________________________________ Fantasy baseball camp, un'emozione unica

Frankie Russo viene chiamato a schierarsi per la finale
Frankie Russo viene chiamato a schierarsi per la finale

Premessa di Paolo Castagnini

Quando proposi all'amico Frankie Russo di raccontare la sua esperienza al Fantasy Baseball Camp con i Detroit Tigers, mai avrei pensato di provare una tale emozione vivendo nel lungo racconto di Frankie questa parte importante della sua vita. Forse pochi conoscono il Fantasy Camp delle organizzazioni MLB. Ebbene credo che molti al termine di questo articolo capiranno del grande successo di cui gode negli Stati Uniti questa iniziativa. Vivere per una settimana come i grandi e tra i grandi della Major League Baseball. Questo è il Fantasy Baseball Camp.

LA MIA ESPERIENZA CON I PRO

Un sogno che diventa realtà

 

di Frankie Russo

Era settembre 2007 e come da mia abitudine navigavo in quel mondo senza confini che si chiama “internet” soffermandomi, come sempre, sul sito dei miei Detroit Tigers. Era pubblicata una foto che ritraeva alcuni dei miei eroi d’infanzia accompagnata dalla scritta: Venite a conoscere i vostri Campioni delle 1968 World Series! Cliccai sul link e mi addentrai nei dettagli.

 

Venni a sapere così che la maggior parte delle franchigie di Major League organizzano un Fantasy Camp a circa un mese dall’inizio dello Spring Training e più precisamente durante le ultime settimane di gennaio.

 

Trattasi di un torneo amatoriale aperto a tutti gli appassionati del baseball dai venti agli ottant’anni e passa! Vige un regolamento particolare per far si che il divertimento sia assicurato a tutti, anche perché questo è d’obbligo tenuto conto dei costi non certo popolari. Generalmente vi partecipano i tifosi di quella specifica squadra, ma nulla vieta anche ad altri di potervi partecipare.

 

Il Camp dei Tigers è tra i più antichi e relativamente economici e sono in molti a ritenerlo uno dei migliori. Oltre al grande attaccamento alla squadra da parte dei tifosi, il camp ottiene tanto successo anche per la numerosa partecipazione di ex professionisti. Una ventina circa. A differenza di altri, al camp dei Tigers sono presenti oltre 200 appassionati frazionati in due settimane.

 

Con lo sguardo fisso sul computer nell’intento di leggere tutti i dettagli, mia moglie passò davanti allo studio e notando tanta concentrazione, mi chiese cosa leggevo di tanto interessante.

“Niente”, risposi con un filo di voce. “Le solite cose.”

Al secondo passaggio, dopo avermi osservato per qualche istante, si portò direttamente dietro la scrivania e chiese: “Che è sta roba?”

“Ho appena letto che i Tigers organizzano un camp aperto agli appassionati di baseball e quest’anno è speciale perché si festeggia i 40 anni dalle World Serie del 1968.”

“Stai pensando di andarci?” continuò lei.

“Assolutamente no!” Fu la mia risposta secca.

 

Mentre eravamo a cena fantasticavo; la mia mente era altrove.

“E’ inutile che continui a tormentarti” disse mia moglie. “Alza il telefono e chiama quel signore!”

 

E così dopo qualche minuto alzai la cornetta del telefono, ma non per chiamare il responsabile del camp, ma un amico Americano che ben conosce la mia passione per il baseball.

 

“Gino!” urlai. “Ho appena letto su internet che quest’anno c’è un camp speciale dei Tigers. Sto pensando di andarci. Mi puoi mettere in contatto con il responsabile?”

Dopo pochi minuti squillò il telefono e dall’altra parte una voce squillante:

“Hello, sono Jerry Lewis, direttore del Detroit Tigers Fantasy Camp, in che cosa posso esserti utile?”

 

Parlammo per circa quindici minuti durante i quali Jerry mi spiegò nei dettagli come si sarebbe svolta la settimana e terminò dicendo:

“Ok, fammi avere la misura dei pantaloni e della casacca, il nome e il numero che vuoi scritto sul retro. Ricordati di portare gli indumenti intimi, il guantone, gli spikes e ……la conchiglia, al resto ci pensiamo noi. Ah, non dimenticarti l’acconto di 1.000$ da versare con la carta di credito!”

 

Mia moglie ed io arrivammo all’aeroporto di Detroit mercoledì 23 gennaio alle 13 e 45. Dopo qualche giorno trascorso a salutare parenti amici, domenica 27 gennaio alle 10;20, prendemmo il volo per Tampa Bay, Florida.

