, si avvicinò, stese la mano e disse “Benvenuto nei New York Yankees”.

 

Sul volo charter verso Baltimora, quella notte, a Stefan venne consegnato il buono pasto: più di 600 $ per il lungo viaggio che aveva davanti. Guardò i suoi nuovi compagni di squadra estrarre i loro fermasoldi, quasi all’unisono. Avrebbe dovuto disputare un grande campionato per avere anche lui un fermaglio così pieno di soldi, non è vero? Doveva averne anche per comprare vestiti nuovi. Winfield, soprannominato “Six-foot-six”, trascorse il volo elencando i migliori negozi “Big & Tall” nelle città della American League.

Una bella veduta di Inner Harbor in Baltimore
Una bella veduta di Inner Harbor in Baltimore

Arrivarono  in hotel, un lussuoso grattacielo. Stef doveva divedere la stanza con Jay Howell, un rookie proveniente dal Triplo-A, ma il dirigente accompagnatore della squadra, Bill “Killer” Kane, lo tirò in disparte per dirgli che il catcher di backup della squadra, Barry Foote, stava prendendo una pausa per stare con la moglie malata. Gli sarebbe piaciuto prendere la sua stanza? Perché no.

 

E – ragazzi – quella stanza era splendida – una suite ornata che si affacciava sul’Inner Harbor. Un telefono dorato appeso al muro del bagno. E i suoi bagagli, che non aveva ancora toccato da quando era arrivato allo Yankee Stadium, quella mattina, lo aspettavano nel corridoio davanti alla stanza. Accese la luce, si tolse le scarpe, si sdraiò e stese le lunghe gambe, sospirando e pensando che poteva fare un pisolino solo per il gusto di farlo – solo per vedere se si sarebbe veramente svegliato nello stesso letto e nello stesso corpo.

 

Ma si era sparsa la voce, era stata una vera partita di poker, e non importa chi lo avesse invitato: Stef era l’ospite. Servizio in camera, birre e spuntini arrivavano come su un nastro trasportatore, ordinati dai giocatori: Lou Piniela, Bobby Murcer, Oscar Gamble, Willie Randolph, Jerry Mumphrey, Winfield, Gossage, Nettles. Stefan aveva bluffato quando non doveva,  perdendo molti  soldi del primo stipendio del Campionato che non aveva ancora ricevuto e ridendo  durante tutto il tempo.

 

Sammy Hellis venne fermato da Stefan il quale  gli assicurò che il suo braccio non si era mai sentito meglio, dimenticando il fatto che aveva lanciato più di 230 innings nella stagione e che aveva lanciato normalmente più o meno 130 lanci a partita. “Non ti preoccupare Stef” gli rispose Sammy “sarai sul monte al più presto”.

 

Stefan dopo essere stato ripulito al tavolo da gioco, andò a vedere sorgere il sole sopra Baltimore. Non sarebbe stato in grado di dormire per ora, ma non gli importava. Era stata una notte di gioco, era nelle Major League, era il miglior prospetto per i New York Yankees, aveva battuto di nuovo le avversità per arrivare qui, e nulla lo avrebbe ostacolato sul suo cammino. Forse non era vero…. lui lo sapeva.

 

Segue

 

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