________________________________ Quando il baseball parla al cuore

di Michele Dodde

Il supplemento domenicale “La Lettura” del Corriere della Sera del 16 marzo 2014 dedica ben due pagine allo scrittore statunitense Bernard Malamud rispolverato a suo modo da Alessandro Piperno riconoscendogli che “…leggere le sue pagine dà una gioia che ondeggia tra sorriso e commozione. E’ questione di tono. Il suo è un impasto di ironia e pietà...” per concludere che dopo quasi vent’anni “…non c’è pagina di Malamud che non mi riempia di ammirazione. C’è qualcosa di tonificante nell’imparare ad amare ciò che non ti somiglia”.

Ma a noi che viviamo di pane e baseball ha interessato di più l’articolo di spalla inerente la mostra “Chasing dreams: baseball and becoming American” aperta presso il National Museum of American Jewish History a Philadelphia. La mostra nella sua sintesi, attraverso miti e secondarie figure del vivere quotidiano, ha evidenziato il baseball quale unico percorso di integrazione tra le diverse etnie presenti negli Stati Uniti.

Ecco allora segnalata l’accattivante ed eccentrica storia de “The Natural”, scritto nel 1952 da Malamud, edito in Italia con il titolo “Il Migliore” nel 1984, tradotto da Mario Biondi per la Mondadori a seguito del sorprendente successo dell’omonimo film cui un sorprendente cast da Robert Redford a Robert Duval, da Glenn Close a Kim Basinger ha donato momenti di grande effetto ed emotività con un finale sempre tutto da rivedere. Certo il film è tratto liberamente dal romanzo ma resta sempre il naturale sigillo tra Malamud ed il baseball.

 

Tuttavia è bene precisare come il baseball, dopo la prima descrizione apparsa in Inghilterra nel 1762 nel libro “A little Pretty Pocketbook”, proprio attraverso libri ed articoli di particolare spessore sia diventato intima attrazione qualitativa di una intensa way of life, e successivamente sempre più soggetto o compagno di viaggio. Sono ben oltre cinquecento pubblicazioni tra libri, novelle e poesie per non citare la sua incisiva presenza nel mondo dei cartoons, della televisione e del cinema.

Apprezzato come una religione negli Stati Uniti, il gioco del baseball ha iniziato a parlare al cuore degli uomini a partire dal 1870 con “Double Play” di William Everet e poi ancora nell’attento studio portato avanti dal professore di lessico Thomas Lawson nel 1883 quando ne codificò lo slang nel libro “the Krank: his language and what it means” dove per Krank l’autore indicava il baseball con il primo affettuoso nomignolo.

 

Quindi nel 1910 con “The Bride and the pennant” di Frank L. Chance e da allora, attraverso il best sellers di Stephen King: “Il Fedele”, scritto a quattro mani con il noir Stewart O’Nan, sino ai già noti “Calico Joe” (2012) di John Grisham e “ l’Arte di Vivere in Difesa” (2012) di Chad Harbach, l’antico ed aristocratico gioco dei bare hands è stato magistrale protagonista in diversi manoscritti tra cui il già citato “The Natural” (1952), “Preghiera per un Amico” (1989) di John Irving dove una palla maldestramente battuta colpisce alla tempia una giovane signora generando situazioni toccanti e di straordinaria potenza emotiva tra i due protagonisti, gli undicenni Owen Meany e John Wheelwright, Il Giorno dell’Indipendenza” (1995) di Richard Ford in cui, attraverso la visita della mitica Hall of Fame di Cooperstown, Frank Bascombe riscopre insieme al figlio Paul valori sopiti e i vincoli della famiglia.

Underworld” di quel grande maestro della narrativa postmoderna che è l’italo-americano Don DeLillo in cui si coglie l’affresco più affascinante di un’America permeata dall’involuta storia politica, sociale e mediata del dopoguerra seguendo il destino di una pallina da baseball divenuta suo malgrado un ambito cimelio dopo essere stata sbattuta sulle tribune del Polo Grounds di New York dal leggendario fuoricampo di Bobby Thomson che così assicurava al nono inning vittoria e campionato ai mitici Giants contro i Dodgers.

 

E sul monte in quella partita stava lanciando il mitico Sal Maglie, il baseball’s demon barber, la cui biografia scritta dalla precisa e meticolosa Judith Testa ne ha evidenziato le origini italiane o meglio salentine. Annota l’autore che l’orologio in cima alla clubhouse segnava le 3.58 del 3 ottobre 1951.