Già nell’aeroporto sembrava di essere allo stadio! Persone di ogni età vestite con t-shirt, casacche e cappelli dei Tigers, tutte dirette allo Stato del sole: la Florida, e precisamente a Lakeland, dove da più di trent’anni i Tigers si recano per lo Spring Training.

 

Una volta arrivati a Tampa, mia moglie ed io ci recammo presso la catena per il ritiro dei bagagli. Notai un signore indaffarato a dare spiegazioni che indicava dove recarsi per salire sul pullman riservato. Mi avvicinai e lessi l’etichetta sulla maglia “Jerry Lewis – Detroit Tiger Fantasy Camp Director.

“ Buongiorno Jerry” dissi “Sono Frank dall’Italia.”

 

Seguì un caloroso abbraccio come se ci conoscessimo dai tempi della scuola. Era un onore per lui avere un camper che veniva da così lontano ed in seguito ebbe diverse occasioni per dimostrarmelo.

Il pullman ci impiegò circa quaranta minuti per raggiungere Lakeland davanti all’Holiday Inn, Winter Home of the Detroit Tigers!

 

Dopo la sistemazione nelle rispettive camere, alle 16;00 ci fu la presentazione ufficiale degli ex giocatori i quali fecero un breve discorso di introduzione spiegandoci come si sarebbe svolta la settimana. Il tutto accompagnato da una busta di popcorn, cioccolatini e biscotti tutto offerto dalla casa.

 

Alle 18;00 ci recammo a “Tiger Town” a circa cinque minuti di auto dall’albergo. Il complesso comprende, oltre naturalmente il “Joker Marchant Stadium” dove i Tigers disputano le partite ufficiali di pre campionato, un quadrifoglio composto da quattro campi minori, un campetto del solo diamante riservato per il PFP, dodici monti di lancio, un capannone all’interno del quale si trovano quattro gabbie di battuta, ed una struttura di mini appartamenti riservati ai giocatori delle minors, oltre all’edificio adibito a mensa.

 

Un’altra struttura invece è adibita a sala mensa; un salone di trenta metri per dieci con adiacente la cucina dove vi lavorano 10 persone. Nel salone una ventina di tavoli rettangolari da 10 posti e su ognuno, ricoperte da un sottile velo di plastica, le figurine e foto di tutti i giocatori che hanno indossato la divisa dei Tigers. Sulle pareti in alto ci sono foto immense dei grandi giocatori del passato: Ty Cobb, Hal Newhouser, Hank Greenberg, Virgil Truks fino ai più attuali Al Kaline, Mickey Lolich, Willie Horton, Alan Trammell e tanti altri oltre al leggendario manager Sparky Anderson.

 

Una lunga fila di persone con i vassoi, passa scorrevolmente e sceglie il menù tra due primi, due secondi, contorni, insalata, dolce e caffè.

Finita la cena, sale sul palco Jerry accompagnato dal sempre presente collaboratore Jim Price, ricevitore di riserva nella squadra vittoriosa nelle World Series 1968 e attualmente impegnato come radiocronista.

 

Sono annunciate le squadre ed i giocatori passano davanti al palco, si salutano, si abbracciano ma principalmente si vanno a stringere intorno ai loro due tecnici tutti ex giocatori della Major League. Le squadre sono generalmente otto e sono formate da 13/14 elementi.

Che emozione! Il primo giorno è andato tutto bene e così si torna il albergo. Molti vanno a letto, altri rimangono al bar a fare le ore piccole e cantano col karaoke.

 

Lunedì mattina colazione in hotel, e alle 8;30 ci rechiamo di nuovo a Tiger Town. Le strade adiacenti sono intitolate ai campioni di Detroit. La macchina ci ferma davanti allo stadio. Il tempo di una foto ed eccomi dentro gli spogliatoi mentre mia moglie aspetta nei pressi dei campi.

 

Entro in uno stanzone immenso con la moquette e noto il primo avviso: Vietato entrare con gli spikes. Poi, tanto per cambiare, foto che ricordano la gloriosa storia delle Tigri. Sulla sinistra, subito dopo i bagni, 18 docce, lavanderia, e magazzino con il responsabile, Ghost, sempre a disposizione. A destra, davanti la sala medica con tre trainers, un tavolo con ogni tipo di crema compresa quella per la protezione solare e al centro otto file di armadietti di cui la prima è riservata ai giocatori delle minors, i centrali ai campers, e l’ultima fila riservata agli ex pro e agli arbitri.

