________________________________ Tony, Bobby e Joe

Nella foto Tony La Russa, Joe Torre e Bobby Cox (AP Photo/John Raoux)
Nella foto Tony La Russa, Joe Torre e Bobby Cox (AP Photo/John Raoux)

di Frankie Russo

Traduzione dell'articolo su ESPN: Men who had a great ability to adapt (Tre manager, tre differenti modi di gestire)

E’ sempre una rarità quando tre tra i più grandi di tutti tempi sono seduti uno accanto all’altro, sorridendo, ridendo e piangendo. E’ successo in Orlando il 9 dicembre scorso quando Tony La Russa, Bobby Cox e Joe Torre, che sono probabilmente i tre migliori manager viventi e forse tra i primi sette manager nella storia del baseball, furono nominati per la Hall of Fame. 

La Russa, Cox e Torre hanno allenato complessivamente per 91 anni, vinto 7.558 partite, apparsi 45 volte nei playoff, vinto 17 scudetti e otto World Series. Dopo Connie Mack e John McGraw, i manager più vincenti di sempre, sono La Russa (2.728, Cox (2.504 e Torre(2.326). I cinque, più Joe McCarthy e Earl Weaver, formano la lista dei migliori manager di sempre, e il 9 dicembre tre di essi erano seduti uno accanto all’altro.

 

I tre hanno vinto per un lungo periodo, hanno vinto con diversi metodi, apparentemente senza punti deboli, ed ognuno è stato in grado di adattarsi alle esigenze dei propri giocatori. Il punto di forza di La Russa era nel gestire la partita. Quello di Cox era nel gestire i giocatori. Quello di Torre era nel gestire la dirigenza.

“Nulla sfuggiva a Tony. Mai niente” racconta il manager degli Orioles Buck Showalter. “Quando lo affrontavi e pensavi di applicare una strategia, come uno squeeze play, e pensare che lui non l’avesse intuito, eri completamente in errore. Riusciva ad anticipare tutto”. Era così meticoloso nella strategia che a volte faceva fare i segnali al preparatore atletico invece che al coach di terza ben sapendo che gli avversari non avrebbero mai guardato nel dug out. “Sapevamo che se Weinberg (il preparatore, ndr)tirava fuori la lingua, era il segnale di rubata”, racconta con una risata Rich Donnelly ex coach dei Pirates e Marlins.

 

Nella seconda metà degli anni ottanta, La Russa inventò il modo in cui il bull pen viene utilizzato oggi giorno, con il set up man, gli specialisti mancini e i closer che lanciano un solo inning. A volte schierava il lanciatore ottavo nel line up nella speranza di avere più possibilità di avere corridori in base per i migliori battitori.

 

In una situazione di sicura smorzata, invece di mandare il 1B per la presa, preferiva mandare il 2B in quanto un migliore atleta e meglio in difesa.

 

Per La Russa la partita era sempre una competizione, ogni partita, indipendentemente dall’importanza. Si racconta che una volta, agli inizi di carriera, prima della terza gara dello Spring Training, convocò la squadra per la riunione mattutina e disse: “Abbiamo vinto una partita e abbiamo perso una partita. Non vorrei trovarmi sotto .500 stasera”. E semmai prima della partita qualcuno gli chiedesse come stava, la risposta era sempre uguale, “Te lo dirò tra circa quattro ore”. Allora avrebbe saputo se la sua squadra avesse vinto o perso.

 

Cox amava, rispettava e proteggeva i suoi giocatori come nessuno in quel periodo. “Quando cerchi nel dizionario la voce “manager che ama i giocatori”, sicuramente ti appare il viso sorridente di Bobby ”, racconta l’ex terza base dei Braves Chipper Jones e continua: “In tanti anni non ho mai sentito un giocatore parlare male di lui. Lui è il vero motivo per cui tanti giocatori scambiati poi vogliono tornare a giocare qui”. Aggiunge il lanciatore John Smoltz: “Avremmo fatto qualsiasi cosa per lui. Delle volte mi chiedeva se potevo dargli un altro inning e, pur sapendo che ero all’estremo, ritornavo sul monte perché non potevo abbandonare Bobby. E tutti nella squadra avevamo lo stesso rispetto”.

 

L’ex pitching coach Leo Mazzone ride ancora quando ricorda una discussione che ebbe inerente una strategia per il lanciatore Tom Glavine. Bobby disse che non avrebbe funzionato e la discussione durò a lungo finché Leo disse: “Ho parlato con Tommy e lui dice che va bene”. Solo allora Bobby si arrese.

