_______________________________ Necessità della regola del replay?

Nella foto l'arbitro Bob Davidson espelle  Mike Quade manager dei Chicago Cubs
Nella foto l'arbitro Bob Davidson espelle Mike Quade manager dei Chicago Cubs

di Michele Dodde

Le precise puntualizzazioni di Frankie Russo sulla regola del replay non può non trovarci d’accordo perché è fuor di dubbio che gli aspetti evidenziati e le caratterizzazioni che tanto hanno sempre affascinato il pubblico (oltre a quelle squisitamente tecniche del manager che va a protestare solo per tagliare il ritmo negativo del lanciatore) erano il sale aggiunto allo spettacolo del gioco. Jayson Stark nel presentare la regola, precisa che finalmente dopo 25 anni la MBL si è allineata alla NFL dandone in sintesi un parere favorevole all’applicazione che dovrebbe eliminare le grosse sviste e produrre la partita perfetta. 

 

A mio parere però ha dimenticato di segnalare che più volte, quando si è provato ad eliminare la figura dell’umpire con chip e raggi laser ed usando fascinosi led colorati e schermi giganti, la direzione della gara, sia nelle prove simulate sia in quelle pratiche, ha annoiato più del dovuto gli spettatori frastornati come sono stati dalla fredda precisione dei giudizi e dall’applicazione nominalista delle regole. Venivano a mancare, durante i momenti salienti e vivaci della gara, proprio quelle imponderabili sfumature del giudizio degli umpire, della loro gestualità, della teatralità dei dialoghi e della cosiddetta mitica manfrina che hanno sempre dato alla stessa l’intima virtuale grandezza.

 

Si sarebbero mai scritti volumi interpretativi delle regole, discusso la loro applicazione erronea vista dai negativi e dai positivi, rimandati alla memoria episodi di grande teatralità (basterebbe sfogliare le annate di Sports Illustrated) se fossero stati usati simili palliativi ?

 

Allora in una gara necessita l’imparziale ed oggettiva emissione del giudizio arbitrale al fine di configurare in pieno l’armonia della competizione stessa. Elogiare poi il giudizio o meno diventa ricerca, sfida, consapevolezza, emulazione, generosità, carattere, stile, momenti, pensiero, valori e poesia in un crescendo che nulla può lasciare al caso.

 

Con questi intendimenti il giudizio quindi sarà caratterizzato come un affascinante esempio tra i tanti episodi che si susseguono, nel muto dialogo tra il lanciatore ed il ricevitore o tra le basi, con situazioni e personaggi tipici di un gioco-mondo affascinante e pur sempre misterioso, palpabile ed elegante nello stile, incisivo e plateale nella sua centenaria gestualità. Ed è così che il rapporto, che si sviluppa nel giudicare, si stringerà con la gara diventando esperienza mistica e successiva comparazione scientifica ben lontana da una creatività che non gli compete.

Con queste finalità quindi l’arbitraggio si porterà sino alla fine della gara quale momento conclusivo della riflessione sull’immaginazione materiale e il tutto diventerà sintesi e memoria.

 

Per tali motivi mi piace riportare la singolare quanto accattivante filosofia di Bob Ferguson, dapprima qualificato giocatore, poi calibrato manager ed infine apprezzatissimo umpire quando dichiarava ai giovani umpire: “Non cambiate mai una decisione e non perdete mai tempo fermandovi a parlare con un giocatore che chiede chiarimenti su un giudizio. Anzi chiamate subito gioco al fine di chiudergli la bocca. Infine, non abbiate mai alcun timore eccetto quando avrete la sensazione che il pubblico stia concordando con il vostro operato. L’umpire dovrà essere sempre solo con i propri giudizi: così diventa grande e grande sarà la gara”.

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    franco ludovisi (lunedì, 17 febbraio 2014 19:42)

    Uno dei fattori di successo del calcio sembra essere la collera per un rigore dato o non dato, un off side chiamato o meno, un fallo sanzionato col cartellino giallo o rosso oppure no.