________________________________ Perché Calico Joe sì e no a The Art of Fielding

di Michele Dodde

Beppe Severgnini in una corrispondenza ha confermato il bugiardino in quarta di copertina avvalorando da par suo la sindrome dei primi della classe, ovvero ha testimoniato che sì, Chad Harbach, già con questo suo primo romanzo: The art of fielding (L’arte di vivere in difesa) è da consacrare quale capofila di una nuova generazione di narratori americani. Sicuramente deve essere così perché BSev, che conosce bene gli Stati Uniti oltre la Gran Bretagna, è, per dirla alla Shakespeare, un tuttologo che sa. Chi scrive dunque ne prende atto ma, poiché è lievemente un appassionato di baseball, mai consiglierebbe il citato The art of fielding ad alcuno ed in special modo ad altri appassionati del gioco antico. Infatti il libro, pur nei suoi aspetti tragici, non evidenzia una vicenda di vita che possa educare o inviare particolari messaggi sociali ed infine, poiché nel diorama del romanzo il baseball ha una parte non secondaria, non si trova in esso il giusto spirito affettivo di chi conosce in modo ontologico la spiritualità del gioco, la sua perfezione dettata dall’esoterismo massonico di Alex Cartwright ed i suoi successivi fratelli, la sua simbiosi con gli attimi che diventano poi giorni della propria vita.

Qui il baseball è visto solo come un mezzo per affermarsi in una società che lascia a desiderare e misura la meritocrazia solo con i numeri ma non con la conoscenza, ovvero di una crescita giovanile che sbanda nell’affannosa ricerca di concreti valori cui attagliarsi.

E le esperienze ed i fatti sono al limite pregnante di storie volutamente fatte confluire per tessere un canovaccio. E la somma degli episodi quasi ad annullarsi affinchè i protagonisti non prevaricano nella loro fragilità ed a nulla poi servono le ultime pagine per emotivare che quando “ La testa del badile risuonò come un rintocco di campana e continuò a vibrare anche quando il suono si spense ” e “ La palla ricadde perpendicolarmente a terra” e “La sensazione che si irradiò nel corpo di Henry fu mille volte più bella di quella che gli aveva regalato la flebo magica dell’ospedale di Comstock, più di qualunque altra avesse mai provato su un campo di baseball. E poi il nulla.

Invece è opportuno e doveroso consigliare Calico Joe di John Grisham che forse non diventerà mai capofila di alcunchè ma che nel suo piccolo ha già scritto ben ventiquattro romanzi, un saggio, una raccolta di racconti e due libri per ragazzi. Lasciando attoniti i suoi fedelissimi lettori già abituati a storie inerenti il mondo giudiziario statunitense, l’ex avvocato Grisham si abbandona per un attimo ai suoi sogni o risvolti giovanili quando praticava il baseball e racconta una storia densa di citazioni e contenuti e dove il baseball diventa indiscusso protagonista poiché mondo sempre vivo e foriero di valori autentici che rendono la vita degna di essere vissuta.

 

Ed è il giovane Paul, figlio del dirty pitcher Warren Tracey a ricordare i momenti salienti di uno scontro generazionale e di cultura: “ A ogni lancio trattenevo il respiro. Pregavo per uno strikeout e pregavo per un fuoricampo. Perché non potevo avere tutti e due? Uno strikeout adesso per mio padre, un fuoricampo dopo per Joe e cosi via” per affermare poi il senso vero delle scelte: “ Nel baseball hai sempre un’altra possibilità, giusto?”.

 

Poi la scelta sbagliata di quella bean ball che pure è stato un lancio di scena per molti lanciatori tra cui l’oriundo Sal Maglie, mitico baseball’s demon barber, di cui parlerò in seguito. Infine la zuffa tra i gentlemans dei Cubs e dei Mets ma questa è il rovescio di una medaglia che si accetta come valore di un codice. E fa meditare quanto sia importante il capire e conoscere che il baseball non è solo un gioco.

 

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Commenti: 2
  • #1

    alessandro stabile (domenica, 23 marzo 2014 22:46)

    A mio parere è innegabile la sostanziale differenza di spessore tra le due opere: THE ART OF FIELDING è letteratura, CALICO JOE è semplicemente un best seller e dove il baseball (che non pratico ma seguo) è trattato come materia per iniziati (ma qui probabilmente entra in gioco la traduzione non sempre facile della terminologia statistica che è una peculiarità del gioco).

  • #2

    Michele Dodde (domenica, 30 marzo 2014 12:48)

    Ringrazio Alessandro Stabile per aver avuto il tempo e la pazienza di leggere la mia scelta tra Calico Joe e l’Arte di Vivere in Difesa e per aver voluto esprimere un suo cortese a garbato commento.

    L’apprezzamento poi nasce dalla considerazione di quanto sia comunque opportuno e necessario parlare di baseball. Tuttavia la sostanziale differenza, che Stabile giudica innegabile, tra le due opere necessita di alcune puntualizzazioni: L’Arte di Vivere in Difesa è letteratura, egli afferma, e tra le sfumature delle sue parole conferma che Chad Harbach, come già evidenziato da Beppe Severgnini, pur essendo al suo primo romanzo, potrebbe divenire capofila di una nuova generazione di narratori americani.

    Personalmente non sono uno studioso della letteratura americana e pertanto giudico o apprezzo ciò che leggo esclusivamente dalla sensibilità della mia pelle. E’ per tale motivo che sono più cauto ad assegnare a Chad l’oscar del primo della classe perché in effetti qualsiasi altra disciplina, oltre al baseball, poteva essere il canovaccio conduttore idoneo a dare linfa e credibilità ad un sistema scolastico tutto statunitense e molto lontano dalla nostra realtà. Inoltre nulla di indicativo esprimono le diverse e particolarmente scabrose situazioni tra coetanei con la ciliegina dell’amore senile tra il rettore Guert Affenlight verso il giovane compagno di stanza del co-protagonista Henry Skrimshander, tale Owen Dunne descritto decisamente sopra le righe.

    Certo l’evoluzione dell’età nell’affrontare a viso aperto “quella cosa luminosa e terribile che chiamano vita” danno al romanzo più spunti di meditazione che comunque scadono a mio parere in quell’ultima scena da improvvisati necrofori quando “si chinarono accanto al corpo, lo abbracciarono, e molto lentamente, per non fare ribaltare la barca, gettarono Affenlight in acqua”. Sicuramente letteratura, di certo il patetico finale di un film horror di serie B.

    Dunque in questo romanzo il baseball lo considero come cavoli a merenda mentre in Calico Joe è il baseball attorno al quale si sviluppa una storia semplice nei suoi contenuti ma particolarmente efficace nei suoi risvolti.

    Certamente Calico Joe è un libro passatempo senza alcuna pretesa che però parla di baseball, di una storia sul baseball, e scritta per il pubblico statunitense che forse mangia baseball a colazione e dunque fruitore di questa materia per iniziati. Ma proprio per capire quanto sia difficile crescere senza cedere a problematiche ed attivare valori che migliorino l’anima e l’etica del vivere che consiglio di leggere questo libro, o meglio, lo consiglio a tutti i giovani che vogliono capire il baseball ed assimilarlo come way of life.