La salvezza

Nella foto il giornalista Jerome Holtzman (dx) accanto a Don Zimmer in una foto del 1989. (Foto di Charles Cherney/Chicago Tribune, via Associated Press)
Nella foto il giornalista Jerome Holtzman (dx) accanto a Don Zimmer in una foto del 1989. (Foto di Charles Cherney/Chicago Tribune, via Associated Press)

di Allegra Giuffredi

La salvezza e la vittoria nel baseball sono retaggi del lanciatore. Il pitcher vince la partita, paradossalmente, quando la sua squadra riesce a passare in vantaggio, una volta in attacco e quindi a restarvi per tutta la partita, vincendola. Il lanciatore può essere in panchina se c’è il DH o far parte del line up, quando non c’è il battitore designato che ne prende il posto e magari potrebbe anche essere sua la battuta vincente, ma oltre a ciò il lanciatore ed in special modo se chiude la partita e conserva il risultato vincente già maturato, lo salva e produce la cosiddetta salvezza. Questo concetto non è nuovissimo, ma nemmeno antico, perché di salvezza si parla solo a partire dal 1969 e grazie ad un giornalista americano, Jerome Holtzman, che per primo creò una formula ad hoc per calcolarla e dare al lanciatore il giusto merito e record.

A ricordarci questa innovazione è Randy Hundley (1942), catcher, tra gli altri dei Chicago Cubs, dal 1966 al 1973 e quindi ancora dal 1976 al 1977; Hundley è stato uno dei migliori ricevitori dei Cubs e ha vinto il Golden Glove Award nel 1967.

 

Ed è sempre lui a raccontare che una volta introdotta la salvezza, con essa maturò anche la figura del closer, che fino ad allora, nella tarda metà degli anni Sessanta non esisteva e che si faceva fatica a trovare.

Nella foto il giocatore in piedi è Phil Regan. Seduti da sx a dx, il catcher Jeff Torborg, il pitchers Bob Miller e Ron Perranoski in una foto del 1966. (Photo: Sporting News via Getty Images)
Nella foto il giocatore in piedi è Phil Regan. Seduti da sx a dx, il catcher Jeff Torborg, il pitchers Bob Miller e Ron Perranoski in una foto del 1966. (Photo: Sporting News via Getty Images)

Uno dei migliori, fra i primi closer del tempo fu Phil Regan (1937) dei Chicago Cubs, che pensate un po’ riuscì a lanciare per 127 innings su 69 games nel 1968 e nel 1969 per 112 innings  su 71 games, con una media di almeno due inning a partita, cosa questa al giorno d’oggi assai rara, se si pensa che nelle WS del 2015 il record spetta a Marc Melancon (1985) dei Pittsburgh Pirates, con  76.2 innings su 78 games e che Aroldis Chapman (1988) closer dei Cubs nelle recenti storiche e vittoriose WS, ha fatto fatica a reggere due inning lanciati in due partite consecutive …

 

Regan aveva un controllo eccellente, un buon slider e una buona sinker e oltre a lui altri grandi closer sono stati Bruce Sutter (1953) con una fast ball lanciata con le due dita allargate e Mike Marshall (1943) con la Screwball.

 

Tornando a Regan, proprio Hundley ricorda come per la sua bravura fosse tenuto d’occhio, perché si sospettava che oltre a sputare sulla palla, cosa vietatissima, usasse anche qualche altro sotterfugio e durante una partita fu, per questo, quasi spogliato dagli arbitri alla ricerca della magagna, che non c’era, ma siccome qualcosa si dovevano inventare, durante lo stesso incontro, ad un certo punto a Regan fu imputato un “lancio Illegale”, con grande scorno proprio di Hundley, il quale ebbe la grandiosa idea di urlare all’arbitro capo Chris Pelekoudas: “Ehi Chris, stai mettendo il naso nei nostri affari!”

 

Non l’avesse mai detto! Eh sì! Perché Pelekoudas era veramente dotato di un naso particolarmente importante, per dir così e quindi, risentendosi, al di là delle reali intenzioni di Hundley, ci rimase così male da espellerlo.

 

E ad Hundley non restò altro che uscire dal campo dandosi dell’improvvido, sempre per dir così, perché capì immediatamente il misunderstanding, l’equivoco in cui era incorso, volendo difendere la squadra e il suo compagno, ingiustamente sospettato di barare, ma ormai era fatta … e se ne tornò negli spogliatoi.

 

Allegra Giuffredi

 

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