Una volta Cox sostituì il suo talentuoso esterno centro Andrew Jones perché non aveva corso verso la prima su un pop.

“Sentii come se fossi stato punito da mia padre, non avrei mai voluto deluderli” racconta Jones.

 

Torre invece dovette gestire il presidente (owner, ndr), dal nome di George Steinbrenner, meglio di chiunque altro nella storia del baseball. Steinbrenner era inflessibile per quanto riguarda la vittoria e quindi pretendeva tutto, specialmente dal manager e dai suoi giocatori, ma Torre era un eccellente maestro nel trasferire le attenzioni altrove, lontano dai giocatori in modo da metterli nelle condizioni migliori per vincere. La sua calma e il modo di gestire queste situazioni sono state la chiave che ha portato gli Yankees a vincere quattro World Series in cinque stagioni (1996, 1998, 1999, 2000). Nessuno riusciva a parlare e discutere con il pomposo Steibrenner meglio di Joe Torre.

 

“Avevo fiducia in Joe,” disse una volta Steinbrenner. “Sapevo che era come me, gli interessava soprattutto vincere”.

 

Ma come Cox, amava i suoi giocatori. Ne parla Tino Martinez, ex prima base degli Yankees.

 

“Joe mi convocò nel suo ufficio. Stavo andando veramente male e credevo fosse arrabbiato con me. Pensavo mi volesse mettere fuori squadra. Invece mi diede una bottiglia di vino e il nome di un ristorante italiano dicendomi: “Voglio che vai a mangiare a questo ristorante stasera. Non pensare ad altro. Mangia e divertiti.” Così feci e il giorno dopo ripresi a battere come prima. Questo era Joe, non perdeva mai la calma”.

 

Tony, Bobby e Joe. Quando si parla di manager, è sufficiente usare solo il loro primo nome. E adesso, tutti e tre, tre dei migliori di sempre, sono insieme nella Hall of Fame.

 

Riflessioni del traduttore.

Capita spesso di parlare con colleghi, amici e conoscenti riguardo alle varie traduzioni che ho fatto e qualcuno dice che non riesce ad apprezzare a pieno alcuni articoli in quanto non conosce i giocatori in essi menzionati. Nel proporre gli articoli l’intento non è solo quello di raccontare il fatto in se per se, indipendentemente dai personaggi, ma far conoscere come i grandi di questo sport si comportano, come sono cresciuti, far conoscere quanto accade dietro le quinte, raccontare come affrontano e gestiscono le varie situazioni, fatti che altrimenti difficilmente ne verremmo a conoscenza. Si cerca di trasmettere la cultura del baseball come viene praticato ai massimi livelli. Un esempio lampante è evidenziato nel sopra riportato articolo, ma anche in passato ci sono stati dei chiari riferimenti. Mi riferisco in particolare a come i manager interagiscono con i propri giocatori. E’ evidente come il modo di comunicare è cambiato. Se si pensa di gestire un gruppo di giocatori come ebbe ad esprimersi il Marchese del Grillo “Io sono io e voi non siete un c..zo”, allora siamo ancora anni luce indietro.

Buon lavoro.

Frankie Russo

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Pino (giovedì, 31 luglio 2014 13:03)

    come sempre mi sono letto il tuo articolo sui 3 splendidi coach......ma da noi ciò non può accadere perchè......sottoscrivo le ultime 3 righe delle tue riflessioni del traduttore

  • #2

    Frankie (venerdì, 01 agosto 2014 00:08)

    Caro Pino, io insisto, è questa la strada che bisogna seguire. E' inutile che diciamo che il baseball è americano, loro lo praticano nella maniera giusta e poi nel piccolo, per carità di Dio, non cerchiamo di applicare i loro metodi. Consultare il proprio lanciatore non deve essere inteso come segno di debolezza, deve essere inteso come rispetto verso il proprio giocatore, renderlo responsabile, fargli capire che abbiamo fiducia in lui, trattarlo con umanità. Illuderci che sappiamo tutto, che possiamo fare tutto da solo, che "Io sono io, e gli altri non son un c..zo" è una filosofia del passato. Avendo la possibilità di guardare oltre 180 partite di MLB all'anno e ascoltare altrettante tele cronache, avendo trascorso due settimane nel dug out del Team USA nel 2009, mi hanno fatto capire che questa filosofia è in corso da diversi anni negli USA.