Trovo il mio armadietto con la scritta “Russo # 6”, due divise originali dei Tigers, una bianca e una grigia, due cappelli, una cintura e calzettoni, poi inizia la vestizione.

 

Dalle 9,30 alle 10;30 due brevi clinic con relatori ex giocatori della Major, uno sul lancio e l’altro sulla battuta. Poi i campers si dividono in gruppi e si recano su tre diversi campi di cui uno riservato per gli esercizi degli interni, uno per gli esterni ed uno per la battuta. Non è necessario essere un bravo giocatore, anzi generalmente quelli meno bravi sono quelli che si divertono di più. Alle 12;30 tutti a pranzo e finalmente alle 14;30 il tanto atteso PLAY BALL!

 

Tutto è ben organizzato. Negli spogliatoi è affisso il programma delle partite settimanali e ogni squadra conosce che divisa indossare e su quale campo recarsi. Quattro campi e otto squadre che iniziano una settimana indimenticabile! A fine partita, doccia e sistemazione degli indumenti accuratamente depositati nei rispettivi cestoni: uno per i pantaloni, uno per le casacche e uno per l’intimo e asciugamani.

 

Tempo libero fino alle 18;30 e quando si ritorna per la cena c’è un grande entusiasmo; ognuno racconta la sua esperienza e già qualcuno si vede con qualche acciacco.

A differenza del lunedì, dove abbiamo disputato una sola partita,martedì mercoledì e giovedì ogni squadra gioca ne gioca due! Inoltre ognuna, o il martedì o il mercoledì, disputa una gara in notturna al leggendario Henley Field, che nel passato fu l’accademia per eccellenza del baseball nazionale. Jerry ci avverte:

“Quando entrate nel box di battuta, ricordate che state mettendo i piedi nello stesso posto dove li hanno messi tanti grandi del passato a cominciare da Babe Ruth, Ty Cobb, Lou Gherig, Willie Mays, per finire a Ted Williams e tanti altri.” E’ vero, quando entri nel box sei invaso da una eccitazione unica.

 

Il giovedì sera è dedicato agli autografi, al massimo sei oggetti a persona, e poi viene redatta la classifica che stabilisce gli incontri del venerdì, giorno dei playoff ad eliminazione diretta. Chi perde è eliminato. La prima classificata conquista il diritto a giocare i primi due inning al Joker Marchant Stadium, contro gli ex professionisti. A seguire tutte le altre squadre.

 

Quando mi iscrissi non sapevo a cosa sarei andato incontro. Non mi ero preparato adeguatamente, ma l’adrenalina mi ha fatto sopravvivere. Per fortuna vige un regolamento che permette a tutti di divertirsi.

I cambi sono come nella pallacanestro: si entra, si esce e si rientra ancora; è possibile usufruire del pinch runner anche partendo da casa base; lo scopo è di far divertire tutti perché il prezzo è uguale per tutti. Io cercavo di destreggiarmi tra prima e seconda base, ma il mercoledì non si presentò il nostro ricevitore titolare che si era dovuto assentare per gravi motivi familiari.

Considerato che i corridori non potevano avanzare su lanci pazzi e che non era ammesso rubare, mi offrii per ricoprire il ruolo, consapevole del fatto che non avrei dovuto effettuare blocchi e tirare sulle basi. Tre inning a ricevere, un paio in panchina e un altro sul monte erano più che sufficienti. Il venerdì mattina fui avvicinato dal coach Darrell Evans, 414 fuori campo in carriera e World Series vinte nel 1984, il quale mi chiese di ricevere tutta la prima partita per meglio bilanciare la squadra. Giocai tutti e sette gli inning e passammo il primo turno.

 

Immediatamente a seguire gara due pensando di riposare, ma di nuovo il coach mi disse che non era il caso di cambiare formazione dopo la prima vittoria. La partita era combattuta, nessuna delle due squadre riusciva ad assicurarsi un vantaggio per sentirsi tranquillo. Dopo quattro inning chiesi al coach se era prevista la mia sostituzione. La risposta fu secca: “Mica vuoi abbandonarci proprio adesso?” e si allontanò. Restai a ricevere fino alla fine e vincemmo anche quella partita.

