ven

17

feb

2017

Dietro la maschera

di Frankie Russo

Dal racconto di Bengie Molina, ex ricevitore dei SF Giants, in cui racconta come gestiva i lanciatori e di come è arrivato nelle majors.

Molti di voi sapranno, fatto strano e curioso, che tutti e tre noi fratelli abbiamo giocato nelle majors e tutti e tre nel ruolo di ricevitore. Io, Bengie (Giants), Jose (Yankees) e Yadier (Cardinals), e formiamo l’unico trio di fratelli nella storia del baseball ad aver conquistato un anello delle World Series. 

Quando noi fratelli siamo insieme parliamo molto del ruolo del ricevitore e del suo valore. Ciò di cui ci troviamo sempre d’accordo, e che  riteniamo sia l’aspetto più importante, è la filosofia di come gestire i lanciatori.

 

Spesso mi viene chiesto cosa dico ai lanciatori quando vado sul monte nel bel mezzo di un inning. È comunque una cosa che preferisco fare il meno possibile; non voglio pensino che vada per disturbarli. Voglio che mantengano la concentrazione, ma voglio anche evitare che si mettano nei guai prima che sia tropo tardi.

Nella foto Bengie Molina e Barry Zito
Nella foto Bengie Molina e Barry Zito

È questa la vera bellezza del ruolo del ricevitore, saper leggere la situazione, conoscere la personalità del lanciatore, comprendere quando è troppo presto per dire qualcosa o troppo tardi per intervenire.

 

Mi ricordo una volta quando Barry Zito stava concedendo troppi basi su ball. Mi recai sul monte, non accennai nulla di come stava lanciando, lui questo già lo sapeva. Gli dissi semplicemente che eravamo una squadra, che indossavamo tutti la stessa casacca ed eravamo in campo per sostenerlo. Naturalmente le mie parole non cambiarono la sua meccanica, ma sicuramente gli avevano dato un sostegno psicologico.

 

Mi è capitata pure a volte di ricordare al lanciatore ciò che gli è stato già detto dal pitching coach durante la sessione di bullpen prima della gara, qualche piccolo consiglio, come per esempio riprendere il suo ritmo, ecc.

 

Ma un altro aspetto del ricevitore è che egli deve conoscere le personalità dei suoi lanciatori. Non è solo una questione di COSA si dice, ma di COME si dice, e non sempre tutto funziona alla stessa maniera per ognuno.

 

 

Mi è stato anche chiesto quanto tempo ci vuole per entrare in sintonia con i miei lanciatori, cosa va bene e cosa c’è da correggere. Il mio punto di vista è che ci vogliono circa cinque prestazioni, e questo vale per entrambi. È più o meno lo stesso tempo che impiega un lanciatore per porre la sua fiducia in me. 

Nella foto Jose Molina
Nella foto Jose Molina

Personalmente non avevo mai giocato ricevitore in vita mia, tutto cominciò per caso. Fu uno scout degli Angels in visita a Puerto Rico che mi disse di posizionarmi dietro al piatto e di tirare in seconda.

 

In verità lo scout non era venuto per visionare me, ma era lì per mio fratello Jose. Fu mia madre a dirgli di guardare anche me, oddio, non è che proprio glielo chiese, lo costrinse. Gli sventolava in faccia un articolo di giornale in cui c'era scritto che quell’anno avevo battuto 400 giocando esterno in una squadra che aveva vinto il campionato amatoriale in Puerto Rico.

 

Forse per una questione di educazione, o forse per non sentirla più (ancora me la pongo la domanda),  lo scout acconsentì affinché facessi un provino nel pomeriggio.

 

Veramente io non ne ero convinto, fu mio fratello a insistere, ma poi c’era un altro problema, non avevo gli spikes. La settimana prima avevo deciso di smettere di giocare, quindi legai le scarpe e le buttai sopra i fili elettrici dove ancora pendevano.

 

Mi ero impegnato molto quell’anno, avevo fatto tutto il possibile per realizzare buoni risultati, e ciononostante non avevo attirato l’attenzione di nessuna squadra delle majors. Ero disposto a giocare anche per una scatola di cioccolatini, avevo il solo desiderio di giocare, ma niente. Pensai allora che era giunto il momento di smettere, se non era quello il momento, allora non lo sarebbe stato mai più.

 

Poi ci fu l’episodio di mia madre. Jose disse che potevo usare le sue scarpe, ma erano di due misure più grandi, assomigliavo più a un pagliaccio da circo. Mentre mi riscaldavo con Jose e mio padre, lo scout notò qualcosa di particolare nel mio braccio. Mi disse di mettermi dietro al piatto e tirare in seconda. La forza e precisione dei tiri lo convinsero! Tre giorni più tardi gli Angels mi offrirono un contratto da 1.000 dollari  e mi mandarono a giocare con una loro franchigia in Arizona. Ero convinto che il mio guanto fosse il massimo che si potesse avere finché non vidi quello che usavano i professionisti, ma continuai a usare il mio finché non si ruppe. Il resto è storia.

 

Nda: La vita è come una stazione dove si aspetta un treno che non si sa quando arriva, quindi bisogna tenere la valigia sempre pronta. 

 

Frankie Russo

 

I tre fratelli Molina. Da sx Jose, Bengie, Yadier
I tre fratelli Molina. Da sx Jose, Bengie, Yadier

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