La pericolosa ossessione delle 100mph

Nella foto Bruce Rondon (Reuters.com)
Nella foto Bruce Rondon (Reuters.com)

di Frankie Russo

Articolo tratto da Maxime.com

 

Quando dagli altoparlanti fu annunciato il suo nome, furono ben pochi ad accogliere Bruce Rondon con un applauso, certamente molto meno di quello riservato ai  suoi compagni più famosi. Era il 2012, in occasione dell’All Star Game dei futuri prospetti, competizione che vede sulle scene i più promettenti prospetti delle minors che non sono ancora apparsi nelle majors. Ma Rondon era sicuro che, una volta salito sul monte, avrebbe avuto anche lui la sua buona porzione di applausi.

Quando entrò nell’ottavo inning, il risultato era già compromesso, ma Rondon si presentò con un primo lancio che attraversò il piatto a 102mph. La folla rimase incuriosita. Successivamente ne lanciò altri tre a 101mph eliminando due avversari al piatto, e mentre s’incamminava verso il dugout, la folla gli dedicò una standing ovation.


E’ una sensazione unica lanciare così forte e l’entusiasmo del pubblico ti spinge a tirare ancora più forte. L’anno successivo Rondon era nelle majors con i Detroit Tigers stabilendo un record del 25,57% di lanci oltre le 100mph, raggiungendo la massima velocità di 102,8.

Bruce Rondon (USATSI)
Bruce Rondon (USATSI)

La velocità fece di Rondon una stella per il semplice fatto che lanciava ad oltre le 100mph. E’ sicuramente un’attitudine che attira l’attenzione di tutti. Tutti i lanciatori lo vorrebbero fare e gli scout accorrono dappertutto quando hanno  notizia di questi fenomeni. Per i coach rappresentano un sogno e sono disposti a lavorare con questi lanciatori anche se caratterialmente presentano delle preoccupazioni. Spettatori e giocatori rimangono incantati nell’assistere alle loro prestazioni. E’ una velocità che rende il lancio quasi imbattibile, è eccitante, è praticamente un simbolo del potere, ma come ogni cosa che è avvolta da mistero, la velocità porta con sé un infausto presagio.


E’ una limitazione che si rifà alla legenda di Icaro: Quasi ogni lanciatore che raggiunge tale velocità, prima o dopo s’infortuna al gomito, o finisce per mancare di controllo, o si fa sopraffare dall’eccitazione mentale. Quando si assiste a un lanciatore tirare così forte, non solo si assiste a una grande impresa, ma si sta guardando al dispiegarsi di un dramma umano, l’uomo contro la velocità. E’ una sfida a chi riuscirà a sopravvivere.

Nella foto il dott. James Andrews (Mari Darr-Welch/AP)
Nella foto il dott. James Andrews (Mari Darr-Welch/AP)

Durante lo Spring Training del 2014, l’organizzazione dei Detroit Tigers aveva fatto delle ricerche e la sentenza era pressoché scioccante: Lanciatori che tirano a 100mph hanno il 100% di probabilità di infortunarsi.


Ma in Rodon la società aveva posto grosse aspettative, aveva tutte le caratteristiche per divenire il closer del futuro,  e la speranza era che il giovane venezuelano fosse un’eccezione alla regola.


Esattamente un mese più tardi, Rondon informò lo staff che accusava dolori al gomito, fu visitato dal dott. James Andrews, luminare del settore, e la sentenza fu che Rondon doveva essere sottoposto a Tommy John surgery. L’infortunio gli è costato tutta la stagione 2014 e il rischio di non poter più tirare a 100mph.

 

Non è facile trovare un lanciatore che raggiunge tale velocità, e nonostante l’alto rischio d’infortunio, s’insiste nella ricerca di questi fenomeni.


Nel 2004, erano solo 86 lanciatori a tirare almeno il 25% dei lanci a 95 o più, nel 2014 il numero è incrementato fino a 151. Un lanciatore che 30 anni fa raggiungeva le 90mph era considerato un mito, oggi quella velocità rappresenta quasi un cambio. 


L’incremento di velocità è frutto di un insieme di fattori.  Un più adeguato allenamento ha reso i giocatori più atletici, i sofisticati programmi di tiro hanno rafforzato il braccio, e il continuo progresso medico negli interventi chirurgici ha permesso che le lesioni al gomito non segnassero più la fine della carriera. E a tutto ciò va aggiunto l’elemento culturale: L’onnipresenza dei radar, sin dalle categorie giovanili, ossessiona la mentalità della velocità.

Ma finora nulla è cambiato relativamente alla strutturazione biologica: La quantità di torsione necessaria per tirare a velocità a tre cifre è quasi sempre superiore alla quantità di forza a cui è ripetutamente sottoposto il legamento collaterale ulnare del gomito.