 

Per fortuna arrivò la pausa pranzo. Ero sfinito. Al rientro in campo pensai bene di sedere in panchina per il meritato riposo. Iniziammo noi in attacco e quando la squadra si dispose in difesa tutti videro che mancava il ricevitore. Mi girai intorno in cerca del coach ma non c’era, i compagni di squadra mi sollecitarono a vestirmi e così iniziai anche a terza partita dietro al piatto.

Finalmente, alla fine del terzo inning, il coach si fece vivo e prima ancora che potessi aprire bocca, mi disse semplicemente che eravamo in finale e non si poteva cambiare il migliore ricevitore dopodiché si allontanò.

 

Ho sempre saputo che quando il coach chiede, il giocatore obbedisce. Il caso volle che al settimo inning il punteggio fosse pari. Mancavano solo gli extra inning! Perdemmo all’ottavo per un punto con due out. Dopo aver ricevuto 22 inning ero distrutto, ma nello stesso tempo ero invaso da una felicità indescrivibile. Ricevetti i complimenti dai compagni e dai coach. Non avrei mai pensato di divertirmi così tanto, ma le sorprese non erano finite.

 

Frankie Russo con la moglie
Frankie Russo con la moglie

Il sabato mattina sul campo del Joker Marchant Stadium c’erano tutti i cento e passa campers, più 5/600 spettatori in tribuna per godersi l’annuale spettacolo. Ci fu detto di metterci in fila e fummo introdotti uno per uno con nome, cognome e città di provenienza. Quando annunciarono attraverso gli altoparlanti: “Frankie Russo, Cassino, Italy” ci fu uno scrosciante applauso da parte di un pubblico meravigliato che un appassionato potesse venire da tanto lontano. In definitiva uno spettacolo nello spettacolo. Dopo pranzo tutti liberi in attesa della cena di gala.

 

Mi recai in albergo per preparare le valigie e solo allora mi resi conto che ormai la settimana volgeva al termine. Fui invaso da un’immensa malinconia; forse qualche lacrima scese sul viso. Mia moglie se ne accorse, si avvicinò e abbracciandomi sospirò nell’orecchio: “Mi dispiace tanto che sia finito, ti ho visto tornare il bambino che sempre raccontavi di essere.”

 

Dopo cena ogni squadra fu invitata sul palco per ritirare la targa ricordo e con l’occasione al veterano della squadra viene riservato l’onore di sintetizzare la settimana, evidenziando gli episodi più divertenti del suo gruppo. Immaginate la mia sorpresa quando mi dissero che a fare il discorso sarei stato io. Non credevo di aver meritato tanto. Quando fu il momento, presi il microfono e pensai di continuare con le improvvisate.

“Signore e signori” dissi in italiano tra lo stupore di tutti. “Non potete immaginare la gioia che ho provato nel corso di questa settimana. Un particolare ringraziamento va a Jerry Lewis che mi ha aiutato molto” e mi fermai. I miei compagni ridevano a crepapelle, il pubblico era attonito. Dopo qualche istante ripresi il discorso in inglese chiedendo scusa e precisando che ero talmente emozionato da non essermi reso conto di aver parlato in italiano.

 

Ormai eravamo all’atto finale. Era giunto il momento dei saluti e una domanda di routine mi veniva rivolta da tutti: Ritorni l’anno prossimo? Nell’allontanarmi mi sentii avvolto da una immensa tristezza, e lungi da me era il pensiero che quello sarebbe stato il primo di cinque Fantasy Camp a cui avrei partecipato!

 

I dettagli del Detroit Tigers Fantasy Camp 

 


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Commenti: 4
  • #1

    enrico camporese (giovedì, 17 aprile 2014 12:04)

    Bellissimo racconto e straordinaria esperienza...una lacrima l'ho avuta anche io leggendolo.

  • #2

    Frankie (giovedì, 17 aprile 2014 13:29)

    Grazie Enrico, era quello lo scopo quando me l'ha chiesto Paolo, far rivivere ad altri appassionati questa indimenticabile esperienza. Chissà, un giorno potremmo organizzare una spedizione italana!

  • #3

    Paolo Delbianco (giovedì, 17 aprile 2014 18:08)

    Grandioso, Frankie! Un'esperienza davvero indimenticabile, Chissà, forse un giorno potremmo organizzare un team con tutti gli amici del Camp di Rivabella, sarebbe veramente da morir dal ridere. A presto!

  • #4

    Frankie (venerdì, 18 aprile 2014 08:12)

    Ben detto Paolo, è un mio sogno poter partecipare con un gruppo di "paesani" e come dici tu, sarebbe qualcosa da crepare dalle risate! Chissà, forse un giorno?