________________________________ La favola della 35 magica

Nella foto la pagina del "Giorno di Milano" del 13 agosto 2014 con l'articolo di Cesare De Carlo dedicato ai Navajo
Nella foto la pagina del "Giorno di Milano" del 13 agosto 2014 con l'articolo di Cesare De Carlo dedicato ai Navajo

di Giovanni Delneri

Mi trovavo in vacanza in Arizona (la terra dei Navajo) ed essendo un mio hobby lo scrivere racconti di eventi veramente accaduti o di favole metropolitane, venni a sapere da alcuni abitanti di Window Rock, dove ero alloggiato in un piccolo albergo, che nel bosco adiacente alla città, viveva un vecchio indiano Navajo, che poteva, se era in giornata, raccontarmi una storia, ritenuta da lui vera. Risalii un lungo sentiero e tra innumerevoli e grandi boschi di betulle, pini, frassini e abeti c’era una capanna in legno tipica dei pionieri americani.

 

Seduto su una classica Country House vidi un vecchio indiano che fumava lentamente in una vecchia pipa, diciamo tabacco di dubbia provenienza. "Salve amico, disturbo se ti pongo alcune domande? Mi chiamo Abasch e tu chi sei? Caro Abasch, lieto di fare la tua conoscenza, io sono un giovane freelance e mi chiamo John Third Basemann. Accomodati pure, ma andiamo all’interno, perché non fa molto bene alla mia età la troppa umidità del bosco.

 

Ci accomodammo all’interno, di questa meravigliosa ricostruzione del vecchio West e prima che io gli facessi una domanda mi precedette dicendomi: Tu se venuto per sapere la storia della magica 35? Veramente ad essere sincero non ne ho mai sentito parlare ma sarei molto interessato all'evento. Allora cominciamo da molto lontano.


Io sono sempre vissuto in questo luogo con mio padre che faceva il boscaiolo ed era un Irlandese e mia madre che apparteneva alla tribù dei Navajo.

Un giorno durante gli anni quaranta, quasi alla fine della seconda guerra mondiale, mentre ero nel bosco a fare provvista di arbusti per accendere il fuoco in casa, trovai inspiegabilmente una mazza da baseball, una bella e robusta mazza 35. Rimasi stupito di quanto avevo tra le mani e non capivo come poteva essere capitata da quelle parti.

Allora avevo 18 anni ed ero a conoscenza che al villaggio alcuni ragazzi giocavano a baseball, gioco di cui avevo sentito parlare da qualche compagno di scuola che lo praticava al pomeriggio quando io andavo nel bosco ad aiutare mio padre.


Un pomeriggio presi la mazza e andai al campo, chiedendo se mi facessero fare qualche battuta. Fui esaudito e la batteria in allenamento si mise a mia disposizione. Lancio perfetto e formidabile battuta che originò un fuori campo tra lo stupore degli allenatori. ma nel battere avevo percepito qualcosa di strano. Non ero io che imponevo alla mazza quella precisa violenza, ma la mazza che gestiva l’azione.

Secondo lancio, stessa sensazione e stesso risultato.

Prima del terzo lancio il coach mi si avvicinò e disse:”figliolo ma hai già giocato a baseball? - No risposi e non so nemmeno le regole. - E allora come fai ad essere così preciso e devastante? - Non lo so coach sarà un dono della natura. - Comunque vieni pure ad allenarti quando vuoi e nel prossimo Torneo che faremo ti schiererò come battitore designato al quarto posto del lineup sperando che i tre compagni che ti precederanno, conquistino una base ciascuno e tu con la tua battuta devastante potrai fare un “Grande Slam”. - Grazie, risposi congedandomi e arrivederci a domani.


Ma quel domani non avvenne mai, perché durante la notte feci uno strano sogno. Si presentò alla mia porta un marines in divisa da combattimento, un po’ malconcio e mi disse: - Tu sei quel ragazzo che ha trovato nel bosco una mazza da baseball? - Si sono io e l’ho anche provata per qualche battuta, cosa debbo fare?chiesi. - Semplicemente riportare la mazza dove l’hai trovata, perché quando ritornerò dal fronte e molto presto, la voglio riprendere. Lei è per me un grande ricordo. - Certo signor? - Willy rispose. E scomparì nel nulla.


