_________________________________ Il baseball secondo Doubleday

La copertina di MAD
La copertina di MAD

di Michele Dodde

La crisi

Il sassolino inerente la crisi del baseball e del softball in Italia gettato maliziosamente nello stagno da Paolo Castagnini sicuramente è destinato a diventare un macigno su cui sarà importante lavorare. Le onde concentriche causate infatti hanno già dato un ampio respiro di interesse non comune e ciò è un bene per essere poi in molti ad uscire dal tunnel. Dunque vediamo: le prime indicazioni hanno evidenziato quelle anomale peculiarità che sono la lunghezza delle gare, causate da molteplici tempi morti, e la noia che il gioco genera.

 

A rovistare nel mio archivio ho rinvenuto la pag. 24 della rivista statunitense MAD edita in un imprecisato numero degli anni settanta. 

 

La rivista, ideata da Harvery Kurtzman e William Gaines nell’agosto del 1952, e diventata famosa nel mondo (apparve anche un’edizione italiana di 13 numeri dal 1971 al 1973 con sporadiche apparizioni nel 1984 e 1992) in quanto fustigatrice di tutti gli aspetti politici e sociali della vita quotidiana americana, in quella pagina, dando il carisma dell’idea del gioco a Doubleday, con simpatici versi rimati evidenziò allora come il baseball fosse diventato un gioco noioso a causa di insufficienti qualità tecniche dei giocatori.

La vignetta sul giornale MAD (clicca sull'immagine per ingrandire
La vignetta sul giornale MAD (clicca sull'immagine per ingrandire

Traduzione della vignetta di MAD di Frankie Russo

 

Un giorno, in Cooperstown, Doubleday

Una gara di baseball inventò;

Il popolo, nei pascoli del loco,

Con mazze bruciate dal fuoco,

E con coperchi di alluminio come basi giocò.

 

All’inizio la partita era da brividi,

Facendo a tutti i tifosi concordare

Che gli atleti erano senza attitudini

Con le basi su piccole altitudini,

Ma era una grande gioia da guardare.

 

Nel tempo il gioco non tenne il passo,

Con gli slider lanciati come fulmini

Medie battute sempre più in basso

Gare lunghe che non è uno spasso

E altri terribili similitudini.

 

Ora non resta al tifoso osservare

Che è un caso un punto non guadagnato

Che più noioso il gioco non poteva diventare

E che se Doubleday indietro potesse tornare

Farebbe sparire ciò che allora aveva inventato.

 


Da allora più di “qualcosa” è cambiato nel baseball: da una più lusinghiera interpretazione degli atti leciti o illeciti (leggi regolamento del gioco) all’intervento degli ausili tecnologici, da una più incisiva offerta ad un maggior coinvolgimento del pubblico. E’ bastato questo per togliere la noia o i tempi morti?

 

Non credo, anzi personalmente sono convinto che vi è stata una incisiva quanto strisciante volontà di tutte le franchigie americane, supportate da un’ottima scelta cinematografica, a voler ripresentare il gioco con argomenti sempre più pregnanti. Per tale motivo credo ora sia giunto il tempo di essere consapevoli che il baseball in Italia è stato presentato all’origine sempre in modo ambiguo.

 

Noi tutti sappiamo che il baseball è una disciplina sportiva di squadra atipica rispetto alle altre diverse discipline che sul terreno di gioco si presentano con due formazioni a contendersi un attrezzo che poi indicherà l’avvenuto punteggio. Il calcio, il rugby, il basket, l’hockey nelle sue diverse forme, la pallanuoto e così via sono di facile acquisizione per lo spettatore più disattento: quando una squadra con i mezzi o i modi consentiti scaglia l’attrezzo (la palla) in una determinata porta o la adduce a superare una linea viene acquisito il punto.

 

Nel baseball tutto questo non esiste: è l’uomo, l’atleta, l’est unus quisque faber a segnare il punto superando i tanti ostacoli che sono topici nella loro evoluzione. Allora è necessario spiegare più e più volte che il cosiddetto gioco antico è antico per davvero: l’uomo ha imparato prima a lanciare le pietre con precisione e ad usare la mente nel valutare dove scagliarla e dunque a risvegliare con prontezza i suoi istinti primordiali, poi a coordinare il tutto in modo comune calcolando infine la probabilità vincente.

 

A tal fine dunque non esiste nel baseball l’atleta normotipo ma è vincente chi è pronto ad osare ed a usare la testa. Il baseball infine non è delimitato da regole ma configurato da atti leciti e non e dunque lo spettatore, per gustare la qualità del gioco, è necessariamente costretto a seguire la gara con lo score.

 

Ed allora: se gli studi sociologici degli anni settanta-ottanta hanno più volte evidenziato che il baseball (il softball), come attività agonistica, e poi il solare slow pitch come attività amatoriale, è destinato a diventare lo sport più seguito e praticato ciò dipende dall’evoluzione tecnologica in atto poiché il baseball è l’unica disciplina che risponde in pieno al linguaggio telematico in ogni fase del gioco stesso.

 

Per tale motivo per ammaliare i giovani, che pure già vistosamente indossano t-shirt, cappellini, giubbini di franchigie statunitensi senza conoscerne la provenienza, è doveroso presentare il gioco con i numeri (ma vogliamo renderci conto che il calcio sta cercando in tutti i modi di attirare nuovamente l’attenzione commentando di un giocatore quante volte ha toccato il pallone, quanti assist ha fatto, quanti errori, quanti tiri e così via ? Nulla dice questa modalità che nel baseball è prassi comune ? O vogliamo meravigliarci di scoprire l’acqua calda quando il baseball di fatto è proprietario del fuoco? ) illustrandone le giuste peculiarità tra cui far capire che i normali tempi morti non sono altro che parte del gioco mentale di cui dispone il manager per condurre le sue azioni tattiche-tecniche.

 

Per gli altri tempi morti si evidenzia la non corretta applicazione delle norme perché, sempre dal mio punto di vista, il gioco è perfetto. Tuttavia va pur detto che il campionato così spezzettato può essere seguito solo da chi è già un appassionato in quanto l’ancora acerba cultura italiana è abituata a valutare il tutto come il calcio, ovvero una serie A di notevole spessore e tecnicamente gradevole con gare di andata e ritorno, e classifica conseguente priva di ulteriori inserimenti, e poi a scendere le altre serie. Dare ulteriori nomi destabilizza l’interesse creando confusione sui mass media e ciò nonostante i tanti web che ora inondano il gioioso mondo dei naviganti.

 

Dunque crisi? Riconsegniamo l’originalità del gioco agli spettatori ed alla loro voglia di capire e sapere; riprendiamoci la voglia di giocare e non tediare; assembliamo il prodotto con umiltà e desiderio di stupire; copiamo nei limiti della nostra umanità il quadro statunitense; doniamoci continuamente gli aspetti filosofici di questa disciplina che com’è noto indica, consapevolmente o no, i passi quotidiani della nostra vita. Il baseball allora riconquisterà il suo pubblico e diventerà tema di linguaggio comune. E il tempo ci darà ragione.

 

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Commenti: 1
  • #1

    Ezio Cardea (mercoledì, 13 agosto 2014 16:49)

    Perfetto!