Il ritiro di un vero campione

Nella foto Michael Cuddyer (Pagina dell'articolo su The Players Tribune)
Nella foto Michael Cuddyer (Pagina dell'articolo su The Players Tribune)

di Frankie Russo

Articolo tratto da The Players Tribune

“Molto impegno per realizzare un grande sogno. Un sughero avvolto con lo spago e un po’ di pelle, 108 cuciture per tenere tutto insieme. A prima vista il baseball sembra un gioco facile, ma è ciò che ci mettiamo noi che rende questo sport magico. Io sono stato baciato dalla fortuna per tutta la mia carriera.” 

Chi parla è Michael Cuddyer il quale, a 36 anni e dopo 15 stagioni giocate nelle majors ha deciso di appendere i famigerati spikes al chiodo. Cuddyer ha giocato per i Minnesota Twins, Colorado Rockies e in ultimo per i New York Mets, è stato convocato due volte per l’All Star Game, ha vinto il Silver Slugger Award nel 2013 quando si classificò primo con la migliore media battuta della National League e ha partecipato alle fasi finali delle World Series appena terminate. 

“Ho  ancora un anno di contratto, ma ho deciso di ritirarmi e mi è difficile immaginare che il prossimo anno non vestirò la divisa dei Mets. Come atleta, smettere è la decisione più difficile da prendere, e non l’ho presa a cuor leggero. Sono entrato in campo ogni giorno come se fosse l’ultimo.  Sin dai giorni del liceo avevo un sogno, e non ho mai dato per scontato che sarebbe stato facile realizzarlo. Va contro ogni previsione della mia esistenza considerare il futuro senza baseball, ma dopo 15 anni il mio corpo ha detto basta.

 

 

Il baseball è uno sport caratterizzato da tante contraddizioni, può essere estremamente veloce come può essere noiosamente lento. Sacrifichi la tua vita e quella della famiglia per un sorriso e per la gloria. Il baseball è la passione della mia vita, ma sapevo dal più profondo di me stesso che non poteva durare per sempre. Sin d’adolescente il  mio motto è stato di impegnarmi al massimo per realizzare un grande sogno. Ma ho anche sempre creduto nel rispetto per il gioco, il giorno in cui avrei capito che non potevo rendere al 100%, avrebbe marcato il giorno in cui avrei dovuto smettere. Ora che è arrivato quel giorno, mi rendo conto che è più difficile di quello che avevo immaginato.

Foto di famiglia Cuddyer
Foto di famiglia Cuddyer

Nel corso degli ultimi quattro anni sono stato sulla lista degli infortunati sei volte saltando 150/200 gare con una spalla rotta, uno strappo inguinale, una torsione al ginocchio, ma ho superato tutto. Mentalmente sono riuscito a superare le difficoltà, ma un fisico bistrattato e le emozioni hanno avuto la meglio. Essere un professionista significa anche conoscere se stessi e i propri limiti. Inseguire gli ideali del professionismo è stata la ragione della mia intera carriera. Sono stato un professionista per quasi due decadi, ma imparare ad essere professionale è stato un continuo lavoro in progresso.

 

Mi torna in mente un episodio quando giocavo al liceo. Durante una partita fui eliminato con un pick-off in seconda, m’infuriai al tal punto da sbattere il caschetto a terra. Mentre tornavo in campo per la difesa, una voce mi richiamò verso la panchina, era il mio coach: “Non so cosa ti hanno insegnato nella Little League, ma qui non si buttano gli elmetti. Vieni a sederti vicino a me per il resto della partita”. Assistetti al resto della gara dalla panchina e d’allora non ho mai più buttato un caschetto a terra. Il coach non si riferiva solo al caschetto, nessun giocatore in uno sport di squadra può agire come se stesse a casa sua. Fu un insegnamento che mi rimase per tutta la vita.

 

Dopo il liceo, all’età di 18 anni, feci tre delle migliori scelte della mia vita. Le prime due riguardavano l’incontro con le persone giuste: Casey Close, attualmente il mio agente, e John Palguta, il mio consulente finanziario. In ultima analisi, le persone con le quali ti circondi avranno un ruolo determinante sia per la carriera che per la tua vita. Non potrei essere più riconoscente a Casey e John, insieme a tutte le persone che hanno lavorato al loro fianco per me.

Michael Cuddyer con la maglia dei Twins (AP Images)
Michael Cuddyer con la maglia dei Twins (AP Images)

Firmare per i Minnesota Twins appena terminato il liceo fu la terza importante decisione. All’inizio non ero completamente convinto, ma alla fine è stata determinante per la mia carriera. Essendo dello Stato del Virginia, non avevo molta conoscenza dei Twins. Avevo sentito parlare di Kirby Puckett, ma nulla più. Quando fui selezionato nel 1997, i Twins non erano una buona squadra, e questo per dirlo nel più gentile dei modi. Mi sarei dovuto ricordare del proverbio di “non giudicare prima di aver provato”.  Sin da quando misi piede a Minnesota, imparai un’altra lezione riguardo il professionismo. Quello che non sapevo era che i Twins erano in una fase di ricostruzione, e il motivo era perché stavano facendo le cose giuste nel modo giusto, dall’inizio alla fine.