Al risveglio mi sentii molto turbato e spaventato, ed approfittando del sonno della mamma. era da poco spuntato il sole, raggiunsi il bosco e riposi la mazza nell'identico posto dove l’avevo trovata coprendola con sterpi e fogliame vario.


Poi venne l’inverno e la neve con il suo candido lenzuolo ricoprì tutto. Quasi dimenticai il fatto, ma a primavera venni a sapere da un amico boscaiolo che dall'Europa era in arrivo la salma di un nostro concittadino, certo Willy Abenaki, di origine indiana della tribù dei Navajo. Faceva parte di truppe speciali arruolate dagli USA nella seconda guerra mondiale per trasmettere ordini riservati nella loro lingua incomprensibile al nemico.


Allora Willy era tornato davvero, certo non nel modo migliore e ora eraa necessario recuperare la mazza per conservarla a suo ricordo. Attesi qualche giorno, finchè la neve si sciolse e ritornai nel bosco. Ma grande fu la sorpresa ed ebbi anche un attimo di paura. Mi tremarono le mani, perché la mazza che trovai non era la stessa, ma una nuova e brillante mazza 35.


Corsi a casa e nascosi la mazza in una cassapanca aspettando di avere il coraggio di guardarla nuovamente per sincerarmi di quello che avevo trovato.


Alla sera rimasto solo, aprii la cassapanca e alla luce di una lanterna la osservai bene. Era proprio una mazza 35 nuova di zecca e mi accorsi che all'inizio dell’impugnatura, al di sopra del pomello, vi era una scritta impressa evidentemente a fuoco con carattere molto piccolo che diceva “a Abasch da parte di Willy”.


Per alcuni mesi mia madre, che era all'oscuro di tutto, dovette assistermi, perché il mio sistema nervoso era compromesso, poi tutto passò, e ora sono qua a raccontarti questa storia, a cui nessuno crede.


Io ci credo, gli dissi, ma la mazza che ti ha regalato dov'è? Abasch si alzò e sollevato il coperchio della cassapanca la estrasse e me la mostrò, facendomi vedere anche la dedica impressa sull'impugnatura. - Ma tu non l’hai mai usata? chiesi - No,mai perché per me è come una reliquia.


E così mi congedai da Abasch che nel mentre si era ricaricato la sua pipa di tabacco non tabacco, ma a lui ormai ottuagenario era concesso tutto.


Mesi fa,  passato mezzo secolo dalla storia, essendomi recato a Phoenix per un servizio, mi recai in una famosa emeroteca per sfogliare alcuni giornali provinciali e sulle pagine del quotidiano “Arizona City" di Window Rock, lessi un articolo che diceva:”Durante la ristrutturazione del cimitero di guerra della nostra città, tra le macerie è stata rinvenuta una usurata mazza da baseball e l’unico particolare riconoscibile era il numero 35 impresso al fondo dell’impugnatura. Interpellato lo sceriffo della Contea, disse: ”oggi capita di trovare il tutto di tutto anche nei posti fuori luogo".

Il mondo cambia ma si vede che la passione del Baseball va al di la della vita terrena.

 

 

TERZABASE


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Commenti: 4
  • #1

    Michele Dodde (martedì, 19 agosto 2014 21:19)

    Caro Giovanni,
    non ci sono commenti ad una storia bellissima e non v'è importanza alcuna se vera o meno. Le storie belle, quelle che superano la quotidianità, sono destinate a diventare immortali. Grazie per averla riportata.
    Michele Dodde

  • #2

    Giorgio (mercoledì, 20 agosto 2014 13:38)

    E' una delle più belle che abbia mai letto, la tua fantasia
    non ha limiti.
    Bravissimo !!!
    Un caro saluto.
    Giorgiio

  • #3

    Leoni (mercoledì, 20 agosto 2014)

    Non mi stancherò mai di leggere i tuoi racconti
    sempre favolosi e toccanti.
    Complimenti!!!

  • #4

    Roberto B. (martedì, 26 agosto 2014 15:17)

    Bravo racconto ancora una volta come una "favola"
    Continua così