Perché dire si al baseball e al softball alle Olimpiadi

di Michele Dodde 

Il 5 agosto tra proclami destabilizzanti, doping a chili e quant’altro di immaginabile sia in positivo sia in negativo hanno preso il via i Giochi della XXXI Olimpiadi in quel di Rio de Janeiro. Ancora una volta il simbolo di Olimpia, la fiaccola inventata dai tedeschi nel 1906 per i giochi del terzo Reich, ha acceso il mitico braciere la cui fiamma è stata sempre destinata emotivamente a rappresentare il visivo testimone ed il sublimale messaggio dell’idea linfa della Olimpiade esclusivamente volta a delineare la necessità e la vitalità di una moderna echechèria, ovvero l’affermazione della tregua sacra nella continuazione “di un dialogo tra uomini che meno di altri si fanno suggestionare da barriere e schieramenti”.

Storia antica dunque questa dei giochi e fantasiose ed accattivanti le leggende inerenti la nascita degli stessi. Quella che più ha sempre inebriato gli abitanti dell’Elide narra che l’origine dei Giochi sia da attribuire al dio Urano ed a suo figlio Zeus che proprio lì ad Olimpia avrebbero gareggiato per aggiudicarsi il premio di dominare l’universo. Una seconda leggenda invece tramanda quale loro ideatore il re Eracle Ideo che li faceva svolgere per onorare i suoi cinque fratelli. Un’altra, quella narrata da Pindaro, ovvero che ad organizzarli fu Pelope per conquistare il diritto di sposare Ippodamia, figlia del re Enornao. 

Pelope sul suo carro, illustrazione
Pelope sul suo carro, illustrazione

Quella comunque universalmente accettata perché certamente più suggestiva per i contenuti etici è quella di Ifito, re dell’Elide che, consigliato da Licurgo e Cleostene al fine di individuare una soluzione atta a porre fine alle sanguinose guerre che destabilizzavano la Grecia, decretò la loro istituzione in onore di Zeus e l’auspicata sospensione di qualsiasi attività bellica durante il loro svolgimento.

 

Correva l’anno 776 a.C. e da allora ogni quattro anni con alterne vicende che caratterizzarono la durata e la partecipazione, i giochi vennero celebrati sino al 392 d.C. quando l’imperatore Teodosio, avendo ravvisato in essi e nelle manifestazioni collaterali (riti, balli e feste di ogni genere) i più ampi principi pagani, con il suo involuto editto emanato a Costantinopoli l’8 novembre, li soppresse. Erano state organizzate in 1168 anni ben 292 edizioni tutte contraddistinte dall’equilibrato compendio della kalòkagathia ( kalos=bello, agathos=buono) e dalla formazione caratteriale degli atleti.

 

L’editto azzerò in modo irreversibile il fascino della cultura sportiva che, già sintesi dell’attività ludica quale arte ed espressione di vita insita nella spiritualità etrusca (VII e IV secolo a.C.) e in quella prettamente agonistica quale momento sublime con la spettacolare taurocathapsia (3000 a.C.) della formazione mentale cretese, aveva raggiunto l’apice attraverso la ricerca filosofica del pensiero di Socrate, di Pitagora, di Aristotele e di Platone sino al romano mens sana in corpore sano della severa quanto grande educazione dell’animo nell’epoca di Augusto.

Da allora, per far rivivere il senso logico di una competizione sportiva si sono dovuti alternare i criteri di crescita sociale di circa 52 generazioni che hanno infine concretizzato nel 1892 il fondamentale impegno del filantropo barone francese Pierre de Coubertin che vedeva nel ripristino dei Giochi Olimpici le uniche soluzioni politiche e pedagogiche ad ampio respiro verso il problema di una modernizzazione del lavoro e delle tensioni sociali scaturite da un crescente sedentarismo ed analfabetismo generante pigrizia mentale e fisica.

 

Costituitosi il Comitato Olimpico Internazionale nel 1894, fu con grande emozione che fu scelta Atene nel 1896 quale sede del ripristino dello spirito etico dei Giochi volendo così simboleggiare  una continuità dei valori senza soluzione.

 

La manifestazione di per sé interessò non poco in specie quando il senatore francese De Corcel il 16 giugno 1894, durante il Congresso Internazionale di Parigi per il ristabilimento dei Giochi Olimpici, ebbe a dire che essi avrebbero fatto “incontrare i giovani in amichevoli competizioni sportive educandoli all’osservanza leale delle regole che presiedono ai giochi sportivi ed aprendo le loro anime a qual sentimento di reciproco rispetto che è il primo del mantenimento della Pace tra i popoli” ma è pur vero che durissime furono le dispute, tutte svolte in una sofisticata ottica bizantina, sia nella scelta delle discipline sportive sia nell'applicazione dei regolamenti causando di fatto l’ingerenza di forti contrasti e dissapori di politica internazionale.

L'Italia alle Olimpiadi del 1984 - Da Sin. Lo Nero, Di Marco, Guggiana, Bianchi, Carelli, Talarico, Gagliano (Foto tratta dal sito di Beppe Carelli)
L'Italia alle Olimpiadi del 1984 - Da Sin. Lo Nero, Di Marco, Guggiana, Bianchi, Carelli, Talarico, Gagliano (Foto tratta dal sito di Beppe Carelli)

Così purtroppo la scelta e l’ingresso delle discipline sportive non furono il risultato di una oggettiva visione del mondo sportivo di allora ma di ingerenze politiche di notevole peso. Ecco dunque che il baseball, notoriamente il più antico gioco di squadra già codificato con regole e campionati e fortemente inserito nel sociale, e questa è storia e non peanuts, doveva già essere inserito di diritto ed invece non fu preso in esame poiché i Vertici del CIO allora erano permeati più da vocazione europea che planetaria. Questa settaria conformazione fu scalfita nel 1984 solo dal deciso intervento di Bruno Beneck, ma da allora i Vertici, avendo cambiato usi e costumi, sono stati ulteriormente coinvolti dal volere di interessati sponsor e dalle segrete risorse economiche che più volte hanno destabilizzato pareri ed opinioni.

 

Ecco dunque che la non partecipazione del baseball, e del softball, ancora una volta rendono i Giochi Olimpici e questa XXXI Olimpiade in particolare carente di oggettività e di non perseguimento dei fini ideali conclamati da De Coubertin. Agli appassionati non interessano le congetture che nascono nei corridoi né le alchimie derivanti ma solo che si mantenga puro e disinteressato l’ideale classico della pratica sportiva o meglio come ammoniva già Pindaro nel 492 a.C. nel suo epinicio:

“Pure a grandi imprese ci avventuriamo, / ad opere molto mirando. / Misura al lucro si ponga / l’insaziabile brama è acuta follia”.  

 

Ed io, che giorni fa ero ad Olimpia, ho sentito tra i sussurri dei pini i racconti epici che quelle eterne statue raccontano ed ho potuto constatare la qualità del sudore e del sangue che i ruderi dei diversi stadi trasudano e tramandano come monito di determinazione, carattere e volontà di tutti quegli atleti che ivi hanno gareggiato divenendo poi degli dei nel mentre gli stessi dei lì si erano umanizzati. Ma ho anche visto, senza alcuna sorpresa tra il verde dei prati, la compagine degli ateniesi misurarsi con quella degli spartani nel gioco antico del baseball. E tutti erano presi a ricercare finalmente nel gioco e non nella guerra quelli che erano, sono e saranno i principi della vita. Perché questo è il baseball: toccante esperienza per conoscere i risvolti della vita e diventare grandi. Come vuole lo spirito dei Giochi Olimpici.

 

Michele Dodde

 

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