_________________________________ La storia del baseball (Terza e ultima parte)

Jackie Robinson stringe la mano a Branch Rickey dopo la firma del suo primo storico contratto di major league baseball, 1945 @ Corbis
Jackie Robinson stringe la mano a Branch Rickey dopo la firma del suo primo storico contratto di major league baseball, 1945 @ Corbis

 

Il razzismo è una delle barriere al cui abbattimento il baseball ha contribuito in modo determinante.

Ecco la terza ed ultima parte di questo breve, ma molto interessante racconto sulla storia del nostro sport, scritta dal Prof. Prof. Roberto Presilla Docente dell'Università del Sacro Cuore e pubblicato da "Quaderni di Minimondo", Rivista culturale Braille.

 

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L'evoluzione del baseball: affari, razzismo e integrazione

La grande depressione costrinse il baseball a riorganizzarsi, soprattutto dal punto di vista economico e mediatico. Artefici di questa riorganizzazione furono il già ricordato Branch Rickey, inventore del cosiddetto farm system, e Larry MacPhail, che rinnovò il rapporto con i tifosi. Due personalità opposte - una sorta di Zio Paperone moralista e avaro il primo, un Rockerduck appariscente e avido di pubblicità il secondo - e inizialmente amiche, che finirono poi per trovarsi una contro l'altra: presi insieme, mostrano come questo sport abbia modulato la propria crescita sull'industria dell'intrattenimento.

 

La storia del baseball professionistico fu piuttosto burrascosa fino agli anni Venti del secolo scorso, quando le due leghe ufficiali (National League e American League) riuscirono finalmente a consolidare il loro monopolio, eliminando definitivamente la possibilità di leghe concorrenti grazie all'esenzione dalla legge antitrust. Il decennio seguente vide una crescita costante dei profitti e degli spettatori, ma la crisi successiva al crollo del '29 non mancò di far sentire i suoi effetti.

 

Inizialmente i proprietari rimasero a guardare, secondo uno stile di acquiescente conservazione proprio dell'establishment sportivo. Col tempo, però, si trovarono a fare i conti con il mercato: Rickey cercò di razionalizzare la «produzione», MacPhail di stimolare la domanda. Trovatosi a capo di una squadra piuttosto povera, Rickey si concentrò sulla produzione di giocatori: da bravo agricoltore, costruì un sistema integrato tra la squadra che noi chiameremmo di serie A e una serie di squadre nelle serie minori. I giocatori venivano presi giovani (con contratti bassissimi) e venivano poi fatti salire via via fino alla squadra maggiore, se avevano talento. Altrimenti potevano essere lasciati dov'erano oppure venduti alla concorrenza, grazie alle clausole che bloccavano la proprietà del cartellino del giocatore.

Nonostante le resistenze degli altri dirigenti, l'innovazione di Rickey fu talmente importante da essere adottata, nel giro di qualche anno, da tutte le squadre, visto che permetteva di ridurre i costi e di «sviluppare» i giocatori in casa.

 

In condizioni simili quanto a disponibilità finanziaria, ma in squadre diverse, MacPhail adottò una strategia complementare, costringendo il baseball a innovare il suo rapporto con i tifosi: a lui si devono l'introduzione delle partite in notturna, delle cronache radio e poi televisive, delle trovate pubblicitarie volte a richiamare l'attenzione del pubblico sulle squadre che dirigeva. Il risultato delle spinte di questi due grandi innovatori fu uno sport sempre più industrializzato e spettacolare.

 

È stata probabilmente questa logica a spingere il baseball a oltrepassare la cosiddetta color line, la regola non scritta che vietava la presenza di giocatori di colore nelle squadre. Anche se giocatori di colore avevano partecipato a qualche campionato verso la fine del XIX secolo, gran parte dei giocatori, dei giornalisti e dei dirigenti aveva visioni fortemente razziste e un diffuso antisemitismo. Il baseball rimase a lungo un affare per bianchi, in particolare di origine inglese. Quando però, alla fine della II guerra mondiale, Rickey si trovò a corto di talento a basso prezzo, decise di ricorrere ai giocatori delle Negro Leagues, e nel 1947 fece debuttare Jackie Robinson nei Brooklyn Dodgers. Il suo esempio fu seguito dalle altre squadre e si concluse nel 1959 con l'integrazione dei Boston Red Sox.

 

L'arrivo di Robinson portò un ambiente assai conservatore all'avanguardia nel processo di integrazione: nel 1961, i giocatori di origine africana erano il 14,5%, mentre la percentuale di neri negli Usa era attorno al 10,5%. Ben prima di altri sport o dell'industria cinematografica e televisiva, il baseball operò per il superamento delle differenze razziali. Non occorre idealizzare troppo questo passaggio: i dirigenti di colore sono rimasti rari e la percentuale di neri tra i giocatori professionisti è nettamente calata, anche a causa della concorrenza di altri sport, come il basket, dove la carriera è molto più rapida. Tuttavia, ciò che è accaduto per i neri è accaduto anche per altri gruppi, sia pure in modi e tempi diversi. Paradossalmente, pur avendo un establishment con opinioni conservatrici, il baseball è riuscito a mostrare una certa flessibilità e a costituire un mezzo di promozione e ascesa sociale. È accaduto così per americani di origine tedesca e irlandese (fine del XIX secolo), per gli immigrati italiani (assieme a Fiorello La Guardia, basta pensare a Joe Di Maggio), ma anche e soprattutto per i latinos (origine centro e sudamericana). Oggi l'attenzione è rivolta ai giocatori dell'Estremo Oriente - giapponesi, sudcoreani e cinesi - anche se molti di questi arrivano con una carriera professionistica alle spalle nelle nazioni di origine.

 

Un modello per altri sport

 

Roberto Presilla

 

 

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