Nel 1995, gli studi dell’American Sports Medicine Institute dell’Alabama hanno portato alla conclusione che, quando un lanciatore porta indietro il braccio con il palmo della mano rivolto verso l’alto, e nell’atto di tirare a circa 100mph, egli esercita sul braccio una torsione pari a 100 Newtonmetri, ossia, è come tenere nella mano in quella posizione l’equivalente peso di circa 27kg.

 

Un lanciatore ben allenato avrà senz’altro una maggiore massa muscolare, più flessibilità e maggiore atleticità rispetto a un normale essere umano, ma entrambi hanno gli stessi legamenti al gomito, è semplicemente che la fascia muscolare non si esercita allo stesso modo per essere sottoposto a tali sforzi. Non esiste un limite per cui si può garantire la salvaguardia del braccio, molto dipende dal fisico dell’atleta, ma una cosa è scientificamente provata: Alternare la velocità dei lanci, non sottoponendo il braccio a continui sforzi, allunga la longevità.  Facile a dirsi, come se tutti fossero in grado di adattarsi, ma ci sono molti lanciatori che riescono a sopravvivere solo tirando alla massima velocità.

Nella foto Aroldis Chapman dei Reds. Nel momento della foto è come se nella mano ci fosse un peso di 27 Kg
Nella foto Aroldis Chapman dei Reds. Nel momento della foto è come se nella mano ci fosse un peso di 27 Kg

Ci sono stati casi di lanciatori che hanno tirato al massimo per tutta la carriera tipo Nolan Ryan, Randy Johnson e Billy Wagner. Ma al giorno d'oggi, a livello di MLB, solo Aroldis Chapman dei Cincinnati Reds riesce a tenere il ritmo.


Altri lanciatori come Joba Chamberlain, Francisco Cordero, Brian Wilson, Matt Lindstrom, Kyle Fransworth e Fernando Rodney, a un certo punto della carriera, hanno dovuto rinunciare. 


Quando si parla di lanciatori di potenza, molti nomi però restano nell’oblio, restano solo nella memoria di quei pochi che li hanno osservati per un breve periodo di tempo, una carriera breve, un ricordo offuscato.

Nella foto Matt Anderson
Nella foto Matt Anderson

E non sono sempre stati gli infortuni dovuti alla velocità a porre fine alla carriera. A volte eventi estranei al lancio possono intervenire. Matt Anderson basò tutta la sua carriera sui lanci a 100mph, non imparando mai un lancio secondario e non dando ascolto ai coach. Si sentiva invincibile e spese poco tempo nelle minors prima che i Tigers lo chiamassero a ricoprire il ruolo di closer nel 2001.

Ottenne 22 salvezze consecutive prima di infortunarsi per aver sollevato troppi pesi in palestra.


Si racconta anche che nello stesso giorno aveva fatto dei lanci sottomano con i tifosi prima della gara, e da qui nacque la leggenda che il suo potente braccio si era rotto per aver tirato troppo piano. Ma l’infortunio causò una diminuzione della velocità e Anderson, che mancava di un repertorio di lanci alternativi, non sopravisse molto a lungo. Era finito.

Nella foto Jason Neighborgall durante esercizi di meccanica
Nella foto Jason Neighborgall durante esercizi di meccanica

Poi c’è stato Jason Neighborgall che nel 2003 era tra i più promettenti prospetti nelle minors. Il ricevitore Mike Neickeas che ha giocato per i Mets e Blue Jays e che, tra l’altro aveva ricevuto lanciatori come Verlander, Scherzer, RA Dickey e Johan Santana, affermò che Neighborgall era il migliore di tutti, ma aveva grossi problemi di controllo.  


Riusciva a toccare le 102mph, ma era anche conosciuto come uno che concedeva una base su ball con le basi piene per poi eliminare tre battitori consecutivi al piatto.


A fine gara i ricevitori spesso tornavano negli spogliatoi pieni di contusioni e un coach, nel disperato tentativo di fargli acquisire maggiore controllo, lo faceva lanciare a occhi chiusi.


In 42,1 inning lanciati nelle minors nelle tre stagioni con i DBacks, Neighborgall ha ottenuto 48 strike out e concesso 128 basi su ball con un PGL di 17,22.


Di positivo era che ad ogni suo lancio, il pubblico alzava la testa per guardare il tabellone e controllare la relativa velocità.


Un altro caso fu quello di Jonathan Griffin che aveva iniziato come prima base. Già a livello di liceo lanciava oltre 90mph. Una sera, tornando a casa dopo una gara, il suo coach Jackie Lloyd si accorse di aver perso 50 chiamate da uno scout di Chicago, e continuò a ricevere telefonate persino dopo la mezzanotte. Un paio di sere dopo, Griffin cominciò a lanciare a 100mph, un evento veramente straordinario per un liceale.


Una volta è successo che un tifoso fu fermato dalla polizia per eccesso di velocità giustificandosi dicendo che stava andando allo stadio per vedere Griffin, riuscendo, così ad evitare la multa.