Stephen King da par suo ne "Faithful" (“Il Fedele”) ha centrato il particolare canovaccio dei sentimenti profondi che fanno emergere gli oscuri timori e le passioni laceranti dei tifosi degli ormai famosi Red Sox di Boston, vincitori a sorpresa della più spettacolare World Series di sempre, che solo dopo 86 anni hanno visto tramontare la terrificante e leggendaria insidia della maledizione di Babe Ruth grazie alla caviglia sanguinante del trentasettenne lanciatore Curt Schilling, asceso così alle porte del Paradiso, alle bordate di David Ortiz, divenuto leggenda come mvp delle World Series 2004, al carisma di quel figlio d’arte che è Terry Francona, magico manager che ha osato l’inosabile.

 

Tuttavia qualsiasi futura descrizione atta ad offrire al baseball un nuovo scenario da protagonista non potrà mai offuscare il baseball descritto e giocato come appare in “The Chosen” (1966), in italiano Danny l’eletto, primo libro di Chaim Potok. Qui si respira la vera sintesi di come il gioco riesca a parlare al cuore divenendo oltremodo soggetto e diorama di quella specifica e particolare diffusione della mentalità e cultura americana. In particolare poi nel libro si approfondisce anche quella ebraica-newyorkese durante gli anni della seconda guerra mondiale.

Una partita di baseball dunque, resa interessante da Potok per descrivere forti sensazioni d’animo e delineare struggenti sfumature interiori. Una partita di baseball… “Ad un tratto conobbi un senso momentaneo d’irrealtà come se il campo da gioco - è Reuven Malter il protagonista che racconta - fosse allora tutto il mio mondo, come se tutti gli anni passati della mia vita mi avessero inesplicabilmente condotto a quell’unico incontro di baseball e tutti gli anni futuri della mia vita dipendessero dal suo risultato. Non è altro che un incontro di baseball, dissi fra me. Ma cos’è un incontro di baseball?”. Ed ecco che l’incontro improvvisamente smette di essere un semplice gioco per divenire un conflitto tra presunta rettitudine e peccaminosità.

 

E la gara si configura nel suo evolversi con situazioni al limite prive di soluzioni di continuità sino al drammatico finale quando la pallina battuta da Danny Saunders violentemente colpisce la parte superiore del guanto del lanciatore Reuven Malter e, deviando così la sua traiettoria, va a fracassare l’orlo superiore della lente sinistra degli occhiali di quest’ultimo. Poi lo urta di striscio alla fronte e lo getta a terra. Medicato alla meglio e finito in panchina, Reuven resta lì “…abbastanza per assistere all’incontro che perdemmo sette a otto,(…) abbastanza per mettermi a piangere…”.

 

Va comunque precisato, per gli esegeti della disciplina, che la traduzione di Marcella Bonsanti, per quanto attiene al gioco stesso, è stata molto infelice lasciando a desiderare là proprio dove il baseball avrebbe avuto bisogno di maggiore attenzione. Per trasmetterne meglio la magia. Infatti molte sono le situazioni erroneamente delineate così come il loro sviluppo involuto e privo di enfasi per la non rispondenza sino al topico “…il battitore si buttò sui primi due lanci, e li sbagliò entrambi. Lasciò passare il terzo che era troppo basso, poi tirò una palla rasoterra al primabase, che la fece cadere, agitò convulsamente la mazza per colpirla e la ricuperò giusto in tempo per vedere Danny Saunders che attraversava il piatto…”

 

Qui lo sconosciuto lettore deve accettare per fede di racconto quanto legge. Di certo una più aderente traduzione avrebbe fatto capire meglio la filosofia di questo gioco descritto magistralmente da Potok quale motivo che di lì a poco avrebbe coinvolto i due giocatori-protagonisti in un’amicizia senza precedenti sino a portare per mano il lettore alla conoscenza di quegli immensi silenzi che legano, ovvero di quegli antichi linguaggi muti che dicono più col silenzio che con le parole di una vita intera, perché le parole sono crudeli e nascondono il cuore, quel cuore che parla per tramite del silenzio.

Ma questa in definitiva è un’altra magia del baseball.

 

Qui sotto la pagina dell'inserto “La Lettura” del Corriere della Sera del 16 marzo 2014

 

 

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