 

Sono state molte le persone nell’organizzazione che hanno segnato la mia carriera, troppe per essere tutte menzionate. Uno su tutti fu Larry Corrigan, il coach degli interni nelle minors. Corrigan era l'esatta definizione del perfezionismo, era attento ad ogni minimo dettaglio.  Per me, Larry incarnò lo spirito dell’intera organizzazione dei Twins. Gli armadietti dovevano essere in ordine, gli spikes dovevano essere lucidi, e il diamante non doveva presentare imperfezioni. Il professionismo fuori dal campo si trasferisce sul campo. Ricordo che una volta mi fece comprare un guanto nuovo perché c’era una piega nel mio che non doveva esserci. Tutto doveva essere perfetto.  Un’altra volta un giocatore non aveva l’armadietto in ordine. Quando rientrammo dall’allenamento, tutti gli armadietti erano vuoti e il contenuto era ammucchiato al centro degli spogliatoi. Impiegammo alcune ore per rimettere tutto in ordine, ma non capitò mai più.

 

AP Images
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Quella mentalità fu contagiosa e funzionò per tutta l’organizzazione e fu uno dei motivi per cui vincemmo sei titoli divisionali in nove anni. Per chi avesse visto le partite dei Twins nei primi dieci anni del 2000, avrà sicuramente notato con quanto impegno giocavamo fino alla fine. Era una lezione che man mano che diventavo un veterano, ceravo di trasmettere ai più giovani.

 

Come sono cresciuto da giocatore, così sono cresciuto come uomo,  e questo mi porta ad un altro motivo per il mio ritiro, oltre alla questione fisica: l’amore per la famiglia, una volta un lontano pensiero, adesso parte della mia esistenza. Nel 2006 presi la decisione più importante della mia vita, quella di sposare mia moglie Claudia. Sin d’allora è stata la voce della mia coscienza, la nostra unione è sfociata in un amore superiore al baseball. Abbiamo tre bambini: Casey di sette anni, Chloe e Maddie di quattro. Per quanto mi è difficile pensare al ritiro, riconosco che la famiglia ha il diritto di avermi a casa per più tempo. E’ ora che i miei figli realizzano il loro sogno di stare più vicino al loro papà.

 

 

Guardando indietro, mi tornano in mente le vittorie dei campionati e le celebrazioni con lo champagne. Ma ancora di più ricordo le persone che mi sono state vicino e che mi hanno supportato, la maggior parte mi ha aiutato senza chiedere nulla in cambio. La mia carriera sarebbe valsa poco senza di loro.

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Sono stato anche molto fortunato ad avere due genitori meravigliosi, Henry e Marcia, ai quali sarò eternamente grato. Mai mi hanno detto o fatto capire che non avrei realizzato il mio sogno. Sono riconoscente a mia sorella più piccola, Katie, che mi ha sempre sfidato nello sport, a volte contro voglia in quanto aveva cinque anni meno di me e mi ha aiutato nella formazione del carattere.

 

Un pensiero va alla mia città natale in Virginia, dai miei compagni del Little League ai compagni di gioco con i quali ho giocato per strada. Rimarrò sempre un cittadino di Chesapeake.

 

Ringrazio i Twins, i Rockies e i Mets che mi hanno sempre trattato con classe e rispetto. Un grazie va ai miei manager e coach delle minors e delle majors e ai miei compagni di cordata. Vi ricorderò per sempre. Un grazie va anche ai dirigenti, a chi ha lavorato negli spogliatoi, ai preparatori atletici per il bellissimo rapporto che siamo riusciti ad instaurare. Un ringraziamento va anche ai lavoratori dello stadio e agli addetti alla sicurezza che hanno preso cura della mia famiglia mentre giocavo. Grazie ai tifosi per il loro affetto, per gli applausi e per avermi sostenuto anche quando non ho reso secondo le aspettative. 

 

 

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Un ultimo ringraziamento va al gioco del baseball. Sono stato uno dei fortunati che ha praticato uno sport che mi ha dato da vivere, uno dei fortunati che ha giocato per allenatori di grande reputazione, uno dei fortunati che ha visto il proprio poster sui muri di giovani tifosi. Non ho mai giocato per soldi o per fama, ma il baseball mi ha dato entrambi. Ho giocato nel modo in cui ho giocato perché sapevo che sarebbe arrivato il giorno in cui tutto sarebbe finito. Oggi quel giorno è arrivato.  Ho dato tutto fisicamente, mentalmente ed emotivamente, ho dato tutto quello che avevo.”

 

 

Nota di Frankie Russo: A seguito del suo ritiro, Michael Cuddyer è il primo giocatore a rinunciare alla parte restante del suo contratto di 12,5mil$. Come descritto nell’articolo ha ritenuto di non poter giocare a livello tale da  meritare quei soldi. Un vero esempio di rara signorilità. Vedremo mai un altro giocare imitarlo?

 

 

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