_________________________________ Il Campo pieghevole

La costruzione del Campo "pieghevole" di Montevecchia
La costruzione del Campo "pieghevole" di Montevecchia

Sembra una storia ai confini della realtà. Quasi uno dei racconti di fantasia che in questi giorni stiamo promuovendo tra i nostri affezionati lettori. Ed invece no. E' tutta realtà che fa un po' sorridere per come ce la racconta l'anima dei Red Tiger di Montevecchia una incantevole località della Brianza. Mario Moiraghi è il Presidente della società e con una penna ironica abituata al suo lavoro di scrittore e studioso di storia Medievale, ci racconta cosa sta succedendo in questo bellissimo luogo in collina. Caro Mario, quando sarà il momento facci sapere come si comportano gli Amministratori di Montevecchia che altrimenti muoviamo il mondo del baseball e softball italiano che quando serve sa scrivere un certo numero di e-mail per "sensibilizzare". Buona lettura!

È una storia strana, quella che vi voglio raccontare, una storia che parla di ragazzi, di gioco, di palline che sfrecciano fra filari di viti e rotolano su terreni sconnessi, perdendosi fra i rovi. È una storia che parla di una grande passione, coltivata negli anni con tenacia e testardaggine, forse anche con un pizzico di follia. Ma vediamo di mettere un po' d'ordine nel racconto.

 

UN PASSO INDIETRO

Negli anni quaranta del secolo scorso, alla periferia di Milano, anzi nei prati che circondavano la Stazione Centrale, uno dei protagonisti di questa storia, un bambino di dieci anni, grazie alla cortesia di un soldato americano, iniziava a giocare con una buffa palla dura, con un paio di guantoni di forma strana e una mazza di legno che serviva per battere lontano la palla, come i nostri genitori milanesi facevano con la lippa, seppure con qualche regola diversa.

Non durò molto, perché nessuno, almeno in quel quartiere della grande città, sapeva cosa fosse quel gioco e, soprattutto, non capiva come si facesse goal, come si realizzassero i punti.

Non c'era internet, i libri erano pochi, tutto era più complicato.

Passarono gli anni, più di trenta, e quel bambino si ritrovò di fronte a quel gioco (ve l'ho detto? Si chiamava “baseball”) nel cuore della Brianza collinare, alle prese nuovamente con la stessa pallina, spinto da un nugolo di ragazzini a tentare ancora l'avventura delle mazze e dei guanti, delle basi e degli strike, dei lanci e delle volate.

Fu un grande periodo di avventure esaltanti, di tornei, campionati, viaggi i Italia e all'estero, per oltre cento (100) atleti. L'Amministrazione Comunale, commossa da tanto ardore, costruì un campo nuovo, con dug out, spogliatoi, docce e tutto il resto, consentendo di raggiungere grandi traguardi.

Inutile dire che si formarono altre tre società, nello stesso territorio, per consentire un minimo di gioco e di confronto locale.

A questo punto (siamo ormai negli ultimi anni del 1900) successe qualcosa di grave e di irreparabile, legato alle vicende personali della dirigenza, e tutto finì, in silenzio, mestamente. Ma il fuoco covava sotto la cenere.

 

È DI NUOVO PRIMAVERA

Siamo ormai arrivati al 2004 e le braci nascoste si riaccesero, nello stesso angolo di Brianza, sempre collinare.

Fu di nuovo voglia di avventura, fu di nuovo passione per la pallina, … ma c'era un problema: il campo da baseball non c'era più, o meglio: c'era, ma un altro “sport” lo voleva occupare, per espandersi. La risposta alla richiesta di tornare in campo fu negativa: il campo era obsoleto (che cosa? l'erba?), i dug out inagibili (pieni di paletti e attrezzi di manutenzione), il tunnel di battuta inutilizzabile (chi ha fregato la macchina lanciapalle?), gli spogliatoi ormai occupati dagli indumenti dell'altro “sport” (non possiamo mettere altri armadietti?).

La risposta fu chiara e ben articolata: NO.

Iniziò così un lungo, lunghissimo calvario, per i ragazzi e i loro allenatori, che all'inizio erano una quindicina e che presto avrebbero superato la cinquantina.

Si possono raccontare alcune tappe del faticoso cammino.

L'Amministrazione locale ribadì ripetutamente il suo no, anche a possibili superfici alternative.

Il sindaco di Xxx disse di avere ben altri pensieri.

Il sindaco di Yyy disse che stava scadendo il suo mandato.

