Stefan, il giocatore che arrivò alla Major League - 1

di Gandalf il grigio

tradotto dal racconto di storia vera di Tom Dinard pubblicato su The Post Game

Spruzzi di champagne erranti, puntini bianchi di schiuma di birra, spessi  pennacchi di fumo di sigaro e una massa di corpi, ancora nelle maglie intrise di sudore, mescolati, rotolanti sulla moquette bagnata. I compagni di squadra urlano, in posa per le foto con l’indice alzato,

Avrebbe potuto essere il classico cliché del baseball, ma quella notte, 11 Settembre 1982, fu il loro modo di vivere il baseball. I Sounds di Nashville avevano appena battuto i Jacksonville Suns per il titolo della Southern League, e la piccola Club House al Green Stadium aveva strappato gli ormeggi dalla doppia-A, fluttuando attraverso la densa aria del Tennessee verso il cielo. Stefan sorride, guardando la sua squadra dopo la prima vittoria vera, in piedi nel mezzo della stanza, con  i suoi 2 metri e 07 e 108 kg, era l’epicentro dei festeggiamenti.

Era la squadra vincente e lui l’MVP della Lega. Sedici vittorie in regular season e due, le più importanti, in questi play off. Una media ERA di 2,69. Più di 200 strikeouts. E meglio di tutto l’idea che tutto questo  poteva servire a portarlo nel Bronx da George Steinbrenner.

 

Era stato paziente, senza mai riposare e fermarsi a pensare cosa  provi un lanciatore a salire sul monte davanti a 55.000 spettatori, con il rombo del treno n. 4 che passa all’ombra del grande Palazzo di Giustizia e le luci – così tante luci – che rimbalzavano sul bianco della facciata. Sapeva che nel 1982 gli Yankees stavano collezionando una striscia patetica e  che erano a corto di buoni Pitcher, ma sapeva anche che la sua fastball a 95 mph, la sua forkball che si tuffava verso il basso, il suo miglior changeup, la buona forma per tutta l’estate e la sua crescente maturità gli avevano fatto rendere al meglio il suo giovane braccio.

 

Eppure questi erano i New York Yankees, e Stefan era ancora in Doppio-A. Il che significava che doveva trascinare le valigie, la sua borsa da baseball e i postumi di una sbornia da Major League all’aeroporto più tardi quella mattina, prendere un volo di ritorno a S.Francisco, finire il suo Master in inglese a Berkley durante l’inverno e incontrare nuovamente i suoi compagni, il prossimo Marzo a Fort Landerdale per gli Spring Training, dove sperava di rivendicare il posto n. 1 per la rotazione in Triplo-A a Colombo, prima ancora che il povero catcher sentisse il bruciore dei suoi lanci di riscaldamento.

Nell'immagine un lanciatore della UC Santa Barbara
Nell'immagine un lanciatore della UC Santa Barbara

Un altro anno buono per tentare la scalata a un grande Club….no….al più grande Club.

 

Stefan ha solo ventiquattro anni, ma  già vede il suo futuro. Guardandolo sul monte, i  tifosi e i battitori che affronta potrebbero pensare che tutto sia stato facile per lui, ma i suoi maestosi numeri ottenuti alla Lowel High School non avevano ispirato molto interesse negli scouts dei College.

 

Nei loro rapporti si leggeva che aveva lanciato contro un gruppo di  perdenti di S. Francisco. Così la sua magistrale stagione Senior con 2 shutout contro Lincoln gli hanno permesso di arrivare solo fino a UC Santa Barbara: un piccolo punto sulla mappa della Divisione I, conosciuta più per le gare di surf e i campionati di pallamano.

 

Ma dopo la caduta ti rialzi.

Ha lavorato nelle aule scolastiche cercando di raggiungere la quota della votazione A, di tenere il passo con la folla di MAs e di dottorati di ricerca che popolavano i loro alberi genealogici da generazioni. Ha  lanciato abbastanza bene contro i ragazzi grandi nel programma  “Gaucho” (Accademia per giovani giocatori che vogliono salire di grado – Santa Barbara, California) cercando di scavalcare i suoi compagni di squadra, ma il record scolastico di 17 sconfitte pesava su di lui.

 

Nel suo anno mjnor era positivamente osservato dagli scout, mentre i problemi, inizialmente minori, del gomito con  la paura che un giorno sarebbero diventati grandi lo hanno tenuto fuori dal primo turno di scelte, e intanto gli Yankees si rimettevano in sesto.

 

Cresciuto a Boston fino all’età di dodici anni Stefan non avrebbe mai immaginato di provare qualcosa al di fuori di un odio provocatorio contro tutto ciò che ricordava i “gessati”.

Ogni anno la sofferenza comune tra i suoi fratelli Red Sox era un diritto di nascita. Giocare per gli Yankees? Ha! …Questo non sarebbe mai accaduto.

 

Ma nel 1979 i “Vili” Yankees offrirono a Stefan un bonus per la firma di 15.000 $. Cedette  per 16.000 $  e poco tempo dopo Stefan debuttava come Rookie in uno stadio nella parte settentrionale di New York, frazione di Oneonta; l’inizio della salita di un sogno.  Le frizzanti notti primaverili di Oneonta si dissolvevano in quelle afose d’estate nella high-A di Fort Lauderdale.

 

 

Nel 1981, Stefan aveva affrontato  a Nashville diverse  formazioni ottenendo  una ERA di 2,00 e 80 strikeouts in 81 innings.

I compagni di squadra erano di diversa provenienza  sociale: figli di agricoltori dell’Iowa, stretti osservanti della Bibbia, superstiti del Ghetto e poveri domenicani.

