La cultura delle regole

I festeggiamenti della Fortitudo dopo la vittoria per 2-0 che vale il 10° scudetto (Foto Ezio Ratti-FIBS)
I festeggiamenti della Fortitudo dopo la vittoria per 2-0 che vale il 10° scudetto (Foto Ezio Ratti-FIBS)

di Michele Dodde 

A calma piatta acquisita, il non aggettivante finale del Campionato IBL 2016, ovvero la nostra casareccia World Series, è destinata a restare nella storia minuta come un aristocratico amarcord di felliniana memoria da discernere nelle fredde serate invernali dinnanzi al proverbiale camino tra quelli che un tal Luigi ha voluto configurare come una riserva indiana. Ed in effetti sarà così e far parte in modo sanguigno della ristretta compagnia degli appassionati è più di un titolo nobiliare. A movimentare il tutto non è stato il freddo ed asettico resoconto di Maurizio Caldarelli su la Gazzetta dello Sport di mercoledì 24 agosto quanto invece la garbata penna di Ezio Cardea, a volte sapientemente intinta con piacere in quell’oscuro vasetto di curaro che non guasta per condire meglio il pensiero, apparsa su “Baseballmania” sotto il titolo di Giove Pluvio. 

La discussione durante la sosta per pioggia (foto da corriereromagna)
La discussione durante la sosta per pioggia (foto da corriereromagna)

Dando una perfetta conoscenza della mitologia greca, Ezio si è librato in alto super partes approvando di fatto il cireneo impegno dell’umpire Silvano Filippi. Indiscutibilmente e, finalmente, una difesa coraggiosa che non è d’ufficio.

 

Tuttavia la realtà nel sezionare e sanzionare i propri giudizi su quella finale, oltre ad essere espressi da chi non era sulle tribune, come il sottoscritto, saranno sempre virgolettati e convergenti su tre ben distinti settori.

 

Il primo, quello felsineo, destinato a sfogliare sino al consumo il Regolamento Tecnico alla regola 4.12 (5); 

Game Called Because of Rain - Norman Rockwell 1948
Game Called Because of Rain - Norman Rockwell 1948

il secondo, quello romagnolo, ad appellarsi sempre ad una intrigante interpretazione filosofica ben delineata già nel 1948 da Norman Rockwell nel suo inossidabile quadro “Game Called Because of Rain”;

 

il terzo, quello degli uomini in blu, che andranno sempre a ritrovarsi ed a fortificarsi rileggendo con umiltà lo scritto di Philip Roth ne “Il Grande Romanzo Americano” in merito all’Umpire Mike the Mouth cui fa dire: “ (…)  Ho preso più di un milione e mezzo di decisioni e, lasciate che ve lo dica, in tutti questi anni non ne ho mai sbagliata una, non nel profondo del cuore, almeno. (…) Non mi aspetto che a qualcuno, in uno stadio, importi molto se vivo o muoio, perché dovrebbero?. Non sono io la star. (…) I tifosi non vanno allo stadio per vedere applicare le Norme e i Regolamenti, ci vanno a veder vincere la squadra del cuore. Il mondo intero ama i vincitori, (…)  ma quando si tratta di un umpire, non c’è un’anima che tenga per lui. Non ha un solo tifoso.

 

Per di più non può sedersi, non può andare al gabinetto, non può bere un bicchier d’acqua, a meno che non chieda alla panchina e questa è una cosa che nessun umpire degno di questo nome vorrebbe fare. L’umpire non può aver nulla a che vedere con i giocatori. Non può nè ridere nè scherzare con loro, anche se può essere un uomo al quale ogni tanto non spiacerebbe una piccola burla o una barzelletta. (…) Oh è una cosa solitaria essere un umpire. 

Nella foto Silvano Filippi
Nella foto Silvano Filippi

 Esistono persone che ti tolgono il saluto e non ti rivolgono più la parola per il resto della vita (…) ma a questo mondo qualcuno deve dirigere il gioco. Altrimenti non sarebbe più baseball”.

 

I tre settori dunque sono e saranno destinati a confrontarsi a più riprese ma l’atmosfera ruotata intorno ai diversi episodi obiettivamente ha lasciato un senso di vuoto a tutti quelli della riserva indiana, cui mi onoro di appartenere. Perché?

 

Ma va da se che forse sono mancate precise Norme cui attagliare l’andamento delle gare valevoli per il titolo e che forse un Membro designato quale Commissione Tecnica, come giusto avviene nei Tornei a caratura internazionale, avrebbe applicato con buona pace per tutti.

 

Rispolveriamo allora la necessità di caldeggiare sempre la Cultura delle Regole poiché sono esse maestre di sviluppo.

 

Michele Dodde

 

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Commenti: 3
  • #1

    Luca Pavan (lunedì, 05 settembre 2016 10:11)

    abbiamo il corraggio di dire che la Crew Arbitrale è stata abbandonata dalla fibs nel decidere il che fare...con commissari di campo in tribuna come Ponzio Pilato: in questo modo non ci si sente più in dovere di dover giustificare le proprie scelte

  • #2

    Gianni (lunedì, 05 settembre 2016 12:23)

    In una finale play off gli arbitri devono chiamere ball o strike, buona o faul, save o out.
    Tutto il resto deve essere deciso da uno o più commissari designati dalla federazione o dalla lega

  • #3

    FRANCO LUDOVISI (lunedì, 05 settembre 2016 22:01)

    L'unica cosa che non ho considerato opportuna è quella di concedere, per il reintegro del campo, un'ora è mezza.
    Dopo una sosta così lunga sarebbe stato necessario un riscaldamento pari a quello effettuato prima della gara.
    Allora tanto valeva ricominciare la partita da capo il giorno dopo.

    La conclusione della gara dopo la seconda interuzione era imprescindibile.
    E regolare negli effetti.

    Poi se mi chiedete se era la conclusione migliore della serie per l'assegnazione del titolo allora mi scappa da ridere.

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