Ma come per Neighborgall, anche Griffin non aveva controllo. Una volta tirò talmente forte da far schizzare  il logo dal caschetto del battitore, facendo temere per il peggio. La palla finì in tribuna proprio tra le mani della madre del battitore che a fine gara chiese a Griffin di autografarla. Fu scelto dai Royals che tentarono in ogni modo a insegnargli a lanciare con più parsimonia fino a quando, all’età di 22 anni, s’infortunò irrimediabilmente alla spalla e si ritirò dal baseball professionistico.  Ebbe a dire in seguito che l’unica cosa che sapeva fare era lanciare a 100mph, forse se avesse lanciato a 99 sarebbe oggi nelle majors.

Rondon non sa dare una spiegazione. Tecnicamente potrebbe essere un misto tra atletismo e la combinazione con una perfetta meccanica di lancio. Né tantomeno è possibile trovare una connessione tra di loro in quanto variano in altezza (da oltre i 200cm ai 175), vengono da tutte le parti del mondo (Cuba, Venezuela e Stati Uniti), e hanno caratteri totalmente diversi (riservati, giocherelloni e a volte con un pizzico di follia). Ma tutti hanno una cosa in comune: Sono individui dotati di una pericolosa, inaspettata e comunque molta invidiabile abilità. E solo che a volte non ne sanno trarne vantaggio.


All’età di 8 anni Rondon colpì l’avversario alla coscia tanto che il ragazzo dovette uscire per il dolore. Molti genitori si lamentarono e a Rondon fu fatto divieto di lanciare per due anni. Anche gl’inizi di Ryan non furono facili. Una volta tirò direttamente sulle tribune fratturando il braccio di una tifosa. Un’altra volta colpì il suo ricevitore con tale violenza che lo dovettero portare al pronto soccorso.


Rondon era un decente ricevitore, ma non impressionava nel box di battuta, era semplicemente un ragazzotto che sognava di divenire un giocatore di baseball professionista per uscire dai quartieri poveri della sua Venezuela.  A 15 anni Rondon fu invitato da uno scout responsabile per il settore sud americano a un tryout dove lo fece anche lanciare. Rondon tirò a 88mph e fu inviato a far parte dell’Accademia dei Tigers in Venezuela.


A 20 anni Rondon giocava in Singolo A e lanciava ormai costantemente a 100mph. Man mano che saliva di livello, erano i suoi stessi compagni che lo scoraggiavano a tirare troppo forte e gli consigliavano d curare di più la precisione. Molti prima di lui avevano avuto lo stesso avvertimento e lo avevano ignorato, proprio come Rondon. Perché allora mettere a rischio una carriera così lucrativa? Forse perché questi individui non si sentono totalmente realizzati se non tirano a 100mph, non gli resta più nulla. 


Nel settembre 2013, con i Tigers in vantaggio 3-0, Rondon doveva affrontare David Ortiz al Fenway Park con corridore in terza. Rondon dovette pensare che l’unico modo per avere successo era di lasciare Ortiz al piatto, e lo fece con lanci a 102,4 e 101,4. Ma quella fu l’inizio della fine. Seguì una infiammazione al gomito, ritornò a lanciare ancora una volta dopo tre settimane ma fu messo a riposo per il resto della stagione. Ritornò a lanciare durante le fasi dello Spring Training nel 2014 ma finì per essere operato al gomito.


Rondon è tornato a lanciare lo scorso giugno, è rimasto un lanciatore tra i più potenti, ma la percentuale di lanci oltre le 100mph è diminuita al 6% rispetto al 25,57 dei suoi primi anni. I suoi lanci erano diventati prevedibili tanto che la MB contro di lui a settembre era arrivata a 370.


Questo può rappresentare una sfida difficile per coloro che devono uscire dal bullpen e lanciare fulmini ed entusiasmare le folle. Non è dato sapere se essi sono una eccezione, specialmente per coloro che riescono nell’intento fino alla fine della carriera.


Sicuramente non saranno i tifosi a chiedergli di smettere, ne tantomeno saranno i loro coach, sia a livello delle giovanili che a livello professionistico. Semmai, come ultima consolazione, potranno sostenere che hanno fatto ciò che più amavano fare: tirare forte.

La conferma viene dalle parole stesse di Rondon:

“Non riesco a cambiare, a volte ci ho provato. Ho provato a non lanciare a 100mph, ho cercato più la precisione, ma mi sembrava di lanciare senza amore per ciò che stavo facendo. Non avevo lo stesso sentimento di quando lo facevo con tutte le mie forze. Non è lo stesso, sento che è tutto sbagliato perché lo sto facendo senza alcun desiderio. Ma quando lancio a 100mph, e lancio come so veramente lanciare, mi sento l’uomo più felice del mondo.”


Frankie Russo


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