 

Stefan era della sponda sinistra dei Liberal, spesso la voce solitaria che predicava nel deserto durante le lunghe trasferte in Bus, con argomenti tipo l’aborto, l’omosessualità e la pena di morte. Ha imparato a discuterne civilmente…. Ha imparato anche che il successo nella sfera professionistica, come nella vita, si misura da come ci si alza dopo essere caduti.

 

Esempi e storie simili  erano accadute anche vicino a lui. Todd Demeter, seconda scelta degli Yankees – nell’anno in cui Stef era stato scelto nel draft aveva ottenuto più di duecentomila dollari, un premio record a quel tempo. (Si diceva che  quattro giocatori della franchigia Kentucky Friend Chicken facessero  parte della transazione).

 

Era un grande outfielder – alto 1,95 per 91 Kg.  che ci si aspettava diventasse ancora più grande e aveva colpito svettanti fuoricampo per  gli Yankees vincitori delle World Series per anni.

 

Il padre di Todd, Don, giocò 11 grandi stagioni nei campionati maggiori tra il 1950 e ’60. Todd aveva il pedigreee e la potenza nella mano destra. Ma, come la fermezza della sua fede cristiana cresceva, così faceva il suo numero  totale di strike out subiti.

 

Sarebbe andato senza fretta al piatto con due corridori in base e due fuori e la squadra in svantaggio di un punto, pop out in seconda base per tornare indietro al dugout  in quello che sembrava uno stato di beata serena trance.

 

Dopo sette stagioni lui era fuori dal circuito organizzato, non essendo mai andato oltre il Doppio-A. Poi ci fu il ragazzo magro di 18 anni, proveniente dall’Indiana  che fu scelto nel 19° turno  del Draft del 1979.

 

Stefan ed il resto della squadra sarebbero rabbrividiti guardando lo sventurato Hoosier flagellare la sua strada attraverso la pratica di battuta in Oneonta, riuscendo a malapena a girare la mazza sulle fastballs nella rookie-league. Ma qualcosa in questo ragazzo era diverso. Un motore bruciava ardente all’interno, incapace di rallentare.

 

Donnie Mattingly era sicuro che sarebbe stato una grande star del campionato maggiore, e le sue sessioni estenuanti nelle gabbie di battuta e dietro ai campi da baseball  fecero in modo che avesse ragione.

 

E Stefan? Quando arrivò a Nashville, era ancora un tipico lanciatore grezzo e selvaggio capace di mandare in base 6  battitori e di eliminarne 12.

Ha ottenuto a causa della scarsa concorrenza – tutte le cose che servivano e nessuna idea di come usarle.

 

Quando veniva colpito duramente, doveva cercare ogni scusa.

Un monte scivoloso a causa della pioggia della notte precedente.

Un mal di collo perché il suo compagno di stanza amava alzare il condizionatore d’aria.

Una tormentosa incapacità a far presa sulla palla dovuta al sudore causato dall’umidità.

 

Niente di tutto questo importava a  Hoyt Wilhelm, suo pitching coach in doppio-A, un sessantenne membro della Hall of Fame che ha attraversato 21 stagioni di campionati maggiori con niente di più che una knuckleball e parecchio fegato.

 

Non ci volle molto a Hoyt, per insegnare a Stefan tutto quello che aveva bisogno di sapere. Il Coach non si preoccupava dei punti di pressione delle dita sulle cuciture sulle linee di giunzione della palla, o la pronazione o la posizione ottimale della gamba o la ripetizione delle consegne date. Gli importava di una cosa sola: quello che attraversava la mente di un lanciatore  mentre aveva la palla in mano. “Solo impugnarla  e lanciarla”. Diceva Hoyt e la franchezza del suo sguardo, la certezza nella cadenza delle parole erano sufficienti  a chiudere la questione  con qualsiasi lanciatore tanto la cosa sembrava semplice.

 

Tutto quello che Hoyt voleva per il suo ragazzo era combattere, sapere che il talento nel suo braccio era buono abbastanza e la potenza della sua convinzione – la fiducia necessaria per prendere quel braccio e far girare a destra i battitori senza esitazione  e senza paura di fallire – era tutto ciò che serviva.  “Quando un battitore arriva in prima base”, disse a Stef più volte, sfoderando un ghigno  da Cooperstown (sede della Hall of Fame), “Vuoi che giri a destra, non a sinistra”. Stefan aveva ascoltato e adesso i Nashville Sounds erano campioni e il grande lanciatore destro presiedeva una squadra seria che non conosceva fine.

 

Era quasi mezzanotte quando il ragazzo della Clubhouse  battè sulla spalla di Stefan indicandogli la porta chiusa dell’ufficio del manager. Johnny Oates sedeva dietro la sua scrivania, e Hoyt, ancora bagnato dallo champagne, accostò la sedia accanto a Stef. I due uomini più anziani avevano, quasi tutti i giorni, uno strano riflesso sulla faccia che assomigliava ad un sorriso di incoraggiamento. Il loro silenzio così cupo faceva capire a Stefan che c’era qualcosa che non andava. 

 

Wewe, mi dispiace dover dire che c’è stato un cambio di programma”, disse Johnny. “Non potrai vedere i tuoi amici in aeroporto quando arriverai domani”. Stefan non aveva replicato subito, ma un leggero luccichio negli occhi del manager gli aveva dato una speranza.

Perché Johnny, cosa è successo?

Perché tu atterrerai al JFK sulla strada dello Yankees Stadium”.

 

Gli uomini si abbracciavano e ridevano e piangevano. Hoyt disse a Stefan che nessuno mai l’aveva meritato di più. Stefan tornò verso gli armadietti in stato confusionale, strinse le mani dei compagni, raccogliendo le sue cose poi aprì la porta che conduceva fuori e andò nell’aria calda del primo mattino, di un sogno, di una vita.

 

Segue

 

 

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