How it's made? - 2^ parte

di Allegra Giuffredi

Dopo aver visto quanti aneddoti e vicende ci sono stati con la costruzione delle sole mazze da baseball, torniamo a noi e proseguiamo con la descrittiva di come si costruisce la palla da baseball ed il guantone.

Gli standard del peso e delle dimensioni della palla sono tali del 1872 e dentro ad essa c’è una sfera di gomma con un cuore di sughero; le sfere vengono cosparse di colla adesiva, perché al di sopra dovranno aderirvi quattro strati di filo arrotolato di diversi materiali, in modo da ottenere una rotondità di 22 cm e ½ sulla quale andrà altra colla e, dopo 48 ore di macerazione, una particolare copertura di cuoio. Le coperture sono quindi inumidite, in modo da essere più lavorabili. 

A questo punto inizia il lavoro artigianale della palla da baseball, con le cuciture fatte a mano, da abili maestranze, che la lavorano con due aghi e un filo rosso, su cui c’è della cera; una pressa poi appiattisce le cuciture, prima del tocco finale, composto da tre timbrature che sono la firma del Commissioner, che adesso è Rob Manfred (1958), il logo delle Major League e ovviamente la marca del Produttore.

Le palle da baseball attuali sono fatte così, ma non è sempre stato così. Le palle che si usavano un tempo erano molto più deperibili e l’anima era di sola gomma: il sughero fu inserito nel 1910. Esiste poi un periodo detto “Dead - ball era” e che va dal 1900 al 1919 circa, durante il quale si batteva e segnava pochissimo per vari motivi, fra i quali anche la consistenza e la durezza delle palle che erano sempre le stesse per tutta la durata dell’incontro e quindi, verso la fine della partita, diventavano molto soffici e poco performanti, perché battute più volte; oltre a questo poi, siccome i lanciatori, nella preparazione del lancio, potevano sfregarle, graffiarle e soprattutto sputarci sopra, le palle assumevano una colorazione scura, dovuta alla saliva ed al succo di tabacco da masticare emesso nella predetta pratica sputacchina, cosicché, quando si faceva sera, al tramonto, le palle quasi non si vedevano e quindi era molto più difficile batterle.

 

Il fatto poi di sputarci sopra, lisciar le palle o addirittura graffiarle permetteva ai lanciatori di farle assumere delle traiettorie spesso imprendibili e velenosissime per i battitori, che restavano al piatto.

Tutto questo finì quando furono presi vari provvedimenti, tra i quali anche il divieto di fare tutte queste bad practices.

Il più difficile da fare è il guanto. Di guanti da baseball ce ne sono tanti. Ci sono guanti da Esterno, che sono di dimensioni molto grandi, guanti da Catcher, una vera e propria padella (mitt) senza dita, con o senza tasca, per proseguire con il guanti da prima base che è senza dita, ma con la tasca tra il pollice e l’indice e quello da lanciatore che è più piccolo, con le dita e la tasca chiusa, perché non deve far vedere al battitore l’impugnatura della palla e poi, per concludere, c’è il guanto da interno, ossia da Seconda base, Terza base e Interbase che è piccolo e con la tasca a rete, in modo da eliminare subito il terriccio che va sulla palla quando rimbalza sulla terra rossa.

 

La lavorazione è pressoché tutta artigianale e manuale, tranne l’inizio, durante il quale, una pressa idraulica fa le dita e la forma del guanto a rovescio; la tasca, intrecciata a mano, è apparsa nei guanti negli anni Trenta ed è appunto fatta e cucita a mano, così come tutto il guanto che viene ammorbidito e rovesciato un dito alla volta, sempre manualmente, ingrassato ed irrigidito in alcune sue parti ed ulteriormente ricucito a mano, perché nessuna macchina potrebbe farlo, con la stessa umana maestria artigianale.

 

Allegra Giuffredi

 

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Commenti: 2
  • #1

    franco ludovisi (domenica, 28 agosto 2016 16:00)

    Quando attorno agli anni 50 giocavamo a baseball le palline erano quelle che si riuscivano a trovare nei banchetti dell'"America Stracci" nelle varie piazzole di allora: quasi sempre erano residuati bellici lasciati dalle truppe americane nei vari punti dove l'esercito si fermava per qualche tempo (Livorno).
    Le palline quindi erano sacre e non le si buttava mai via.
    Quando raggiungevaano il limite minimo di utilizzo noi ragazzini di allora le scuoiavamo avendo cura di non buttare la vecchia copertura che duplicavamo con pelle di vacca (o di vitello) che veniva battuta sui trespoli da calzolaio per ottenere l'arrotondamento più consono ad aderire all' anima della vecchia palla. Poi con due aghi da lano e filo rosso consistente si cominciava a cucire la pallina e per far questo impiegavamo quaranta minuti circa. Poi, la pallina rinnovata, veniva utilizzata così com'era e risultava quasi sempre più efficace della vecchia versione.

  • #2

    Luca Pavan (lunedì, 05 settembre 2016 10:53)

    40 minuti per cucire una palla?