Perché si ama il baseball

di Michele Dodde 

In chiusura dell’ultima Olimpiade, Rio 2016, la presenza del Golf tra l’élite delle discipline sportive ha fatto ricordare una scarnificante quanto celebre frase di George Bernard Shaw: “ Per giocare a Golf non è necessario essere stupidi, però aiuta”. Ed in effetti è stato proprio il Golf che il grande cartoonist Charles Monroe Schulz rivendicò, lui grande appassionato di sport e dell’hockey su ghiaccio in particolare, per dare inizio nel 1950 a movimentare quel fantasioso mondo dei grandi interpretato dalle idee e dagli spunti dei piccoli, ovvero quella scambievole comunità dei Peanuts che da par sua incominciò a sbriciolare perle di non comune saggezza. 

Ma via via, mentre il football, il pattinaggio, il tennis, i tuffi ed il bob diventarono sfumati contorni, fu il Baseball che avvinse Schulz quale veicolo di messaggi sublimali e densi di profonda filosofia di vita. 

La prima striscia dei Peanuts disegnata da Schulz
La prima striscia dei Peanuts disegnata da Schulz

Dalla prima striscia apparsa nel 1951 all’ultima del 2000 attraverso le 17897 strisce quotidiane e domenicali pubblicate in modo encomiabile grazie alla Panini Comics e distribuite in edicola con il Corriere dello Sport e Tuttosport, Schulz in quel suo mondo incantato e forte di nonsense all’hard boiled prediligerà solo il Baseball quale nascosto ed intimo esaltatore sia dei momenti surreali sia degli attimi di terribile incomprensione che la vita presenta senza chiedere alcun permesso. 

L'ultima striscia dei Peanuts disegnata da Schulz
L'ultima striscia dei Peanuts disegnata da Schulz

Così dalla prima striscia, con i personaggi appena segnati da un tratto quasi incompleto ed acerbo dove si può constatare il buon Charlie Brown alla sua prima battuta che lo galvanizzerà nella corsa sulle basi per essere poi eliminato ad un ciglio dalla casa base dicendo così alla lunga quanto sia difficile raggiungere i propri obiettivi, all’ultima, dove il buon Schulz con il suo tratto lineare ormai maturo e suggestivo lascia un personale ed intimo testamento in cui vorrebbe che anche l’hockey su ghiaccio potesse lasciare un messaggio culturale, il Baseball viene rappresentato in tutti i suoi risvolti problematici ma di fatto un irresistibile specchio della vita reale sintetizzato nei tre volumi “La Squadra di Charlie Brown”, “Un Grande Campionato” e “Baseball, che Passione”.  

Ma allora come nasce, e poi si manifesta, quell’avvincente emotività verso il baseball (ed il softball nella sua versione strategica) capace di coinvolgere sino a mostrare di seguito tutti i limiti che configureranno una evidente scelta quale inimitabile stile di vita?. Come può plasmarsi il proprio geloso egocentrico io verso l’anima di quell’attrezzatura che è il guanto, la palla e la mazza, per non parlare infine del ricercato Cap?. Quali sono i motivi corroboranti che implicitamente coinvolgono la mente e la sensibilità?

 

Essa nasce da una profonda conoscenza culturale di ciò che il Baseball rappresenta poiché indiscutibilmente il Baseball deve essere conosciuto a fondo per essere amato.

 

Mai disciplina sportiva infatti è così piena di accattivanti leggende che via via raccontate hanno di fatto superato i limiti sfuocati delle parole diventando realtà vissuta, di marcati aneddoti legati a precise tradizioni che sono l’anima correttiva di interi pomeriggi, di precise attenzioni da parte di studiosi della sociologia e della fisica, della scienza dei materiali e delle attività motorie, e che si presenta come un gioco e come tale intrinsecamente viene sviluppato ma che in realtà è un lungo e personale monologo psicologico che si concretizza, per chi gioca e per chi assiste, in quelle due precise identità che sono la fase di attacco e quella di difesa. 

E sono esse ad essere personificate da chi segue l’evolversi del gioco perché riflettono a tutto tondo in uno specchio convesso tutta l’attività sociale che si vive e che fu ben sintetizzata dal titolo del libro di Bruno Beneck : “Baseball, il gioco della vita”.

 

E dunque il Baseball, ideato e plasmato secondo principi esoterici universali, non è articolato da regole di gioco ma si configura in un palinsesto che precisa le azioni lecite da quelle illecite ed è un Giudice, l’Umpire di turno, che viene chiamato a giudicare le stesse ed i suoi giudizi sono e saranno sempre insindacabili. Ma è anche una precisa e veloce programmazione di calcolo percentuale che sorvola e supera la ferma idea degli scacchi e che indirizza una scelta senza ritorno.

 

Così quando il battitore entra nel box di battuta ed a lui si chiede la sapienza di saper individuare il lancio più congeniale per incocciare la pallina, la bellezza nella forma del gesto ed infine la forza da imprimere nella battuta viene contemplato in sintesi il meglio delle qualità richieste a chi vuole affrontare i disagi giornalieri mentre quando si scende in diamante per completare l’organico di una squadra con la precisa scelta di un ruolo che sia idoneo e confacente ad una richiesta di base allora c’è la giusta responsabilità dell’intero gruppo senza il quale non ci sarebbe continuità reciproca. Ed è la società a richiederlo.

 

Ebbene, noi giochiamo a Baseball ogni giorno ed i nostri successi non sono stati altro che eccezionali Home Run mentre le sconfitte solo amari e non confortevoli Strike Out. Certo ci hanno esaltato anche alcune valide o base su ball, ma poi per raggiungere l’obiettivo è stato necessario l’aiuto di altri e qui entrano gli intrecci che vincolano l’amicizia.

Perché si ama il Baseball dunque? Ma perché si ama la vita!

 

Michele Dodde

 

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