Il sindaco di Zzz disse che ci avrebbe pensato (sta ancora pensando).

Il sindaco di Kkk disse di lasciargli il numero di cellulare.

La ricca proprietaria terriera non rispose neppure alla richiesta di incontro.

La Grande Organizzazione disse che la cosa era estranea alla mission.

Il famoso “Dio non gioca a dadi” di Einstein fu aggiornato in “Dio non gioca a baseball”.

Fu così che i capi del gruppo di alieni decisero di camminare con le loro gambe. E si comperarono un prato, senz'acqua, senza luce, con residui superficiali della coltivazione di granoturco, ma insomma un prato orizzontale, 80x100.

Tutto finito? Neanche per sogno.

 

UN CAMPO PIEGHEVOLE

Bisogna sapere che il campo in questione si trova in un Parco Regionale e non è edificabile, in quanto ricadente in zona agricola. Niente tribune, niente edifici, niente casette di legno, niente containers, niente tettoie, niente di niente.

Ci mettemmo a livellare, regolarizzare la superficie, con rastrelli e sudore (vedi foto). Furono poi piantati nel terreno, con una mazza, sei pali metallici (vecchi Dalmine Innocenti) per far il back stop (quella cosa dietro al ricevitore) e furono appoggiate al terreno sei coppie di prismi in cemento, per metterci su un un tavolaccio di legno, chiamato pomposamente dug out.

L'autorità intervenne: non si possono piantare pali metallici. Furono tolti.

Non si possono appoggiare prismi su terreno agricolo. Rovinano il sostrato pedologico. Tolti.

Ma cosa si può piantare allora? Alberi o pali per le viti. Mi raccomando: naturali e non torniti.

Furono dunque piantati pali in robinia locale, con “gancetti per rete mobile” (nome coperto da copyright).

Rimuovere dopo le partite.

 

Furono portati tronchi di robinia locale, tagliati in modo opportuno, per consentire alle due squadre di sedersi, con assi.

Rimuovere dopo le partite.

 

Già, e gli spogliatoi? Mediante un articolato inserimento di fogli di plastica, fu creato un cubo di rete agricola, dove spogliarsi senza guardoni.

Rimuovere dopo le partite.

 

Già, i servizi igienici? Portatili, stile campeggio, nascosti sotto appositi cupole di plastica.

Rimuovere dopo le partite.

 

Già, e lo spogliatoio per l'arbitro? Un camper portato prima della partita. Rimuovere dopo la partita, anzi rimuovetelo subito, altrimenti vi denuncio per campeggio abusivo.

 

Già, e gli spettatori? Meno ce n'è meglio è. WC nei cespugli della campagna circostante.

Niente da rimuovere. Attenti ai rovi [nota del redattore].

 

Acqua corrente in bottiglie.

Mi raccomando di non parcheggiare sul prato né nei viottoli d'accesso.

 

Insomma: non un campo da baseball ma al massimo un prato da baseball, pieghevole, nel senso che, tranne i pali da vite, tutto si ripiega e si mette via.

 

Risulta agli atti che l'Amministrazione del Parco Regionale non è stata particolarmente feroce, ma la questione è assurta ad argomento politico da utilizzare nei contorni delle votazioni amministrative locali, con prevedibili degenerazioni polemiche.

Noi intanto, eravamo oltre la sessantina di atleti ormai, giocavamo e guardavamo il prato, la collina, l'alba e il tramonto, la pallina che sfrecciava. Perché il baseball è una cosa da amare, un amore che non si rimuove dopo la partita.

 

Mario Moiraghi

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Commenti: 3
  • #1

    Giovanni (martedì, 06 marzo 2012 09:28)

    Questa "favola" è fantastica! da morir dal ridere! sembra quasi una storia vera! complimenti a tutte le persone che si fanno in 4 per una passione Reale.

  • #2

    Baseball On The Road (martedì, 06 marzo 2012 10:40)

    .....e caro Giovanni la storia è proprio vera!

  • #3

    TERZABASE (martedì, 06 marzo 2012 14:10)

    Sono convinto che quello descritto è tutto vero, perché gli stessi problemi li ho avuti a Milano nel lontano 1960 con i Black Devils, che all'inizio dell'attività giocavano dove potevano e una volta furono inseguiti con un forcone dal contadino inferocito perchè occupavano un suo terreo,tra l'altro incolto,ma sempre suo.In bocca al lupo e mai demordere.TERZABASE