How it's made? - 1^ parte

di Allegra Giuffredi

C’è una bella trasmissione in TV che permette di capire come si fanno le cose di uso comune che mangiamo, indossiamo o con cui giochiamo e tra le cose descritte vi è stata anche la costruzione di una mazza da baseball, una palla per giocarlo e il guantone. E allora adesso ve lo descrivo io, partendo dalla mazza, ovviamente di legno! La mazza di alluminio, infatti o altro materiale che non sia ligneo è considerata da molti conoscitori del gioco una vera aberrazione, ma torniamo a noi: come si fa una mazza da baseball?

Allora vediamo un po’, partendo proprio dai materiali: i più usati sono il più tradizionale legno di frassino e l’acero, che però è di uso più recente a discapito del noce americano e del raro bamboo; tra i materiali, poi, va ricordata anche la spugna, ebbene sì, che serve per le mazze usate nel gioco indoor.

 

L’inizio di tutto sta in un ceppo che viene arrotondato e messo a stagionare, dopodiché viene lavorato al tornio per fargli assumere la caratteristica forma allungata in soli tre minuti; a questo punto la mazza viene rifinita col cesello e calibrata in modo da rispettare le misure di non più di 7 cm nella parte più larga e non più di 90 cm nella lunghezza.

 

Una volta smerigliata, talvolta la mazza viene ulteriormente lavorata nella punta che diventa cava, per un miglior bilanciamento e quindi dipinta e rifinita con le decalcomanie dei vari marchi e brand. Le mazze poi possono avere anche dimensioni diverse e diversi utilizzi, come per esempio la fungo, che non ha niente a che vedere con la golosità, bensì con l’allenamento, derivando il curioso nome dal verbo gaelico - scozzese che vuol dire lanciare.

Sulla mazza, quando si gioca viene messa dai battitori la resina di pino per migliorarne il grip, ma non bisogna esagerare, come insegna il famoso ed omonimo episodio del “Pine Tar Game” occorso tra i Kansas City Royals e gli Yankees di New York a New York il 24 luglio 1983 e di cui George Brett (1953) terza base dei Royals è stato protagonista e da cui, a detta di lui stesso, è stato segnato per sempre.

 

Si narra infatti che  George Brett avesse rifilato alla squadra newyorkese un fuoricampo che in quel momento, all’ultimo inning era determinante per la vittoria, ma il buon Brett, che in pratica poteva dire di aver fatto la partita della vita, se lo vide annullare per l’esubero di resina di pino sulla sua mazza, esubero che ancora oggi respinge con forza, ma con meno veemenza di quanto fece in quel giorno di luglio, perché allora, quando capì che cosa stesse succedendo, fece uno scatto felino dalla panchina per dirne quattro all’arbitro, il quale rimase impassibile.

 

In pratica la resina di pino sul manico della mazza non può estendersi oltre un certo numero di pollici e il Manager degli Yankees rilevò che Brett ne avesse messa più del consentito; per misurarne la lunghezza, l’arbitro usò il piatto di casa base e annullò il fuoricampo, suscitando le ire di George Brett.

Le mazze da baseball poi negli anni sono state protagoniste di episodi altrettanto discussi, perché talvolta, rompendosi mostravano ciò che non avrebbe dovuto esserci all’interno, ossia un’anima di sughero assolutamente vietats che le alleggeriva.

 

Di questa mal pratica si sono resi protagonisti, tra gli altri, Sammy Sosa (1968) che si scusò adducendo il fatto di aver utilizzato una mazza da batting practice, usata in allenamento, Chris Sabo (1962) che invece si scusò dicendo di aver ricevuto la mazza da un fantomatico compagno di squadra e Billy Hatcher (1960), che invece un nome lo fece, coinvolgendo il compagno Dave Smith (1955) per finire con Graig Nettles (1944) che tanto per essere originale sostenne di aver usato la mazza regalatagli da un fan.

 

Allegra Giuffredi

 

Segue

 

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