Un giorno ordinario di un coach

di Frankie Russo

Libera traduzione dall'articolo su mlb.com

“Player!” è il grido con cui Rusty Kuntz, coach di prima base per i Kansas City Royals,  saluta gli atleti al suo arrivo al campo e che ormai ha preso il posto del solito ‘Hello’! I giocatori gradiscono perché sanno che Rusty (ruggine dal colore dei suoi capelli, ndr) viene dalla gavetta ed è stato a sua volta un giocatore, ma sono in pochi a sapere l’origine del suo caratteristico personale saluto.

Tutto iniziò a Houston, al suo secondo anno come tecnico, quando tutti i giocatori lo chiamavano ‘Coach’ perché così erano stati abituati a chiamare i loro istruttori.  Kuntz insisteva che voleva essere chiamato ‘Rusty’, ma la proposta non ebbe successo e così lui cominciò a chiamare gli atleti ‘Giocatore’, abitudine che è rimasto con il passare degli anni.

La tradizione è rimasta anche dopo il suo trasferimento a KC e viene apprezzata dai giocatori che la considerano una forma confidenziale, ma nello tempo rispettosa. Kuntz è ben voluto nell’ambiente, ma questo non significa che è tollerante verso i giocatori. Non ammette ritardi e non ammette che i giocatori non s’impegnino, e lo fa sapere a brutto muso. Insomma, con una mano offre il dolce e con l’altra la frusta. 

Ma Kuntz sa anche che le cose sono cambiate rispetto al passato, e i giocatori oggigiorno non amano essere rimproverati, a differenza di quando giocava lui. Era diverso allora, quando sbagliavi te lo facevano notare con brutti modi, se ritardavi anche di un solo minuto, pur se per un valido motivo, non eri giustificato.

 

 

Tornando indietro nel tempo quando era in Houston, Kuntz ricorda un giovane che stava battendo come un vecchio campione, la palla finiva nelle tribune molto spesso; era veramente impressionante. Poi pian piano per un paio di giorni, il ragazzo cominciò una parabola discendente.

 

Kuntz lo rimproverò molto duramente pensando fosse dovuto alla svogliatezza, al che il ragazzo scoppiò in lacrime; singhiozzava e non trovava la forza di parlare. Finalmente, tra una lacrima e l’altra, riuscì a dire che la mamma era morta e non aveva i soldi per andare ai funerali.  Kuntz ammutolì, non sapeva che fare se non abbracciare il ragazzo e offrirgli i soldi per tornare a casa. Rusty non ha mai dimenticato l’episodio e promise a se stesso che mai più si sarebbe ripetuta  una cosa del genere. E così è stato. 

 

Generalmente, durante lo spring training, Rusty arriva al campo per le 5;30 del mattino e prepara la sua parte di allenamento per la giornata in modo che tutti sanno come comportarsi, su quale campo andare, chi dovrà praticare extra su alcuni fondamentali, quando è il tempo di guardare il video, l’ora di mangiare un boccone e quando andare in campo esterno per le prese al volo.  

Una volta la giornata finiva in concomitanza con l’allenamento, adesso i coach fanno i compiti a casa e abitualmente Kuntz non torna mai a casa prime delle 4pm.  Prima che tramonta il sole, diciamo intorno alle 7pm, Rusty è già sotto le lenzuola.

 

Durante la regular season è un po’ diverso, Kuntz arriva allo stadio alle dodici per le gare che iniziano alle 7pm e torna a casa per mezzanotte. Con un campionato che dura 162 partite, ci sono 12 giorni di riposo, di cui almeno la metà  sono generalmente destinati alle lunghe trasferte, gli altri sei vengono spese per cene di beneficenza.

 

 

Impossibile contare gli anniversari e i compleanni di familiari ai quali non ha partecipato, uno dei motivi per cui Rusty spesso pensa di ritirarsi. Ma il manager Ned Yost e il GM Dayton Moore continuano a dirgli che il suo apporto è troppo prezioso per abbandonare. A Kuntz non resta  altro che alzare le spalle, d’altronde è la vita che ha scelto.

 

Frankie Russo

 

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